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La democrazia tra eccezione ed emergenza

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 30/07/2020

La democrazia tra eccezione ed emergenza La democrazia tra eccezione ed emergenza Donatella Di Cesare, La Stampa
La filosofa Donatella Di Cesare, sulla Stampa, si occupa dei rischi per la democrazia derivanti dal prolungamento dell’emergenza chiesto da Giuseppe Conte. Un problema, a suo avviso, da affrontare distinguendo tra eccezione ed emergenza. Quando in filosofia si parla di “stato d’eccezione” – spiega Di Cesare – si critica implicitamente il modello della democrazia liberale che, a uno sguardo approfondito, contiene in sé il rischio di scivolare verso una sospensione delle leggi e dei diritti. È insomma l’avvertimento di chi giudica un modello di governo alla luce dei totalitarismi novecenteschi. Questo non significa che la democrazia sia l’anticamera della dittatura né, tanto meno, che il premier sia un tiranno. Conclusioni del genere sono pretestuose. L’emergenza dichiarata il 31 gennaio scorso, e adesso prolungata, riguarda un rischio sanitario che non ha precedenti. Non si dirà mai abbastanza che la situazione provocata dal coronavirus è assolutamente inedita. Ecco perché tutto diventa complicato. Non solo per chi è governato, ma anche per chi governa. Certo i confini sono labili, ma chi non distingue tra emergenza ed eccezione rischia di prendere chine rovinose e di trovarsi, suo malgrado, a un convegno di negazionisti. È capitato a Sabino Cassese che, per difendere la propria posizione, ha dovuto ribadire che l’emergenza non c’è, non c’è più. Perché il virus sarebbe “sotto controllo”. Ma chi può dirlo? Non abbiamo imparato finora che questo virus, oltre a essere invisibile (perciò inganna) è anche imponderabile? Chi oggi grida “all’eccezione” finisce per scivolare, magari inavvertitamente, nel negazionismo. Rifiutare i provvedimenti adottati per frenare il propagarsi del virus (compreso il prolungamento dell’emergenza) è, nel migliore dei casi, ingenuo e avventato. Il virus c’è e chi nega, o sminuisce, fa un affronto agli oltre trentamila morti.
 
Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Paolo Mieli si occupa del Pd e del suo ambiguo atteggiamento nei confronti della questione del rifinanziamento italiano della Guardia costiera libica. Mieli premette di ritenere che il piano elaborato nell’estate 2017 dal ministro dell’Interno Marco Minniti — imperniato sulla sperimentazione di canali legali peri fuggitivi, sul controllo Onu dei campi di contenzione nordafricani, sulla valorizzazione delle municipalità libiche come argine alla tratta dei migranti — non fosse affatto «di impianto salviniano», come affermano i suoi critici. Ma ricorda altresì che l’anno seguente, i compagni di partito di Minniti, per poter più agevolmente combattere Matteo Salvini, sconfessarono in buona sostanza le proposte di quel Minniti che era stato il loro ministro dell’Interno, abbandonandosi a dichiarazioni assai impegnative, mai immaginando un possibile ritorno alla guida del Paese. Invece nell’estate successiva tutto si è capovolto, talché adesso il Pd si trova nelle condizioni di dover far convivere il realismo manifestato ai tempi del governo Gentiloni con i proclami per l’accoglimento senza condizioni lanciati quando a Palazzo Chigi c’era Conte versione uno. Lo scorso febbraio, inoltre, l’Assemblea nazionale del Pd votò all’unanimità contro il rifinanziamento della Guardia costiera libica. Invece nel giorno della verità i parlamentari del partito di Zingaretti — con poche eccezioni — si sono pronunciati a favore dei soldi ai guardiani della costa libica, dimostrando così – a differenza dei Cinque Stelle – di avere una assai minore propensione a tenere duro sui principi in cui affermano di credere. I pentastellati, infatti, conclude Mieli, talvolta cedono, ma almeno combattono per quello su cui si sono impegnati al cospetto dei propri elettori. La sinistra, a quel che è dato vedere, meno. Molto meno.
 
Tito Boeri, la Repubblica
Tito Boeri su Repubblica indica le otto principali lacune – per usare un eufemismo, precisa l’ex presidente dell’Inps – del bando di gara per l’acquisizione di nuovi banchi individuali a rotelle per le scuole, necessari, secondo la ministra Azzolina, per mantenere il distanziamento fisico fra gli alunni e ridurre il rischio di contagio. Primo, il lotto minimo previsto dalla gara è superiore all’intera capacità produttiva nazionale: 200 mila banchi e 70 mila sedie consegnate e montate in tre settimane. Secondo, mettendo insieme i requisiti di partecipazione (avere prodotto 400 mila banchi nei tre anni precedenti e avere già fornito scuole italiane), si ottiene un insieme vuoto: nessuna azienda è in grado di soddisfarli. Terzo, il bando non sa fornire alcuna indicazione su quali scuole vorranno quanti banchi, di che tipo e con quali servizi accessori. Quarto, viene richiesta “flessibilità dimensionale” sul 20% dei prodotti offerti senza chiarire in cosa consista questa flessibilità. Quinto lo smaltimento dei vecchi banchi entra nella gara, ma questo servizio non può concorrere alla formazione del prezzo. Sesto, nonostante nelle condizioni attuali capiti spesso che le imprese promettono ma poi non consegnano quanto promesso, perché non richiedere nel bando delucidazioni su come l’offerente prevede di onorare il contratto (quanti banchi ha in magazzino, quanti ne può produrre al giorno, etc.) e indicare penali particolarmente severe che dissuadano da comportamenti opportunistici? Settimo, i punteggi assegnano più peso alla quantità che alla qualità. Ottavo, ma non per importanza, la commissione giudicatrice avrà 4 giorni per decidere quando gare di questo tipo richiedono normalmente 40 giorni. Il rischio di fare scelte sbagliate è altissimo. Questi difetti del bando sono dovuti, crediamo, più a incompetenza che a convinzioni ideologiche o alla fretta.
 
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