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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 07/08/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Carraro (Confindustria Veneto): blocco licenziamenti è dannoso, aggraverà la crisi dell’occupazione
Il blocco dei licenziamenti non farà altro che aggravare la crisi dell’occupazione. Lo afferma il presidente di Confindustria Veneto, Enrico Carraro, intervistato da Ettore Livini per la Repubblica. Landini chiede la moratoria dei licenziamenti in nome della coesione del paese in un’emergenza che non è finita. Non teme che il “liberi tutti” porti a uno scontro sociale che oggi l’Italia non può permettersi? «Nessun imprenditore ama lo scontro sociale. E tutti noi preferiamo assumere che licenziare. Ma allungare di due o tre mesi il provvedimento non cambia niente. La pandemia ha accelerato molte trasformazioni industriali e le aziende devono potere rispondere con rapidità a queste sfide. In nessun paese d’Europa, dove operano i nostri concorrenti, esistono provvedimenti di questo genere e intervenire con artifici nelle dinamiche del mercato del lavoro rischia solo di fare danni difficili poi da recuperare». I sindacati non vogliono bloccare i licenziamenti per sempre. Chiedono un time-out per sedersi attorno a un tavolo e ripensare agli ammortizzatori sociali per uscire da un’emergenza straordinaria tutti assieme. Non le pare ragionevole? «Il time-out l’abbiamo già fatto negli ultimi mesi. Sia noi che i sindacati sappiamo che è necessario recuperare il gap di produttività del mercato del lavoro. È nell’interesse di tutti. Se hai chiari gli obiettivi, le soluzioni le trovi. Serve un percorso comune. Un piano nazionale che lavori alla formazione permanente, a piani di reinserimento e riveda strumenti come i navigator e il reddito di cittadinanza che a oggi non hanno funzionato come sperato. E il governo deve garantire sburocratizzazione e fisco per imprese e lavoratori. Senza entrare nel merito delle discussioni sui contratti, sono d’accordo con Landini sul fatto che nelle tasche dei lavoratori debbano entrare più soldi». E allora perché non prendersi il tempo per riflettere su queste cose e poi sbloccare i licenziamenti? «Non serve a nulla. Anzi per le imprese che lavorano all’estero è un problema. C’è anche qualcuno che in queste settimane vorrebbe assumere ma non lo fa perché teme di non poter licenziare se arrivassero delle difficoltà. La fine del blocco potrebbe essere un piccolo choc necessario al governo per razionalizzare la drammaticità del momento, aiutando tutti a lavorare assieme e prendere le decisioni migliori».
 
Crisanti: Ora tamponi a tutti gli stranieri. Dati messaggi sbagliati ai giovani
E’ normale che i contagi risalgano ma non ci sarà un nuovo lockdown. Però ora bisogna fare i tamponi a tutti gli stranieri, inoltre sono stati dati messaggi sbagliati ai giovani. Lo afferma il virologo Andrea Crisanti intervistato da Chiara Baldi per La Stampa. nata negativa per quanto riguarda numeri e indice Rt. Ci dobbiamo preoccupare? «Direi di no. Il quadro di questi giorni fa parte della dinamica epidemiologica di questo momento. Penso che quelli di ieri siano numeri che rientrano nella dimensione dell’epidemia a livello mondiale. In più, in Italia non siamo mai arrivati a zero contagi per cui non dobbiamo essere troppo sorpresi da questi numeri. A una analisi più approfondita, poi, emerge che questi nuovi contagi sono casi importati da altri paesi, focolai da rientro che sono una minaccia vera e propria. E per i quali vanno presi dei provvedimenti». Di che tipo? «Per esempio sul modello di quello che stanno facendo in Germania e che io ho consigliato molto tempo fa. Di ogni viaggiatore si ricostruisce l’itinerario, lo si sottopone a tampone e poi lo si mette in isolamento. È un lavoro enorme, molto faticoso, ma necessario. Credo che anche noi arriveremo a elaborare un piano del genere per chi arriva da fuori