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Le riforme senza costi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 03/08/2020

In edicola In edicola Sabino Cassese, Il Corriere della Sera
“L’elenco degli interventi necessari ed urgenti è noto: accelerare i pagamenti dell’amministrazione, ridurre il numero delle stazioni appaltanti, abbreviare i tempi delle valutazioni ambientali, non scaricare sui cittadini l’onere di raccogliere da un’amministrazione certificati da esibire a un’altra amministrazione, modificare le norme sul subappalto, e così via”. Lo scrive Sabino Cassese sul Corriere della Sera a proposito delle cose da fare per il rilancio del Paese. “Sono riforme – sottolinea - che presentano due paradossi. Non hanno costi, ma ciononostante non si fanno. Allevierebbero le tensioni prodotte dalle mancate riforme costituzionali, a cui ci si è dedicati per quaranta anni senza successo: in assenza della modernizzazione dei «rami alti», modernizzare almeno i «rami bassi». Queste riforme non richiederebbero referendum, sono reclamate a gran voce tutti i giorni, ma senza successo. Il problema della modernizzazione dello Stato è affrontato dal «programma nazionale di riforma», presentato in Parlamento dal presidente del Consiglio dei ministri e dal ministro dell’Economia e delle Finanze l’8 luglio scorso. Vi si può leggere che «modernizzare il Paese significa innanzitutto disporre di una pubblica amministrazione efficiente, digitalizzata, sburocratizzata, veramente al servizio dei cittadini». Bei propositi, seguiti purtroppo da ben poco Come si spiega questa contraddizione per cui tutti invocano una migliore macchina statale, ma nessuno vi pone mano, anche se non vi sono costi? Il primo motivo riguarda il governo: le riforme necessarie non costano, ma non rendono alla politica. Richiedono tempo per essere attuate e producono risultati sul medio-lungo periodo, un arco temporale che va al di là degli obiettivi di qualunque politico di oggi. Il secondo coinvolge il Parlamento, un organo che pensa di risolvere problemi complicati con la bacchetta magica della legge, mentre un migliore rendimento dello Stato è semmai legato a un minore numero di leggi, e a leggi di principio piuttosto che di dettaglio. Il terzo riguarda il deficit di competenza, legato a un carente addestramento della classe politica, ma anche a disattenzione dei grandi centri di rilevazione dei dati”.
 
Alessandro De Nicola, La Stampa
La Stampa con Alessandro De Nicola dedica l’editoriale alla questione Giustizia e ai “tre nodi da sciogliere”: “Che in Italia ci sia una 'questione giustizia' è innegabile e credo si possa ricondurre ad un triplice ordine di problemi. Il primo è l’inefficienza. Il secondo è l’autoreferenzialità. Il terzo è la commistione tra magistratura inquirente e giudicante. Naturalmente non parliamo di problemi ignoti alla politica italiana, ma ora siamo forse a un momento di tale gravità e di iniziative che prescindono da scontri politici che si potrebbe arrivare ad una svolta. Partiamo dalla separazione delle carriere. L’Unione delle Camere Penali ha proposto una modifica costituzionale, in discussione in Parlamento, che pur mantenendo l’assoluta indipendenza dell’ordine giudiziario, istituisce però due percorsi di carriera separati e due Csm, uno per i Pm, l’altro per i giudicanti. Il disegno di legge si può migliorare laddove prevede che metà del Consiglio sia composto da giuristi nominati dalla politica. Un componente nominato dalla conferenza dei rettori, uno dal Consiglio Nazionale Forense, uno dal Consiglio del Notariato e così via, ad esempio, assicurerebbe competenza e meno politicizzazione. Sull’autoreferenzialità è ottima la recente proposta del Partito Democratico che prevede di separare la sezione disciplinare dal Csm ed istituire un’Alta Corte indipendente che deliberi sui procedimenti disciplinari riguardanti i magistrati. Basta con accuse di favoritismi o tolleranza. Quanto alle promozioni, oggi non ci sono i requisiti per esaminare efficacia e competenza dei togati, se non una revisione quadriennale del loro operato dal quale solo il 2% esce con una valutazione negativa: una stortura. Infine l’efficienza: preparazione gestionale dei giudici; potere direttivo del Presidente del Tribunale che possa avere dirigenti-manager; spazio a esperti di amministrazione; rientro dei magistrati in forza ai ministeri; criteri di valutazione degli uffici. Abbiamo bisogno di una magistratura imparziale e competente, autorevole e rispettata: è la base di ogni ordinamento civile, prospero e democratico. Speriamo che non prevalga lo spirito corporativo, il migliore alleato del populismo dileggiante”.
 
Francesco Grillo, il Messaggero
“Fino a che livello si può indebitare uno Stato costretto a proteggere cittadini e imprese rimaste senza lavoro, prima di rischiare il fallimento e di trascinarvi un’intera economia? Come è possibile che iniezioni di liquidità nel sistema così ingenti come quelle viste dopo la crisi del 2007, non abbiano infiammato l’inflazione? E perché, però, stimoli fiscali di grandissime dimensioni non sono riusciti, negli ultimi anni, a farci uscire da quella stagnazione secolare che ha preceduto la grande Depressione nella quale ci ha fatto precipitare un microscopico virus?” Sono le domande che Francesco Grillo pone sul Messaggero avanzando anche possibili risposte: “Tre sembrano le intuizioni utili a rinnovare una teoria in affanno. La prima è che non può essere vero che abbiamo inventato un modo per fabbricare soldi senza pagarne le conseguenze. La seconda è relativa tassi di interesse: è vero che essi sono negativi e, però, la possibilità di accedervi è in buona parte limitata a Stati e imprese che in alcuni già non sono più tecnicamente solvibili; molto più difficile è accedere al capitale per giovani imprenditori che puntassero a trasformazioni radicali. La terza è quella sul ruolo della tecnologia che i modelli econometrici non riescono ad incorporare nelle proprie previsioni. Il costo di memorizzare, processare, trasmettere informazioni si sta riducendo della metà ogni diciotto mesi. Da circa trent’anni. Ciò produce un effetto deflattivo sui prezzi che è probabilmente compatibile con livelli di inflazione negativi. È venuto, allora, il tempo di ripensare l’economia attorno a ipotesi non convenzionali e coraggiose: quella di consentire alle tecnologie di portarci sistematicamente verso tassi di inflazione negativi; di costruire nuove forme di Welfare, nuovi sistemi pensionistici e mercati del lavoro che arrivino a concepire la possibilità che i salari possano seguire una riduzione dei prezzi; di immaginare un ruolo dello Stato che sia non solo quello di investitore di ultima istanza ma di promotore di un’innovazione di medio periodo. Reinventare l’economia richiede saper mettere insieme mestieri diversi e diverse scienze: matematica per verificare ipotesi; sensibilità politica; capacità di comunicare; una buona dose di pragmatismo. Per troppi anni, invece, siamo rimasti pigramente imprigionati di modelli econometrici basati su convinzioni sempre più lontane dalla realtà: buoni per scrivere articoli scientifici che nessuno legge; non certo per comprendere e governare la trasformazione – tecnologica e cognitiva - che sta cambiando la vita di centinaia di milioni di persone”.
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