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Altro parere

W il populismo che rottama il pacifismo

Redazione InPi¨ 06/08/2020

Altro parere Altro parere Claudio Cerasa, il Foglio
Coerenza Vs Pragmatismo. Si potrebbe sintetizzare così l’editoriale di Claudio Cerasa sul Foglio a proposito del rifinanziamento delle missioni estere. “Le polemiche estive relative ai problemi legati al governo dell’immigrazione - scrive - hanno riportato al centro della scena pubblica un tema che periodicamente affiora all’interno del dibattito politico e che riguarda la necessità o meno da parte dell’Italia di rifinanziare alcune missioni militari che impegnano il nostro paese al di fuori dei confini nazionali. Nel caso specifico, la polemica più recente è quella andata in scena qualche giorno fa quando la Camera, tra le altre cose, ha votato il rifinanziamento di una discussa missione in Libia, che riguarda la proroga della partecipazione del personale della Guardia di Finanza italiana alla missione bilaterale di assistenza alla Guardia costiera libica. Ciò che invece non è stato notato all’interno di quella votazione ha a che fare con un particolare non secondario relativo all’impegno assunto dal contingente italiano al di fuori dei nostri confini. E quel particolare è cruciale per mostrare una traiettoria ormai ricorrente del populismo: promettere di scassare il mondo, prendere voti per farlo, andare allegramente al governo, poi accorgersi delle stupidaggini raccontate agli elettori e comprendere infine che una volta arrivati al potere l’unica possibilità che si ha per sopravvivere è smentire le proprie promesse facendo i conti con la realtà. Il particolare in questione è quello che si indovina leggendo il testo del decreto, che ha autorizzato il rinnovo delle 49 missioni in cui è impegnato il nostro paese in giro per il mondo aggiungendone anche altre cinque nuove, e lo si comprende bene leggendo un allegato di quel decreto, preparato dal centro studi della Camera dei deputati il cui presidente è come è noto l’ultra pacifista Roberto Fico, che ci racconta nel dettaglio quello che nessun populista di governo oggi avrebbe il coraggio di ammettere: negli ultimi anni, specie negli ultimi dodici mesi, il Parlamento italiano, governato in prevalenza da forze politiche che avevano promesso di ritirare le truppe da mezzo mondo e che avevano fatto dell’utopia pacifista un proprio cavallo di battaglia, ha aumentato il numero di truppe in giro per il mondo e ha aumentato anche il numero di soldi spesi per finanziare quelle truppe. I più sciocchi potrebbero utilizzare questi dati per dimostrare ancora una volta la solita e vergognosa incoerenza del populismo. I meno sciocchi potrebbero invece utilizzare questi dati per fare un ragionamento forse più interessante: per quanto si possa fare gli sfascisti, alla fine persino i populisti capiscono che un paese europeo del G8 che fa parte della Nato, per difendere i suoi confini, per proteggere i suoi cittadini, per perseguire l’interesse nazionale, deve fare i conti con la struttura del mondo in cui si trova e con il fitto reticolato di alleanze e di automatismi ereditato dai tempi della Seconda guerra mondiale”.
 
Stefano Lepri, La Stampa
“Con una crisi economica di questa portata, bloccare più a lungo i licenziamenti dà prova di veduta corta”. Lo scrive Stefano Lepri sulla Stampa: “Un governo deve concentrarsi su ciò che può indurre le imprese a lavorare di più. Se gli affari vanno male, altre urgenze di ridurre il personale si genereranno, cosicché alla scadenza i licenziamenti diverranno più numerosi. Finora il modello europeo di protezione sociale si sta dimostrando migliore di quello americano. Ovunque nel nostro continente la cassa integrazione (qualcosa di simile è stato introdotto anche in Gran Bretagna, dove non c’era) ha risparmiato sofferenze e rinunce a moltissime famiglie. La libertà totale di licenziamento propria del modello americano veniva esaltata perché, si diceva, più presto si licenzia più presto si riassume dove si aprono nuove occasioni di guadagno; dunque la ripresa sarà più rapida. Avrebbe funzionato in una recessione breve e facile da prevedere nei suoi effetti sui settori produttivi. L’incapacità di frenare il contagio l’ha resa diversa. Con la Cig e avendo erogato altri sussidi, può esser stato giusto all’inizio vietare i licenziamenti. Si sono impedite da parte delle imprese decisioni frettolose, dettate più dal panico che dalla ragione. Ma non si può andare avanti così. Nessun altro Paese europeo lo fa. La proroga del blocco fino a fine anno la chiedono le confederazioni sindacali. Fanno il mestiere che sanno fare, difendere i lavoratori occupati con contratto fisso. Ma il 15% dei dipendenti ha un contratto a termine, e tra loro uno su sei nell’ultimo anno ha già perso il posto. Con i licenziamenti proibiti, di nuovi contratti a termine se ne fanno davvero pochi. Perdura in Italia un problema di rappresentanza: delle esigenze dei lavoratori precari, e dei giovani che un impiego lo devono ancora trovare, si tiene pochissimo conto. All’inizio, era parso che il Movimento 5 stelle volesse assumersi questo ruolo; poi si è inoltrato nel vicolo cieco del reddito di cittadinanza, e ha dato via libera a quota 100, più tasse ai giovani per la pensione prima ai vecchi. Bloccare i licenziamenti piace ai populisti di ogni colore. L’esperienza dei Paesi emergenti insegna che se si insiste troppo a regolare questa materia prolifera il lavoro nero. In Italia si era adottato un provvedimento simile solo nell’estate dopo la Liberazione, tra il caos dell’immediato dopoguerra”.
 
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