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Il sogno tradito di Tunisi

Redazione InPi¨ 28/07/2020

Altro parere Altro parere Domenico Quirico, La Stampa
Sulla Stampa Domenico Quirico parla della Tunisia, da cui partono sempre più migranti diretti in Italia, e di quel che resta della primavera araba. “Dieci anni dopo la Tunisia è di nuovo, per i suoi ragazzi, un paese senza speranza. Sono ridiventati migranti, naufraghi, questuanti, disperati. Il suo oggi non è differente dal suo ieri, la delusione per la democrazia soffocata da un fiorente malcostume, da una soda miseria striscia, affiora proterva, infine straripa. C’è chi rimpiange il dittatore e maledice i tempi nuovi, chi applaude alle tentazioni torve e fanatiche che hanno spinto migliaia di bigotti guerrieri nel jihad. La piccola Tunisia è stata esempio e speranza per una generazione araba che voleva spezzare l’età dell’inerzia ma la democrazia va annaffiata con il buongoverno, lo sviluppo economico, altrimenti secca e muore. I giovani tunisini hanno lottato, nulla è stato loro donato. Ma ne hanno dovuto pagare l’intero prezzo. Dieci anni dopo è come se il mondo fosse rimasto immobile. La bella gente tunisina è rimasta ricca, come ai tempi del tiranno, i poveri, poveri. Forse di più. In mezzo ci sono undici governi spesso indecenti, sempre inetti, il pigia pigia e la mischia degli interessi politici, il dodicesimo sarà affidato all’attuale ministro degli Interni dimissionario Hichem Mechici, l’interlocutore della Lamorgese, accorsa per fermare i migranti. Difficile immaginare cosa possa garantirgli, mentre voci di nuove elezioni inveleniscono già l’aria. Il trenta per cento della popolazione delle zone interne è sotto il livello di povertà, la disoccupazione assidera strati vasti di popolo minuto e di portatori di titoli di studio. I tunisini dopo dieci anni hanno riscoperto la strada della protesta furibonda e invelenita, del corteo via via più arrabbiato, dello sciopero, del blocco stradale. Ma partire, emigrare, la scorciatoia del barcone aiuta in fondo i faccendieri e per ora annacqua la ipotesi rivoluzionaria, un nuovo 2011 che faccia piazza pulita”.
 
Claudio Cerasa, Il Foglio
Un editoriale non firmato sul Foglio, e quindi attribuibile al direttore Claudio Cerasa, parla dei dubbi sulla nazionalizzazione di Autostrade sollevati dai fondi internazionali. “La questione Autostrade sembrava risolta, e invece i problemi erano tutti nella soluzione: «Questo risultato tanto sperato lo raggiungeremo tramite un’operazione di mercato e non con la revoca. Se Aspi verrà quotata in Borsa come sembra, dobbiamo lavorare affinché la nuova società non sia assoggettata alle logiche di mercato», disse Luigi Di Maio. Il comunicato con la nazionalizzazione «di mercato» e la quotazione in Borsa contro «le logiche di mercato», un doppio ossimoro da capogiro, sembrava un’altra gaffe di Di Maio e invece era la descrizione perfetta della strategia del governo, che ha cercato di far passare come rispettosa del mercato un’operazione che non lo era nelle intenzioni e negli esiti. Questa contraddizione è emersa con la dura presa di posizione degli azionisti di minoranza di Atlantia, rappresentati da Tci, uno dei più grandi fondi internazionali, che ha inviato dei reclami a Bruxelles contro un «esproprio» contrario alle leggi europee. A fare la differenza tra esproprio punitivo e operazione di mercato sarà il prezzo della compravendita, cioè la determinazione del valore di Aspi. Nel conto c’è da considerare il danno d’immagine per il paese: a protestare non sono gli azionisti di controllo ma grandi investitori internazionali che si oppongono ad aumenti di capitale «a prezzo ribassato» e pretendono che l’ingresso di Cdp avvenga attraverso un processo trasparente guidato da advisor internazionali per valutare il giusto prezzo delle azioni. E’, molto probabilmente, la strada che seguirà Cdp e che però rende meno conveniente l’investimento, non solo nell’immediato ma anche nel futuro se il governo intende aumentare gli investimenti e abbassare le tariffe. Alla fine, potrebbe essere un buon affare più per chi esce che per chi entra”.
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