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Altro parere

Questa pace Ŕ un affare

Redazione InPi¨ 18/09/2020

Altro parere Altro parere Giorgio Ferrari, Avvenire
Avvenire, con un editoriale firmato da Giorgio Ferrari, cerca di analizzare il cosiddetto ‘Accordo di Abramo’ e il conseguente risiko mediorientale: “Senza nulla togliere al successo diplomatico, l’accordo appena stipulato non è che una normalizzazione delle relazioni esistenti, in quanto né gli Emirati né il Bahrein erano mai stati in guerra con Israele. In secondo luogo ci sono due elementi cruciali fonte di potenziale conflitto: la questione palestinese e il problema degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. I palestinesi, com’era prevedibile, non hanno accolto con entusiasmo lo spostamento di equilibri e il probabile definitivo naufragio della soluzione dei due Stati, per il quale accusano la Lega Araba di colpevole inerzia e soprattutto di aver tradito la causa dell’Olp, che fin dal 1974 la Lega stessa considerava – a parole per lo meno – la legittima rappresentante del popolo palestinese. Ora quel popolo, scialuppa fragile e abbandonata in questa tempesta che scuote il Medio Oriente e che spariglia e allontana l’uno dall’altro ben più dotati vascelli arabi, si sente isolato e pugnalato alle spalle nel nome di una Realpolitik ideata e dal genero di Trump, Jared Kushner, e somministrata – questo va detto – con un’accortezza e una pazienza che normalmente non sono le doti principali riconosciute all’ inquilino della Casa Bianca. Come nel domino, all’apertura di credito degli Emirati si aggancia la sospensione del programma di annessione israeliana della Cisgiordania. Sospensione, si badi, non rinuncia: ma era questo il piccolo pegno da pagare perché gli accordi di Abramo potessero essere sottoscritti dai partner arabi. Ai quali, al netto di ritardi e tatticismi, dovrebbero prima o poi aggiungersi anche diversi altri, a cominciare dall’Arabia Saudita e dall’Oman, seguiti dal Sudan e dal Marocco. Sullo sfondo però si staglia il vero motivo di questa ricomposizione di alleanze. Ed è l’urgente opera di contenimento dell’espansionismo iraniano. a tempo sia Gerusalemme sia Riad hanno individuato nell’Iran un pericolo mortale e un nemico comune. È un capovolgimento copernicano rispetto all’appeasement dell’amministrazione Obama: l’avvicinamento di Israele alle monarchie del Golfo dà ulteriore impulso al lavorìo per creare una rete sunnita che contenga le ambizioni di Teheran e anche per concludere vantaggiosi affari: l’America ha già promesso una partita di F-35, i caccia invisibili, agli Emirati. E in questo scenario in continuo movimento può perfino accadere – lo diciamo con scaramanzia dopo tante e ripetute delusioni – che ci sia davvero un’occasione concreta e vera di pace. Anche con i palestinesi. Anche con l’Iran”.
 
Cesare De Carlo, il Giorno
Il ‘sorpasso’ di Trump nei sondaggi ai danni di Joe Biden e i democratici senza visione. Ne parla Cesare De Carlo che firma l’editoriale del Giorno: “Ogni quattro anni si ripropone la metafora dell’October Surprise. Una sorpresa, un evento imprevisto in grado di alterare i pronostici elettorali. Quest’anno la sorpresa sembra arrivata in anticipo, stando a un sondaggio di Rasmussen. In settembre e non in ottobre, a ridosso delle elezioni in calendario, invariabilmente, il primo martedì di novembre. Trump è in vantaggio. Qualcuno lo riferisce al trattato di pace in Medio Oriente. Improbabile. È sempre stato l’interno e non l’estero a decidere la corsa alla Casa Bianca. E allora come si spiega la rimonta? Stando all’accreditato Rasmussen, il repubblicano Trump ha un punto in più rispetto al democratico Joe Biden: 47 a 46 per cento. Ma due mesi fa era sotto di 12 di punti. Un mese fa di 8. Ora il gap sembra chiuso. Questa è la vera sorpresa. Verso la riconferma? Non è detto. Conta il voto elettorale, Stato per Stato, e non il voto popolare. Quattro anni fa la Clinton vinse il voto popolare ma perse in alcuni Stati chiave, come Florida, Pennsylvania, Michigan e soprattutto Ohio (nessun presidente è stato mai eletto senza l’Ohio). In quegli Stati Biden pare ancora in vantaggio. Eppure è vulnerabile. Su di lui pesa l’eredità della doppia presidenza Obama, di cui era vice. Pesano l’opacità della personalità. Ma ha dalla sua l’establishment, i giganti di Internet, quasi il 90 per cento delle televisioni e dei giornali. Non basta. Lo ammette con rabbia Bernie Sanders: Biden non ha un messaggio che non sia la cacciata di Trump. Bernie Sanders è il leader della sinistra democratica. Lui il messaggio ce l’ha: statalista, assistenziale, dirigista, in una parola socialista. Biden invece non vuole spaventare i moderati. Dunque non ne parla. Preferisce demonizzare l’avversario, come accade altrove. E nemmeno parla degli incendi e dei saccheggi notturni motivati dalle proteste razziali. Di qui il consenso per il messaggio Law and Order di Trump. Poi c’è la pandemia. Gli indecisi si chiedono: cosa farebbe di diverso rispetto a Trump? Poi c’è l’economia: la contrazione del Pil è del 3,5 per cento, la disoccupazione all’8,4. Non male in questa situazione. Infine c’è lo spettacolo di un uomo dallo sguardo spento. Accetta domande solo se ha risposte scritte. Anche questo conta. Insomma la partita è aperta”.
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