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L'eccezione italiana

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 07/08/2020

In edicola In edicola Maurizio Ferrera, Corriere della Sera
“L’esigenza di sostenere il reddito dei lavoratori alleviando gli oneri delle imprese è comprensibile: la recessione non è certo finita. Ma puntare tutto sui sussidi è miope”. Lo scrive Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera parlando di eccezione italiana: “Per quanto doloroso, occorre prendere atto che la crisi provocata dalla pandemia non ci consentirà di tornare «come prima». La ripartenza sarà selettiva, non tutte le attività saranno in grado di riprendersi. La struttura produttiva italiana — come quelle degli altri Paesi — dovrà attraversare un lungo periodo di ristrutturazione. Gli ammortizzatori sociali andrebbero perciò usati per accompagnare il cambiamento, non per congelare lo status quo. Teniamo presente che in Europa nessun Paese (tranne la Slovacchia, per un breve periodo) ha introdotto il divieto di licenziare. Questa non è peraltro l’unica eccezione italiana. Ce n’è un’altra, forse più seria: l’incapacità della nostra economia di creare lavoro. L’Italia è entrata nell’emergenza Covid avendo già tassi di partecipazione lavorativa particolarmente bassi. Oltre a molti disoccupati e (negli ultimi mesi moltissimi) cassintegrati, il nostro Paese ha sempre avuto un numero molto elevato di persone inattive, seppure disponibili al lavoro: in media più di tre milioni nell’ultimo decennio. In Francia sono 750 mila, in Germania 470 mila, in tutta la Ue 8,5 milioni. Nell’immaginario collettivo, i posti di lavoro sono principalmente associati alle assunzioni da parte dell’industria. È una percezione falsa, la manifattura italiana offre molto più lavoro di quella francese, anche agli stessi giovani. L’atrofia riguarda il terziario. Senza un’azione mirata sui colli di bottiglia che riguardano questo settore (dove, per inciso, potrebbero trovare lavoro moltissime donne) il tasso di occupazione italiano continuerà a restare il più basso d’Europa. Il deficit strutturale di occupazione non è mai entrato seriamente nel dibattito pubblico e nell’agenda dei nostri governi. Finora il governo Conte non fa eccezione. Anzi, sembra orientato a confermare quella strategia che ha largamente contribuito al declino economico e sociale italiano: difendere ad oltranza il lavoro che c’è (anche quando diventa improduttivo), invece di promuovere quello che non c’è. Ma che, con incentivi mirati e nuove (meno) regole, potrebbe invece essere creato”.
 
Enrico Franceschini, la Repubblica
“Una tragedia, avvolta in un disastro, dentro una polveriera. Parafrasando la nota massima di Churchill sulla Russia (“un rebus, avvolto in un mistero, dentro un enigma”), l’apocalittica esplosione che ha devastato Beirut con una potenza paragonata a un decimo della prima bomba atomica, riannoda tutti i fili della crisi che da quasi mezzo secolo investe il Libano, ponendo le basi per una resa dei conti”. Lo scrive Enrico Franceschini su Repubblica descrivendo “il grande gioco di Macron”: “Sebbene tutto il mondo gli offra giustamente assistenza per questa catastrofe senza precedenti, la solidarietà non basta, come ha detto il presidente francese Macron arrivando ieri a Beirut: «Sono qui anche per proporre un nuovo patto politico per attuare riforme, cambiare il sistema, fermare le divisioni, combattere la corruzione». La missione del capo dell’Eliseo coincide con l’annuncio di un accordo marittimo, energetico ed economico fra Grecia ed Egitto in contrapposizione con quello firmato lo scorso anno fra Turchia e governo libico di Tripoli. Coincidenza probabilmente non casuale: dietro le quinte si intravede anche qui la mano della Francia, umiliata dalla Turchia in Libia e decisa a rispondere ad Ankara in quel Libano che una volta era un suo cortile mediorientale. Un “grande gioco” nel Mediterraneo, con Parigi in cabina di regia. Il Libano è un puzzle complicatissimo che mescola bancarotta, estremismo, corruzione, coronavirus e infine una “città perduta” sotto l’effetto di una scossa analoga a un terremoto. Con una capitale un tempo chiamata “la Parigi del Medio Oriente”, una società multiconfessionale (per metà cristiana), grandi tradizioni commerciali, un formidabile potenziale turistico, una leggendaria gioia di vivere a dispetto di decennali conflitti e famosi espatriati che gli danno lustro, dall’avvocatessa dei diritti umani Amal Clooney al politologo Nassim Nicholas Taleb autore del best-seller Il cigno nero, il Libano dovrebbe essere un modello per l’intero mondo arabo. L’Occidente deve fare tutto ciò che può affinché possa diventarlo. L’iniziativa di Macron potrebbe essere la prima mossa”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
“Un nuovo capitolo della guerra fredda tra virologi e politici”. Ne parla Marcello Sorgi sulla Stampa a proposito della pubblicazione, da parte della Fondazione Einaudi, dei verbali delle sedute del comitato tecnico-scientifico che precedettero il lockdown dell’8 marzo. Un atto, sottolinea, che “svela un retroscena destinato a far discutere, di qui in poi: in quei giorni il Cts era favorevole a una chiusura differenziata, e non totale, del territorio nazionale; nelle zone meno colpite dal contagio, anzi, avrebbe ritenuto sufficiente una serie di cautele simili a quelle imposte (e non sempre rispettate, e perciò causa di rialzo della diffusione del virus) adottate adesso nella fase 2. Conte invece, come si sa, preferì il lockdown totale. Sfidando, non solo i professori, nel frattempo assurti al ruolo di star tv nei talk-show che scandivano il ritmo della pandemia, ma anche i governatori delle regioni, apertamente ribelli alle disposizioni del governo per motivi opposti. Anche se la decisione di Conte resta perfettamente legittima (il comitato aveva e ha compiti di consulenza, ma la decisione spettava al governo), l’uscita dei verbali, seppure attraverso il tramite apparentemente neutro della Fondazione Einaudi, lascia capire che il ‘partito degli scienziati’, in chiaro dissenso su molte valutazioni del governo, a cominciare dalla riapertura generalizzata, mette le mani avanti per l’autunno. Come si oppose al lockdown totale, e poi a una riapertura considerata troppo frettolosa e alla base dei preoccupanti dati attuali sulla seconda ondata del Covid, così prepara le barricate contro un possibile mancato ritorno del blocco, ove necessario. Viste le dimensioni del disastro economico nazionale e il ritmo, migliore del previsto, della ripresa, a nessun costo infatti Conte sarebbe disponibile a riproporre il lockdown, men che mai nazionale. Ma al di là dello scontro, che continua, tra virologi e governo, non c’è nessun mistero, o quasi, come si vorrebbe adombrare, sul perché invece a marzo la scelta fu quella del blocco totale (escluse le responsabilità, in corso di accertamento giudiziario, dei ritardi in Lombardia e in particolare ad Alzano e Nembro, di cui tra l’altro mancano i verbali del cts): il governo in quei giorni subiva pressioni fortissime da parte di Confindustria e delle associazioni locali degli imprenditori, che si opponevano al lockdown, temendo, a ragion veduta, gli effetti economici del fermo delle attività, poi purtroppo superiori al previsto. Inoltre, a Palazzo Chigi e al ministero della Sanità, fortissime erano le preoccupazioni per una diffusione del virus anche al Sud, dove le strutture sanitarie, soprattutto le unità di terapia intensiva, erano e sono assai più carenti di quelle del Nord”.
 
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