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Altro parere

Propaganda grillina sui bus dell'Atac

Redazione InPi¨ 16/09/2020

Altro parere Altro parere Franco Bechis, Il Tempo
Sul Tempo Franco Bechis racconta che da qualche giorno a Roma girano bus dell'Atac gialli, e non rossi: dipinti del colore del M5s che li ha fatti ridipingere mettendo il proprio simbolo elettorale e lo slogan «Vota Sì» al referendum del 20 e 21 settembre. È una pubblicità elettorale, osserva Bechis, che dovrebbe essere stata regolarmente pagata dal Movimento 5 stelle alla concessionaria di pubblicità che serve Atac (la Igp Decaux). Non che ci sia particolare trasparenza: i giornalisti del Tempo ieri hanno provato in ogni modo ad avere notizie sulle tariffe praticate e sulla durata della campagna, ma si sono trovati di fronte un vero e proprio muro di gomma. Nessuna notizia di un tipo o dell'altro, e non ci resta di sperare che quei bus tornino tutti rossi secondo livrea nella notte fra venerdì e sabato per rispettare un silenzio elettorale che altrimenti verrebbe clamorosamente violato. Ma su quei bus si trova risposta anche a un'altra domanda che viene naturale a noi giornalisti curiosoni: «Chi paga?». Bene, c'è scritto: «Committente responsabile: Gruppo Movimento 5 stelle Camera». Ed è una notiziona. Anzi, una svolta epocale per il movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, perché quella piccola scritta su un bus della capitale fa a pezzi un caposaldo, uno dei pilastri fondanti del M5s. Sbugiarda pure quanto detto solo un paio di mesi fa dal figlio del co-fondatore, Davide Casaleggio: «Il Movimento 5 Stelle non ha mai ricevuto finanziamenti pubblici». Non solo non è così (forse non è mai stato vero), ma quella pubblicità seminata sui mezzi di trasporto della città guidata da Virginia Raggi dice una cosa che per quel mondo sembrava tabù: il M5s è diventato un partito della vecchia politica che voleva combattere che usa per fare la propria propaganda elettorale soldi pubblici provenienti dai contribuenti italiani che peraltro manco sanno di spenderli in questo modo.
 
Raffaele Marmo, Quotidiano Nazionale
Se falliamo sul Recovery Fund avete il diritto di mandarci a casa, ha detto il premier Conte con una frase a effetto davanti agli studenti dell’Istituto «De Gasperi» di Norcia. Ma premesso che ad Alcide De Gasperi non sarebbe mai venuto in mente di ipotizzare una débâcle per il Piano Marshall, scrive Raffaele Marmo sul Quotidiano Nazionale, un eventuale fallimento del «nostro» Piano europeo da più di 200 miliardi di euro non sarebbe solo catastrofico per il governo (il che potrebbe lasciare anche indifferenti), ma si rivelerebbe una tragedia per un Paese che di quelle risorse ha maledettamente bisogno per tentare di rimettersi in carreggiata. Eppure, bastano due, tre numeri per rendersi conto che siamo partiti con il piede sbagliato. I progetti presentati dai Ministeri, svuotando metaforicamente i polverosi cassetti delle scrivanie nostrane, sfiorano infatti quota 600. I miliardi di euro richiesti, invece che 209, sono circa 700. Dentro questo caleidoscopio di proposte c’è di tutto: i grandi progetti per sanità, verde, digitale, ma anche una miriade di iniziative minime. Manca solo (ma non è detto che non lo inseriscano) il contributo per la festa del patrono, e però il finanziamento per rifare la facciata della Farnesina c’è. Insomma, niente a che vedere con il Piano che sta preparando, per esempio, il governo francese: pochi, significativi mega-interventi che incidono radicalmente sui grandi ambiti dell’economia e della società: infrastrutture innanzitutto. E’ esattamente quello che Conte e Gualtieri dovrebbero riuscire a pretendere dai ministri anche da noi e per noi al posto dell’applicazione del Manuale Cencelli 4.0 delle operette. Il fallimento eventuale del nostro Recovery Fund, dunque, non si vedrà alla fine del percorso: si può cominciare a vedere e a evitare fin da subito.
 
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