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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 16/09/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Berlusconi e il coronavirus: temevo di non farcela
«Mi sento molto stanco, spossato. Questa è la caratteristica del Covid. Ma ho superato anche questa difficile prova, e questo mi rende sereno»: così Silvio Berlusconi, 84 anni, risponde a Marco Galluzzo sul Corriere della Sera, parlando dei giorni difficili del suo ricovero al San Raffaele per il virus. E i suoi familiari come stanno? «Si stanno riprendendo, grazie al cielo nessuno di loro ha accusato sintomi molto severi. Però mi creda, l’angoscia di sapere ammalati i miei figli e positivi anche i miei nipoti, che sono ancora dei bambini, è forse la cosa che mi ha fatto stare più male. Per questo mi sento vicino al dolore di tante famiglie che, come la mia, sono state provate da questo terribile morbo. Ancora di più mi sento vicino a chi ha perso una persona cara». Presidente quali sono stati i momenti più duri del ricovero, cosa ha subito, cosa ha pensato rispetto alla sua vita? «I momenti più duri sono stati i primi tre giorni in ospedale. Avevo dolore dovunque, non riuscivo a stare nella stessa posizione per più di un minuto. Temevo di non farcela». Il Covid in Italia è in risalita, teme un nuovo lockdown? «Il caso di Israele dimostra che il pericolo è dietro l’angolo. Però dobbiamo assolutamente scongiurarlo. Una seconda ondata sarebbe una catastrofe umanitaria, sanitaria ed economica senza precedenti». Il suo medico personale Alberto Zangrillo si è distinto per delle dichiarazioni ottimistiche sul virus nei mesi scorsi: lo ha rimproverato? «Credo che su questo sia nato un equivoco. Il professor Zangrillo ha espresso da medico valutazioni destinate al dibattito scientifico. Forse essendo un clinico e non un politico ha sottovalutato il fatto che sarebbero state riprese, enfatizzate e sostanzialmente fraintese dai mass media. Il suo non era affatto un invito ad abbassare la guardia».
 
Daveri: il Recovery Plan è un’occasione irripetibile
«Non c’è dubbio che il Recovery Plan sia un’occasione irripetibile. Proprio per questo è necessario che questi fondi siano utilizzati per progetti a loro volta irripetibili che, una volta realizzati, diano uno slancio di lungo periodo all’economia». È quanto afferma Francesco Daveri, economista della Bocconi, in una intervista a Francesco Spini sulla Stampa. Ma il rischio, avverte Daveri, è che «tutto sia sparpagliato in troppi microprogetti. Spero non sia così, e il ministro mi pare abbia tranquillizzato sul punto». E che dire di chi suggerisce di usarli per tagliare le tasse? «Il primo rischio è quello di una bocciatura della stessa Ue che ci ha chiesto espressamente di non usare quei soldi per tagliare le tasse». Ma tagliando le imposte non si risolleva l’economia? «Solo se lo sgravio è duraturo e sostenibile. Senza questi presupposti vorrebbe dire dare più soldi da spendere ai consumatori, certo. Senza un’economia modernizzata, però, i soldi finirebbero più per finanziare le importazioni di beni e servizi, che non ad accrescere il nostro Pil». Quindi quali devono essere le priorità di questo piano? «Occorre spendere i soldi in qualcosa che altrimenti non ci saremmo potuti permettere, debito pubblico. Dobbiamo sfruttare la nuova aria che tira in Europa, dove si vuole una nuova economia fatta di più verde, più digitale, più capace di reggere la sfida che ci attende negli Anni 20 e 30». Dovesse indicare una priorità? «Ci servono reti: penso a quelle digitali, che permettano il collegamento alla banda ultra larga anche a uno studente del Sud, alle infrastrutture per il trasporto urbano ed extraurbano. Dobbiamo favorire la transizione energetica, una rete sanitaria che porti in tutt’Italia l’efficienza che abbiamo visto in Veneto, formazione».
 
Eli Cohen: oggi è soltanto l’inizio
«Oggi è stato soltanto l’inizio». Eli Cohen, ministro dell’Intelligence per il Likud, non nasconde l’emozione per la firma dei trattati di pace tra Israele ed Emirati Arabi e Bahrein. E a Sharon Nizza, su Repubblica, dice: «È un momento storico. Con Emirati e Bahrein non c’era uno stato di guerra. Ma condividiamo la preoccupazione per un nemico comune, l’Iran, lo Stato che più contribuisce all’instabilità regionale, che finanzia Hezbollah, portando al collasso il Libano. Non abbiamo nulla contro il popolo iraniano, ma contro un regime che invoca continuamente la nostra distruzione». La prossimità dei Paesi del Golfo all’Iran costituisce una potenziale minaccia per i viaggiatori israeliani? In Bahrein, dove c’è maggioranza sciita, c’è opposizione all’accordo. «Parliamo di stati molto sicuri. Collaboreremo con i nostri nuovi alleati per preservare la sicurezza di tutti i cittadini e rafforzare le alleanze strategiche e la cooperazione. Sarà una pace calorosa, ci sarà interazione, cadranno delle barriere». E guardando vicino: come pensa Israele di procedere con i palestinesi? «I palestinesi hanno rifiutato ogni accordo. Dopo decenni, i Paesi arabi hanno deciso di pensare ai propri interessi, strategici ed economici. Spero che questo percorso possa portare a una svolta anche con i palestinesi. Ci aspettiamo che abbandonino l’incitamento e vengano al tavolo delle trattative senza precondizioni, guardando al futuro». La vendita degli F35 agli Eau da parte degli Usa è stato un prezzo da pagare? «Non è una notizia confermata». C’era l’ambasciatore dell’Oman alla cerimonia... Il prossimo Stato? «Il terreno è molto fertile con diversi Stati, tra cui Oman e Sudan». E l’Arabia Saudita? «Ha ben chiaro che il nemico è l’Iran, che la tecnologia avanzata è qui, sa chi è per la stabilità regionale. È un percorso, ma sono fiducioso che arriveremo a un accordo anche con Riad».
 
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