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L'Einaudi (ignorato) sul fisco

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 09/09/2020

L'Einaudi (ignorato) sul fisco L'Einaudi (ignorato) sul fisco Daniele Manca, Corriere della Sera
Commentando sul Corriere della Sera le varie ipotesi di riforma fiscale, Daniele Manca pretende innanzitutto “un po’ di chiarezza, iniziando dal fatto che associarla al Recovery fund dell’Europa è un errore, non è possibile farla con quelle risorse”, e poi afferma di temere che “dietro tutto questo gran parlare di imposte si celi la tentazione di farne oggetto di campagna elettorale. A ogni partito la sua promessa, dimenticando che ogni intervento pesa sull’intero bilancio e sistema fiscale. E che proprio l’agire per singoli comparti, singole misure, ha portato a quella giungla inestricabile che rende il Fisco italiano una ragnatela ingiusta e incomprensibile. Perché la riforma possa essere efficace – sostiene Manca – essa deve essere sganciata dal dibattito del giorno per giorno. Nel 1951 Ezio Vanoni, allora ministro delle Finanze, varò la più importante delle riforme fiscali del Paese, quella che introdusse la dichiarazione annuale e il modello semplificato, a partire proprio dal concetto che il sistema è una cosa unica. Probabilmente in quegli anni sono ancora fresche le riflessioni di Luigi Einaudi su principi come l’«ottima imposta». «Ottima è quell’imposta data la quale, in un dato momento e luogo si ottiene il migliore soddisfacimento dei bisogni pubblici compatibilmente con la produzione del più abbondante flusso di reddito nazionale». O come ricorda Roberto Artoni il requisito essenziale di ogni sistema tributario è che l’imposta deve essere certa nel tempo del pagamento, nel modo del pagamento e nell’ammontare dovuto, oltre, aggiungiamo noi, a indurre adeguati incentivi all’intraprendenza individuale». Quanto dell’attuale Fisco può ritenersi adeguato a quei principi? Poco purtroppo. La rincorsa al consenso a tutti i costi ha fatto sì che nel corso degli ultimi anni il legislatore si sia rifugiato nella facile introduzione di bonus e agevolazioni a questo o a quel gruppo sociale. Quando si parla di riforma fiscale, invece, come di qualsiasi altra riforma, andrebbero chiarite le linee guida, i principi ispiratori, da esplicitare poi in progetti concreti che combinino risorse e tempi di attuazione”.
 
Veronica De Romanis, La Stampa
Sulla Stampa Veronica De Romanis smonta una delle principali obiezioni all’uso del Mes: l’esistenza del rischio “stigma”, cioè il fatto che il ricorso allo strumento segnalerebbe ai mercati che il paese si trova in brutte acque. “Se fosse reale la preoccupazione che il Mes comporti un danno alla reputazione del paese, dovrebbe esserci una maggiore attenzione ad altri segnali nella stessa direzione. Nel negoziato che ha portato alla creazione del Next Generation Eu Conte ha chiarito sin da subito che l’obiettivo del suo governo era quello di portare a casa un accordo che comportasse una parte significativamente alta di sussidi anziché di prestiti. Il messaggio che è passato all’estero è stato quello di un esecutivo inaffidabile come debitore perché incapace di investire al meglio le risorse ricevute. Nessun altro Stato ha impostato la propria strategia negoziale facendo leva su un simile elemento di debolezza. Peraltro, grazie a questi sussidi, l’Italia smette di essere contributore netto e per la prima volta diventa beneficiario. Il nostro paese lascia, quindi, il gruppo delle economie forti, composto da Germania, Francia e dai frugali per entrare a far parte del gruppo dei deboli come la Grecia, la Spagna e gli Stati dell’Est. A conti fatti, è davvero difficile capire la logica del governo che, da una parte rifiuta il Mes perché teme l’effetto stigma, e dall’altra rivendica con orgoglio l’adesione al gruppo delle economie europee meno performanti. L’attivazione del Mes viene richiesta da chi lavora negli ospedali, nelle fabbriche, nelle scuole e da chi fa impresa. Aspettare le risorse del Recovery Fund - come ha dichiarato di voler fare Conte - non ha senso perché quelle sono risorse da destinare agli investimenti e non possono essere impiegate per la spesa corrente necessaria in fase di emergenza. I soldi del Mes andrebbero presi subito. O almeno si abbia il coraggio di dire che si sceglie di pagare più interessi indebitandosi sul mercato. Il costo, sostenuto da tutti, per non cambiare idea”.
 
Fabio Bogo, Repubblica
Su Repubblica Fabio Bogo commenta la nascita dell’asse tra Francia e Germania per lo sviluppo dell’energia pulita che ha l’idrogeno come protagonista. “Lo Stato francese mette sul tavolo 7 miliardi come base per gli investimenti, la Germania risponde con 9 miliardi. La leva finanziaria garantita dai due governi sviluppa un potenziale enorme in termini di iniziative pubbliche e private e può mettere i due paesi in posizione di vantaggio strategico. Alimentando le proprie industrie con un’energia pulita e nel medio termine più economica di quella attuale, Berlino e Parigi renderebbero ancora più competitivo il proprio sistema produttivo e quello laterale della ricerca. L’Italia non può e non deve restare fuori da una partita così troppo importante. In primo luogo, perché il nostro Paese è stato il primo a credere nell’idrogeno come fonte di energia pulita e ha cominciato, tramite la Snam, ad investire e sperimentare concretamente il suo uso. Poi perché l’idrogeno, che qualcuno ha definito l’internet dell’energia, è non solo una fonte pulita ma un enorme acceleratore di ricchezza per il paese che ne cavalca lo sviluppo. In terzo luogo perché geograficamente siamo al posto giusto sulla via dell’energia pulita. Possiamo importare idrogeno prodotto in Nord Africa attraverso gli impianti fotovoltaici e instradarlo verso i paesi europei grazie alla nostra rete già esistente. Con l’idrogeno l’Italia può riconquistare un ruolo geopolitico smarrito. Perché ciò avvenga è necessario che lo Stato sciolga i lacci che attualmente lo legano all’idea prevalente di dispensatore di sussidi e abbia il coraggio di diventare imprenditore, prendendo l’iniziativa di guidare la trasformazione. Il Recovery Fund – conclude Bogo - può essere l’occasione di muovere le risorse verso un progetto strategico per l’energia, l’occupazione e l’ambiente. Non possiamo permetterci la frammentazione delle iniziative di sviluppo e tantomeno, come spesso accade, di non fare”.
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