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Ricominciamo dall'asilo. Proposta per ripartire

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/09/2020

Ricominciamo dall'asilo. Proposta per ripartire Ricominciamo dall'asilo. Proposta per ripartire Maurizio Ferrera, Barbara Stefanelli, Corriere della Sera
Secondo Maurizio Ferrera e Barbara Stefanelli, l’Italia non potrà ripartire se non si libera da ogni laccio la spinta che donne e giovani possono imprimere a un sistema socioeconomico estenuato. Una crisi così diffusa e radicale come quella che ha colpito il nostro Paese, aggiungono, chiama una rigenerazione. Motivo per cui è necessario stringere l’inquadratura su poche filiere di interventi da privilegiare in vista dei finanziamenti europei, assodato che l’Italia ha due giganteschi problemi di base, di «denominatore»: il volume del Prodotto interno lordo e il volume dell’occupazione. Il primo determina il tasso di deficit e di debito pubblico. Il secondo — l’occupazione e più in generale la popolazione tra i 20 e i 64 anni — determina un altro tipo di tasso: quello di dipendenza degli anziani. In Italia il tasso di dipendenza degli anziani dagli occupati è molto elevato (0,6), superiore a quello di Germania e Francia. Per evitare che diventi insostenibile bisogna soprattutto investire, avendo in mente un doppio traguardo: innalzare il tasso di fertilità e insieme di occupazione, per assicurare l’indipendenza economica femminile. Si deve quindi da una parte, aiutare con misure concrete l’equilibrio tra vita lavorativa e familiare, e nello stesso tempo introdurre incentivi fiscali innovativi per le imprese e per i secondi percettori di reddito. Quello che servirebbe – sostengono dunque Ferrera e Stefanelli – è un grande «Piano di infrastrutturazione sociale». In altre parole, un progetto coerente di investimenti in asili e doposcuola, in residenze anche diurne per gli anziani, in luoghi per la medicina territoriale e l’assistenza socio-sanitaria. E poi centri per l’impiego, per l’inclusione, per l’integrazione dei migranti, per la prima formazione (così importante per i giovani) e per quella permanente (utile lungo l’arco della vita).
 
Paolo Garimberti, la Repubblica
Su Repubblica Paolo Garimberti commenta la storica firma del trattato di pace tra Israele, Emirati Arabi e Bahrein, ieri a Washington. Un trattato – osserva – di nuova generazione, in sintonia con i tempi che viviamo, fatti più per i realisti che per i sognatori. Si tratta infatti di un accordo tra finanza, araba, e tecnologia, israeliana. Tra business e intelligence. Dove i temi politici, nei quali per decenni si è incagliato il puzzle del Medio Oriente, sembrano solo collaterali. A cominciare dalla questione palestinese. E, invece, gli effetti sono potenzialmente fortissimi. “È un terremoto geopolitico”, ha scritto Thomas Friedman sul New York Times. Dicendosi, per una volta, d’accordo con un presidente che detesta, Donald Trump. Il quale in un suo tweet aveva scritto: “HUGE breakthrough”, un enorme sfondamento, con enorme tutto in carattere maiuscolo. Il vero vincitore della partita è Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano che, come dice un suo biografo, Anshel Pfeffer, “ha cambiato la tradizionale sequenza della questione mediorientale: ha fatto un accordo con gli arabi senza dare quasi nulla ai palestinesi”. L’opinione consolidata, tra gli studiosi ma anche tra politici e diplomatici, era che la questione palestinese fosse una conditio sine qua non per qualunque accordo in Medio Oriente. Ma i tempi sono cambiati, e la questione palestinese sembra aver perso la sua centralità. I grandi perdenti di questo giro di valzer diplomatico, invece, sono l’Iran e i suoi alleati, dagli Hezbollah al siriano Bashar al Assad, da Hamas alla Jihad islamica. “Ci sono due coalizioni nell’area oggi – ha osservato ancora Thomas Friedman –. Quelli che vogliono che il futuro seppellisca il passato e quelli che vogliono che il passato continui a seppellire il futuro. Gli Emirati Arabi Uniti si sono messi alla testa dei primi e hanno lasciato all’Iran la guida dei secondi”.
 
Alessandra Ghislieri, La Stampa
Come il coronavirus cambia le paure degli italiani. Sulla Stampa, Alessandra Ghislieri rileva come, con l’emergenza sanitaria in corso, lavoro e disoccupazione, sanità, istruzione siano tornati nel ranking delle priorità degli italiani a discapito di sicurezza e immigrazione, malgrado gli sbarchi delle ultime settimane. La pandemia ci ha posto di fronte a una seria minaccia, e gli italiani hanno ben compreso che il quadro economico e sociale del nostro Paese è oggettivamente complicato e allo stesso tempo nebuloso. Tuttavia, le loro speranze vanno in un’unica direzione: il ritorno a una – per quanto anomala – stabilità. Il 65 per cento, pur riconoscendone lo sforzo e l’impegno, ritiene insufficienti le misure del Governo, dando la colpa alle politiche economiche nazionali. I dati ci dicono che, nonostante la crisi, molti sono i Paesi in Europa che hanno pianificato una fase di crescita, mentre l’Italia rimane ancorata agli ingarbugli burocratici che rallentano le nostre imprese e, senza un’efficace riforma della giustizia civile, ne bloccano anche gli investimenti dall’estero. In tutto ciò un lavoratore su due si dice fortemente preoccupato per la sua situazione lavorativa. Covid-19 è arrivato in una condizione sociale già caratterizzata da forti diseguaglianze, che nella percezione comune erano già sentite dalla crisi del 2008. Oggi il timore di una società non meritocratica che possa generare nuove barriere sociali, unitamente alle criticità nel conciliare i nuovi tempi di vita dettate dalla diffusione del virus, si unisce al timore che al termine del “Cura Italia”, previsto per la fine di dicembre 2020, ci sia uno shock strutturale e organizzativo aziendale che produrrà nuova disoccupazione. Così il tema delle diseguaglianze rimane in primo piano perché il rischio di generare una società con delle divisioni tra lavoratori pubblici garantiti e lavoratori privati con scarse assicurazioni per il futuro è molto forte.
 
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