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Il calvario senza fine di un Paese

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 05/08/2020

In edicola In edicola Domenico Quirico, La Stampa
“Un amico libanese tre anni fa mi portò davanti a una delle innumerevoli banche di Beirut, i veri monumenti della città: «Vedi, fino a quando queste funzioneranno il Paese è salvo. Non c’è guerra o turbolenza che possa mettere in discussione l’incredibile miracolo del mio Paese». Il cielo di Beirut ieri sera si blindava di squame livide, rossastre per una catastrofica e misteriosa esplosione che ha squassato il porto e la città. Chissà se il mio amico potrebbe ancora ripetere quelle sillabe presuntuose”. Lo scrive Domenico Quirico sulla Stampa: “E ora? Il miracolo libanese è avvilito e ottuso, un deliberato inganno, una pia frode destinata pare a spegnersi nella impotenza politica e nella catastrofe economica. La moneta che aveva resistito a tutto ha perso il 60% del suo valore, lo Stato ha dichiarato fallimento decapitato da un debito che è il 160% del Prodotto interno lordo; il 45% dei libanesi vivono sotto la soglia di povertà. Israele e hezbollah, il partito di dio sciita, con il suo esercito bis si scambiano segnali di guerra. Tutto parla di declino, povertà, inimicizia, impotenza. Forse a malincuore bisogna rassegnarsi: il Libano è un’altra primavera che si estingue, arrivata in ritardo con le manifestazioni dell’ottobre del 2019. Il problema è che dopo molti anni il Libano deve drammaticamente reinventarsi. Il suo modello economico che si basava su un debito sfrenato fino dagli anni Novanta non regge più, il Paese deve imparare a produrre mentre oggi importa praticamente tutto, l’aiuto della diaspora potente e ricca (il 12% del Pil) non copre più come una protesi ortopedica gli abissi del debito. Ma è soprattutto sul piano politico che tutto deve cambiare perché tutto è finto. Ha fallito una classe politica formata da uomini corrotti, da spregiudicati acrobati del compromesso, da capi clan che hanno convertito la mimetica delle milizie con il doppiopetto ministeriale, gente che si sollazza negli equilibri più impropri e vietati. Continuano imperterriti a dominare le loro tribù illudendole di essere lo scudo dei loro interessi e della loro sopravvivenza: praticano solo i loro affari”.
 
Franco Venturini, Corriere della Sera
La politica estera italiana e i fragili confini del Paese. E’ il tema dell’editoriale del Corriere della Sera firmato da Franco Venturini: “I massicci arrivi dalla Tunisia e il voto parlamentare che ha mandato Matteo Salvini sotto processo – scrive - hanno riconsegnato al tema dell’immigrazione clandestina un posto privilegiato sulla giostra politica italiana. Il tema delle migrazioni trans-mediterranee meriterebbe miglior sorte, e anche un approccio più serio che sappia contrapporre al clamore dei populismi e alle scadenze elettorali iniziative non propagandistiche. Anche se è noto a tutti che in Italia come ovunque nel mondo l’arrivo di numeri consistenti di migranti clandestini incide pesantemente sulle scelte degli elettori, favorendo di volta in volta la destra o l’estrema destra che sventolano la bandiera della fermezza. arrivano a minacciare valori e costumi propri della liberaldemocrazia occidentale. Dopo le braccia aperte ai siriani nel 2016 Angela Merkel è sopravvissuta grazie a una leadership personale a prova di errore, ma l’eccezione della Cancelliera conferma la regola: le ondate migratorie incontrollate mettono a rischio i governi, e soprattutto indeboliscono la democrazia. Lo ha riconosciuto l’insospettabile Papa Francesco, non si può accogliere tutti. Si può, però, avere una vera politica di inserimento e di integrazione. Si possono contrastare, dicendo la verità, le strumentalizzazioni della destra e la passività della sinistra. Si deve ricordare che le gesta durissime del Salvini ministro non hanno avuto risultati che non fossero di tutta la sponda Nord del Mediterraneo in quel periodo, e che il ministro disertava regolarmente le riunioni europee sulle migrazioni salvo poi accusare a gran voce l’Europa di averci abbandonati. L’Europa? Certo, anche all’Europa dobbiamo rivolgerci. Magari ricordando ad Angela Merkel, che non poco ci ha appoggiati in tema di Recovery fund, i tempi in cui il suo governo era favorevole a una revisione dei regolamenti di Dublino che tanto ci penalizzano. Niente illusioni, però. Una equa e completa ripartizione di chi arriva in Italia non è all’ordine del giorno, per ora ci si dovrà accontentare delle accoglienze volontarie annunciate da gruppi di governi come già accaduto in passato. Perché i migranti, oltre alle nostre democrazie, possono travolgere anche l’Europa”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
“La campagna d’agosto del Pd sulla legge elettorale continua. È una corsa un po’ disperata contro il tempo, nella speranza di ottenere un qualche accordo (qualsiasi, ‘con chi ci sta’) prima del referendum di settembre. È passato quasi un anno dalle intese con i 5S su cui era nato il Conte 2 e siamo qui, al punto di partenza, senza un’idea precisa”. Lo scrive Stefano Folli su Repubblica parlando di un Pd nel labirinto di Palazzo Chigi”. “Se si vuole un tema che indichi la precarietà dei rapporti politici – sottolinea - questo è il primo. L’altro riguarda i migranti, la loro gestione, e investe la relazione tra il vertice del Pd e il presidente del Consiglio. Quando Zingaretti si stupisce che Conte voglia «inseguire Salvini sul suo terreno», lascia capire che sono ormai molti i punti da chiarire con l’uomo che fino a poco tempo fa era «il punto di riferimento dei progressisti». Del resto, il premier non è tipo da parlare a caso. Conte ha colto che nel Pd cresce un malessere insidioso, avendo a che fare con il senso dell’alleanza di governo. A lungo si è difesa la scelta strategica del patto con i 5S costruito intorno a un premier di legislatura. Oggi si comprende che il vero e forse unico beneficiario del patto è proprio Giuseppe Conte, astuto navigatore tra i limiti e le insicurezze della sua maggioranza. Non c’è fotografia più realistica dello stato di frustrazione di un Pd che sa di essere oggi più forte del partner di governo (circa il 20-21 per cento contro il 16-17) e tuttavia si sente intrappolato in uno schema che non evolve secondo le previsioni e di cui soprattutto non possiede le chiavi. Conte è abile a scavalcare il socio di maggioranza ora a destra – come sui migranti – ora a sinistra. Lo fa anche con i 5S, appoggiandosi quando è il caso all’ala intransigente contro i ‘governisti’, al solo scopo di tenere in mano il bandolo della matassa. Con il Pd usa una sorta di tattica del bastone e della carota. È chiaro che il suo obiettivo è restare a Palazzo Chigi fino al gennaio 2022, quando si eleggerà il Capo dello Stato. Ma per riuscirci non intende blandire più di tanto il partito di Zingaretti, di cui coglie il disagio ma anche la debolezza. In altre parole: se l’alleanza è strategica, l’avvocato se ne considera davvero il capo. Se invece il Pd, non reggendo più la situazione, volesse imboccare la via delle elezioni anticipate, deve sapere che lui, Conte, intende giocare le sue carte”.
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