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Cosý poco dietro le parole

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 13/07/2020

In edicola In edicola Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
“La discussione pubblica in Italia, e purtroppo anche la linea del governo, pare un gigantesco convegno. I titoli sono accattivanti: innovazione, formazione, digitalizzazione; senza dimenticare l’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Ma restano purtroppo titoli. Slogan. Annunci”. Lo scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera sottolineando che “di concreto c’è poco; se non un’azione — necessaria ma insufficiente — per congelare la crisi almeno sino all’autunno. Blocco dei licenziamenti, proroga della cassa integrazione, reddito d’emergenza. Tutto giusto. Ma un grande Paese industriale non può vivere di sussidi aspettando che passi la nottata. Occorrono sia una visione, sia misure concrete. Per ora non si vedono né l’una, né le altre. Il ponte di Genova è fatto; ma la vicenda della concessione delle Autostrade è tuttora irrisolta, come ha spiegato ieri Ferruccio de Bortoli. Purtroppo non è l’unico dossier di pagine bianche, l’unica cartellina plastificata e colorata che nasconde il nulla. Prendiamo il piano nazionale delle riforme. L’Italia è stata l’ultimo Paese a portarlo in Europa. Cosa c’è dentro? Avete indovinato: digitalizzazione, giovani, e poi ovviamente transizione ecologica, formazione permanente… Parole, appunto. Intendiamoci: anche gli altri Paesi si sono rifugiati più nelle formule che nei provvedimenti operativi. Il governo ha deciso che lo stato d’allarme sarà prorogato fino al 31 dicembre, cioè per quasi cinque mesi. D’accordo. In una situazione d’emergenza, anche una forzatura può essere giustificata. Ma per fare cosa? Le Camere hanno convertito il decreto rilancio. Sono 266 articoli. Come incideranno sulle nostre vite? Ogni piccola impresa, ogni partita Iva andrà alla ricerca di qualcosa che possa riguardarla; ma potrà fidarsi? Arriveranno in tempo i decreti attuativi? Un tempo si sprecavano soldi. Ora si sprecano parole. Ovviamente, non è solo colpa di un premier, di un ministro, di una formula politica. Non abbiamo nessuna prova che un governo di centrodestra farebbe meglio. Quanto a un nuovo esecutivo, con ministri più competenti e più credibili a livello internazionale (il che non dovrebbe essere impossibile), al momento non se ne vedono le condizioni; anche se forse presto se ne vedrà la necessità. Comunque evolva la situazione, un cambio di passo del governo in carica è forse ancora possibile, oltre che indispensabile. Altrimenti si condannerà da sé, per evidente inazione”.
 
Carlo Cottarelli, La Stampa
Sulla Stampa Carlo Cottarelli esamina la questione del Recovery Fund e degli aspetti in discussione. “Quali sono i punti del contendere? Il primo – sottolinea - è, appunto, il mix tra prestiti e trasferimenti a fondo perduto. La Commissione aveva proposto 500 miliardi di trasferimenti e 250 di prestiti, ma i quattro Paesi “frugali” (Svezia, Olanda, Austria e Danimarca) vorrebbero solo prestiti. Su questo si sono concentrati i media, ma, come ho detto, la differenza non è poi così abissale. Altri aspetti sono forse più importanti. Il presidente del Consiglio europeo, il belga Michel, ha infatti proposto alcune modifiche al progetto inizialmente avanzato dalla Commissione. Tra queste c’è una modifica del processo decisionale che porterebbe all’erogazione dei finanziamenti. Verrebbe previsto un maggior peso del Consiglio europeo rispetto alla Commissione nell’approvazione del programma da finanziare. Inoltre, nel Consiglio le decisioni verrebbero prese con una ‘maggioranza qualificata’, ossia una maggioranza ben superiore al 50%. Questo consentirebbe a gruppi di piccoli Paesi di avere voce in capitolo nell’approvazione dei piani nazionali. Sono convinto che alla fine, forse non questa settimana, ma comunque presto, si troverà un compromesso e il Next Generation Eu verrà approvato. Mi preoccupa però il prezzo politico che potrebbe dover essere pagato per raggiungere l’unanimità necessaria per approvare il piano. Purtroppo, visto il bisogno che ha l’Italia di un accordo, non possiamo fare in proposito la voce troppo grossa. Lo potremmo fare se avessimo iniziato questa crisi con un debito pubblico più basso e se non avessimo un’assoluta necessità del sostegno europeo per uscirne. Cosa accadrà una volta approvato il piano? Il nostro governo dovrebbe muoversi rapidamente presentando già a settembre-ottobre una bozza di programma, in modo tale da anticipare il più possibile l’erogazione dei fondi. Poi ci sarà l’implementazione. Il meccanismo innovativo di erogazione dei finanziamenti in base ai progressi nell’attuazione del programma è potenzialmente valido, ma sarà una possibile fonte di tensioni tra l’Italia e l’Europa, tensioni che si potrebbero estendere a tutto il prossimo quadriennio e che, probabilmente, coinvolgerebbero più di un governo italiano”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
“La proroga dello stato d’emergenza si avvia a diventare un nodo politico meno banale di quanto avessero previsto gli ideatori dell’operazione. Si era tentato, e si tenta ancora a Palazzo Chigi, di presentare tale proroga come una questione, diciamo così, tecnica: un gesto di prudenza, quasi un atto dovuto, circoscritto”. Lo scrive Stefano Folli su Repubblica e aggiunge: “Ovviamente Conte si è premurato di ottenere in via preliminare l’assenso della maggioranza (Pd, 5S, LeU, renziani) e non ha fatto fatica a ottenerlo, al netto di qualche distinguo, trattandosi di un passo che certo non indebolisce la coalizione: al contrario sulla carta la rende un po’ più compatta, anzi ingessata, come è accaduto nei mesi drammatici del Covid. In ogni caso il presidente del Consiglio, parlando alla stampa, ha dedicato alla proroga poche battute frettolose, proprio a sottolineare che si tratta di ordinaria amministrazione, una mossa preventiva nell’eventualità che una “seconda ondata” del virus ci investa. Senza dubbio Conte aveva considerato il solito malumore dell’opposizione, ma non se ne è curato. Tuttavia, aspetto meno trascurabile, c’è stata la protesta del presidente del Senato, Casellati, che ha chiesto un voto parlamentare nelle prossime ore e ha lamentato la costante sottovalutazione dell’assemblea da parte del governo. Questa uscita — a cui non si è associato il presidente della Camera — ha provocato una messa a punto di Palazzo Chigi in cui si spiega che per il momento non si vota, in quanto lo stato d’emergenza nasce da una delibera del Consiglio dei ministri che ancora si deve riunire. Come s’intuisce, una frizione istituzionale tra il vertice del governo e la presidenza di Palazzo Madama circa il rapporto governo-Parlamento non è il miglior viatico in vista dei prossimi mesi. Lo stato d’emergenza, concepito per una nuova crisi sanitaria, sarà in vigore, in mancanza di un ripensamento, fino al 31 dicembre (o fino al 31 ottobre). Quindi vivremo in emergenza l’autunno, il periodo in cui si teme il crollo dell’economia e non si escludono disordini sociali (vedi le parole del ministro dell’Interno). Ne deriva che la proroga “tecnica” in realtà si carica di sottintesi politici che sarebbe sbagliato minimizzare. Ecco allora che la proroga diventa un tema politico prioritario, imponendo al governo di presentarsi in Parlamento per una discussione non di maniera. Senza dimenticare che finora le Camere non si sono espresse nemmeno sul Mes a causa dei problemi della maggioranza.”
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