dell’Italia». Rischiamo un nuovo lockdown nazionale? «No, non credo proprio. Quella italiana è una situazione sotto controllo, tutti i focolai presenti sul nostro territorio vengono oggi gestiti in modo corretto, puntando al contenimento e facendoli estinguere nell’arco di pochi giorni. Certo è che mi aspetto un ulteriore aumento dei casi e quando questi focolai dovessero aumentare nei numeri e nelle dimensioni tanto da sopraffare il sistema, allora sì, dovremo pensare a lockdown localizzati, zone rosse ristrette per tenere sotto controllo la situazione. Non dimentichiamo però che l’Italia, in una situazione in cui non erano presenti farmaci e soprattutto senza vaccini, è stata la prima nazione a scoprire quale fosse il modo giusto di testare i contatti, per cui mi sento di dire che stiamo facendo le cose giuste. Soprattutto ora che il “Modello Veneto” viene finalmente applicato su scala nazionale». C’è una corrente di pensiero che ritiene i giovani responsabili dell’aumento dei contagi. La movida è un problema? «È indubbio che il virus sfrutti il comportamento sociale degli individui, come abbiamo avuto modo di vedere nei mesi scorsi. Ma trovo curioso questo scaricabarile fatto sui giovani: in fondo, siamo noi che abbiamo dato a loro insegnamenti e messaggi che, forse, in alcuni momenti sono stati anche sbagliati. Per cui ce ne dobbiamo assumere la responsabilità»
 
Doueiri: Il Libano distrutto dai politici, sarà la gente a rimetterlo in piedi
Il Libano è stato distrutto dai politici m sarà la sua gente a rimetterlo in piedi. Lo afferma il regista Ziad Doueiri intervistato da Viviana Mazza per il Corriere della Sera. I libanesi hanno chiesto aiuto anche a Macron in visita a Beirut. «La gente è disperata. C’è corruzione in tutti i governi, da quello italiano a quello americano, rubano un po’ ma non affamano la loro gente. I libanesi, invece, sono in ginocchio. I miei genitori hanno perso tutti i loro risparmi messi in banca, sono io che ogni mese mando loro i soldi per mangiare: giuro che non esagero. C’è un’intera popolazione ridotta così dai suoi politici, dal presidente in giù». Si aspetta nuove proteste? «Non lo so, perché c’è stato il Covid, ora quest’esplosione, l’esercito che prende ordini dall’Hezbollah… la gente ha paura. Ci sono state molte rivoluzioni, ma tutte sono fallite, sarebbe bello che ci fosse un’eccezione, ma il Libano è un posto particolare; unire il popolo è molto difficile. Rafik Hariri aveva unito il Paese, per questo è stato ucciso. Però le immagini che vedo mi commuovono e mi danno speranza. Per un paio di giorni siamo stati depressi, ansiosi, scuotevamo la testa. Poi oggi ho visto i libanesi in strada, spazzavano via milioni di pezzi di vetro. Il mio popolo è generoso e resiliente. Siamo forti, ricostruiremo, non abbiamo avuto altro che guerre, abbiamo sempre ricostruito». Lei ha dei dubbi sulla versione dell’incidente? «I governi corrotti dicono sempre che è un incidente. Anche quando il premier Rafik Hariri fu ucciso, all’inizio dissero che era stato un incidente, poi un terrorista islamico, poi un complotto israeliano o della Cia. Alla fine era stata l’Hezbollah. So che molti in Italia considerano l’Hezbollah un gruppo romantico, i Che Guevara del Medio Oriente che lottano contro l’imperialismo americano, ma si tratta di un gruppo terroristico, che ha ucciso Hariri, che ha eliminato molti giornalisti, un gruppo più potente dell’esercito libanese. Oggi sono responsabili per quello che è successo. Non diranno mai di aver nascosto delle armi nel porto. Io credo che Israele abbia colpito un deposito di Hezbollah, forse non prevedendo un’esplosione di quell’entità. Però sottolineo che non sono un esperto militare. Che sia stato un incidente oppure no, una cosa è certa: c’è un gruppo terroristico che controlla il Paese, la nostra libertà e la nostra economia. E spero che l’esplosione finalmente cambi le cose».
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