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Altro parere

Quella regale delapidazione

Redazione InPi¨ 05/08/2020

Altro parere Altro parere Fulvio Scaglione, Avvenire
“La tragedia che volge in farsa è sempre un triste spettacolo. E la vicenda del re emerito di Spagna non fa eccezione. Oggi vediamo Juan Carlos di Borbone che, a 82 anni e dopo trentotto anni sul trono (dal 1975 al 2014), lascia l’Europa tra i lazzi e i fischi, come un maneggione qualunque, alla ricerca di un ultimo rifugio dal fisco, dai magistrati e dalla vergogna”. Lo scrive Fulvio Scaglione su Avvenire: “Non si tratta, ovviamente, di versare lacrime per l’istituzione monarchica o, peggio, di compatire un personaggio che, in età più che matura, è passato da uno scandalo all’altro, coprendo di fango il rango e il ruolo. Colpisce, piuttosto, lo spreco, la dissipazione di un destino personale che pure portava le stimmate del dramma e di un’immagine pubblica non priva di bagliori di grandezza. Juan Carlos, nato nel 1938 a Roma, è stato un re per caso. Non era destinato al trono, fu la Storia a portarcelo. Ebbe grande peso nell’approvazione della nuova e tuttora vigente Costituzione (1978). Mostrò decisione e senso dello Stato quando si trattò di bloccare il tentativo di colpo di Stato militare guidato dal colonnello Antonio Tejero (1981). Forse l’uomo, a quel punto, aveva dato tutto, corona o no. Ancora qualche anno dignitoso, poi un declino sempre più rapido e sfacciato. Adesso Juan Carlos scappa all’estero. Decisione accolta con freddezza dal successore, che da tempo aveva rinunciato all’eredità paterna per non essere coinvolto negli scandali. Con malcelato sollievo dai partiti moderati di Governo. Con disprezzo da quelli di sinistra. La pietra tombale della dignità di Juan Carlos è stata una mega-tangente da 100 milioni di dollari, ricevuta dai sauditi per la sua mediazione volta a ottenere uno ‘sconto’ dal consorzio spagnolo incaricato di costruire la ferrovia ad alta velocità tra la Mecca e Medina. Tangente che l’ex re avrebbe poi in gran parte girato a un’amante nell’intento di riconquistarla. Qui la farsa tocca il fondo e davvero non c’è nulla da aggiungere. La fuga di Juan Carlos non può essere nobilitata con la parola “esilio” e in ogni caso arriva troppo tardi. In un Paese dove il senso unitario della corona era spiccato quanto nel Regno Unito, il danno è serio, forse irrimediabile. Con soddisfazione dei separatisti catalani, che pensando al re pensano al potere centrale di Madrid. E dire che il motto della corona di Spagna è “Plus ultra”. Più in là, certo. Ma non in quel senso”.
 
Mattia Feltri, La Stampa
Il Pd, la legge elettorale e la coerenza. Prova a metterli insieme Mattia Feltri nel suo Buongiorno sulla Stampa: “Serve un riepilogo. Quando a inizio legislatura i cinque stelle decisero la riforma della Costituzione col taglio dei parlamentari da 915 a 600, e senza nessuna idea strutturale se non di fargliela vedere alla casta, il Pd disse no, vergogna, colpo al cuore dalla democrazia. Coerentemente, ai primi tre passaggi in aula votò no. Poi cadde il governo gialloverde, si dovette costituire quello giallorosso, e per i cinque stelle la premessa irrinunciabile era che il Pd cambiasse idea. Il Pd coerentemente la cambiò, purché il taglio fosse accompagnato da una riforma strutturale, dopo aver coerentemente bocciato la riforma strutturale di Renzi. Scordatevelo, dissero i cinque stelle. E il Pd disse ok, ce lo scordiamo, e coerentemente, dopo avere votato tre volte no, alla quarta votò sì. Un sacrificio per salvare il Paese e però Zingaretti, che aveva definito costitutivo del Pd il sistema maggioritario, chiese coerentemente una legge proporzionale. Non c’è problema, dissero i cinque stelle, ci pensiamo noi. Siccome non ci hanno pensato, l’eminente ideologo del Pd, Goffredo Bettini, l’altro giorno ha detto che o si fa il proporzionale o la riforma della Costituzione è pericolosa. Ieri lo ha ripetuto Zingaretti: pericolosissima! Così scopriamo che la Costituzione è in pericolo, a seconda della legge elettorale, che in Italia si cambia ogni tre settimane. Intanto la si farà, tranquilli. Una adeguata a un Parlamento ridotto a 600, senza nemmeno sapere se il referendum approverà o meno la riforma. Se non la approverà, avremo una legge elettorale nuova inadatta a un Parlamento vecchio, ma coerentemente, con l’intera storia del Pd”.
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