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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 11/09/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Amendola: lo Stato diventerà più digitale ma sul 5G attenzione agli affari con la Cina
«Lo Stato diventerà più digitale ma sul 5G attenzione agli affari con la Cina»: lo dice chiaramente il ministro agli Affari Europei, Enzo Amendola, intervistato da Federico Fubini sul Corriere della Sera. Incaricato di preparare il piano italiano per investire i 209 miliardi di Next Generation Eu, Amendola afferma che punto imprescindibile del Recovery Fund è «la digitalizzazione della pubblica amministrazione. Negli anni 60 il boom ebbe come simbolo l’autostrada del Sole. Oggi l’autostrada del Sole dev’essere digitale, di cui va rifatto il disegno: va di nuovo unito il Paese, con più servizi per cittadini e imprese». Ma riguardo allo sviluppo del 5G, la nuova generazione di comunicazioni mobili velocissime e a grande portata, il ministro riconosce che c’è un tema di sicurezza su cui non si possono fare compromessi: «Non ho mai messo in discussione i rapporti commerciali e di scambi con la Cina», dice Amendola, ma «se si parla di autorizzazioni sul 5G a imprese cinesi, o di qualunque altro Paese, si pone una questione di sicurezza nazionale. E di sovranità, come dice il presidente francese Emmanuel Macron. Questi sono temi che un Paese come il nostro tratta con gli alleati europei e atlantici, non con altri». Dunque niente aziende cinesi nel 5G italiano? «Ormai ne stiamo discutendo a livello europeo. Non è questione di essere anti-cinesi, è un fatto normale. Le chiavi di casa mia io le do ai miei familiari, non ad altri». La sua è la posizione del governo? «Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e io ne parliamo molto. Non significa essere ammiratori di Donald Trump. Negli Stati Uniti Joe Biden, il candidato democratico, su questi principi è anche più fermo del presidente. Prima di aprire alla concorrenza ci vogliono requisiti di sicurezza».
 
Bonaccini: basta col niet dei 5 Stelle sul Mes
Intervistato da Fabio Martini sulla Stampa, il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini (Pd) contesta il niet del Movimento 5 Stelle sul Mes, a suo avviso essenziale per le regioni: «Il Movimento 5 Stelle intende restare a guardare, preferendo aggiungere il proprio niet a quello strumentale delle destre?». La scuola è una macchina complessa, e tuttavia dopo sei mesi non si poteva immaginare una ripartenza organizzata meglio? «A posteriori, tutto si può fare meglio. Si è però dimenticato troppo in fretta che in questi sei mesi è stata gestita una pandemia senza precedenti e credo che il governo abbia fatto complessivamente bene. Basta vedere ciò che succede in altri Paesi, dove peraltro, a proposito di scuole, in diversi casi sono state riaperte e poi richiuse. La verità è che la ricetta esatta non ce l’ha nessuno…». Il governo sta programmando come spendere in sanità una parte dei fondi del Recovery ma se ne riparlerà fra quasi un anno, mentre lo “sportello” del Mes è già aperto. Sinora invocare un ripensamento nei Cinque stelle non è servito: quale può essere il “grimaldello” che porta ad una svolta? «Recovery Fund e Mes sono treni che passano una volta sola e che possono permettere all’Italia di fare quel salto di qualità di cui abbiamo assoluto bisogno se c’è un disegno importante di ripresa e ammodernamento. Sul primo ho fatto i complimenti al governo, ora come Regioni ci aspettiamo di essere coinvolte, perché vogliamo lavorare insieme come abbiamo fatto durante l’emergenza. In queste settimane ho letto e ascoltato dichiarazioni surreali. L’Europa ci mette a disposizione circa 36 miliardi di euro da investire nella sanità pubblica. E cioè nuovi ospedali, nuove case della salute, medicina domiciliare, assunzioni, apparecchiature all’avanguardia. Prendiamoli e dimostriamo di saperli spendere presto e bene».
 
Crisanti: assurdo che siano le famiglie a misurare la febbre
«È assurdo che siano le famiglie a misurare la febbre. Ognuno farà come vuole». A parlare, a pochi giorni dalla riapertura delle scuole, è Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’Università di Padova, intervistato da Viola Giannoli su Repubblica. Professore, hanno ragione le Regioni? La temperatura va misurata a scuola? «La misurazione della temperatura è una cosa seria, non può essere delegata a otto milioni di famiglie. C’è chi la misura sulla fronte, chi nell’orecchio, chi sulla lingua, chi sotto l’ascella e per di più con termometri diversi. E poi c’è una questione di coerenza: se si tratta di una misura decisiva per la sorveglianza epidemiologica allora deve farla lo Stato, non i singoli cittadini in un caotico fai-da-te. Oltre al fatto che la soglia per assentarsi dalle lezioni andrebbe abbassata a 37 gradi: per i ragazzi e i bambini, che si ammalano meno, fissarla a 37.5 non è adeguato». Il ministero e il Comitato tecnico scientifico obiettano che per misurare la temperatura negli istituti sarebbe servito più personale, più spazi, più tempo all’ingresso delle scuole. «Non diciamo sciocchezze: esistono sensori elettronici che funzionano senza l’aiuto di alcun tecnico e che misurano la temperatura in pochi istanti, come quelli installati ad esempio negli aeroporti o in molte aziende». Bisogna cambiare metodo a soli tre giorni dal rientro in classe? «Siamo talmente a ridosso della ripartenza che a questo punto dobbiamo adoperarci tutti affinché le scelte del governo, con le correzioni già introdotte dalle singole Regioni nei giorni scorsi, siano un successo. Certo è che il Cts ritiene di essere il depositario della verità scientifica, ma non ascolta e non considera i professori universitari. Un sintomo del fatto che in questo Paese l’università vale ormai meno di zero e viene considerata un’istituzione che non produce conoscenza».
 
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