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Miozzo (Cts): su funerali e scuola le scelte piu' dolorose

Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera, 10 luglio

Redazione InPi¨ 10/07/2020

Agostino Miozzo Agostino Miozzo «La scelta più dolorosa? Vietare i funerali. Nel momento di massima disperazione abbiamo impedito alle persone di dare l’ultimo saluto ai propri cari. L’abbiamo fatto come protezione, ma è una cosa che ci porteremo dentro». Agostino Miozzo, 67 anni, direttore generale della Protezione civile, dove lavora da quasi vent’anni, è il coordinatore del Comitato tecnico scientifico. Durante l’emergenza ha tenuto insieme virologi ed epidemiologi, pediatri e geriatri, manager e funzionari, politici e tecnici. E adesso che si entra nella fase più delicata della ripartenza indica le due priorità: riorganizzare la scuola e tenere a bada i nuovi focolai. Fiorenza Sarzanini lo ha intervistato per il Corriere della Sera del 10 luglio. La chiusura dei voli da tredici Stati serve a proteggerci? «Sì, perché noi dobbiamo proteggerci rafforzando il sistema di controllo. Possiamo farlo se le persone continueranno a rispettare le regole, secondo tre pilastri: mascherina, distanza, igiene». Teme una seconda ondata? «Non possiamo escluderla ma adesso siamo più preparati. All’inizio abbiamo visto persone arrivare con i polmoni devastati. Ora chi ha la febbre si isola, le terapie intensive funzionano. Il sistema di tracciamento è attivo in tutta Italia. Siamo ottimisti anche se 200 nuovi contagi al giorno ci tengono svegli la notte». Le scuole possono diventare focolai? «Parliamo di quasi 12 milioni di persone tra studenti, insegnanti e personale. Milioni di famiglie. Stiamo lavorando a tempo pieno con il ministero dell’Istruzione proprio per evitarlo, consapevoli che la scuola è il Paese. Se non funziona, il Paese va a picco». Voi inizialmente eravate contrari alla chiusura. E' stato un errore fermare le lezioni? «Era l’inizio dell’epidemia, noi non avevamo alcun parametro di confronto con la comunità internazionale. Quando abbiamo avuto dati più precisi siamo stati d’accordo. E infatti abbiamo detto no alla riapertura». E siete stati contestati. «Era fine maggio, ci accusavano perché altri Stati avevano aperto evidentemente senza sapere che il nostro calendario non è uguale a quello dei tedeschi o degli altri Paesi del nord. E poi si è visto che avevamo ragione, visto che loro sono stati costretti a chiudere di nuovo». Lei ha già coordinato 94 riunioni, avete firmato 78 protocolli, fornito 579 pareri tecnici, 80 raccomandazioni. Tutti si chiedono che cosa succede in queste riunioni riservate degli scienziati. «Si discute, si litiga, ci si confronta. E si media fino a trovare l’accordo. Tutti i verbali sono stati votati all’unanimità. Ma questo non vuol dire che non ci siano divergenze, anzi. Però noi siamo la struttura alla quale il sistema politico si è affidato. La nostra analisi deve essere solida e inappellabile». Siete stati attaccati anche quando avete vietato corse e passeggiate. «Per capire: avevamo l’epidemiologo che voleva chiudere tutto, il geriatra che lanciava l’allarme sugli anziani che rischiavano di morire se non andavano a camminare, il pediatra che voleva far correre i bimbi. Dalle nostre decisioni dipendeva il destino delle persone, non voglio essere esagerato ma alcuni verbali erano segnati dalle lacrime». E poi siete diventati il Comitato dei no. «Abbiamo anche detto tanti sì, soprattutto quando sono state indicate le riaperture. All’inizio la cosa più difficile da decidere è stata tenere chiusi i giovani. Loro devono essere all’apice se vuoi che il Paese rimanga vitale. Però in quel momento era giusto. Ci siamo sempre fatti guidare dai dati. Ma abbiamo anche avuto il problema di valutare il costo umano ed economico delle nostre scelte». Che cosa vuol dire? «Se dico che i banchi della scuola devono essere singoli vuol dire che lo Stato ne dovrà comprare più di 2 milioni. Hai sempre il dilemma tra la realtà e quello che dice la scienza. Poi devi indicare la strada alla politica che si è affidata a noi. Abbiamo avuto un’ottima sintonia col ministro Speranza.». La politica si è nascosta dietro di voi in alcune occasioni? «Non credo, anche se è evidente che noi siamo una sponda valida per giustificare alcune scelte di fronte ai cittadini». E non avete fatto errori? «Possiamo aver generato qualche problema, ad esempio quando abbiamo detto che al chiuso potevano esserci massimo 200 persone e all’aperto mille, però sinceramente non mi rimprovero errori gravi». Ci sono stati momenti in cui ogni scienziato o esperto diceva una cosa diversa. «Non erano componenti del Comitato e anche noi l’abbiamo subìto. Abbiamo sofferto l’eccessiva esposizione del mondo scientifico. Ancora adesso ognuno dice di avere una ricetta e la spara generando confusione. L’eccesso di comunicazione può essere devastante, così come le fake news. Anche su questo abbiamo avuto problemi seri». Non bastava smentire? «No, nell’era dei social non basta. C’è stato chi è arrivato a dire che mettere le mascherine era sbagliato. Io ancora ricevo mail di insulti e minacce perché sono andato alla Camera a dire che la mascherina doveva essere obbligatoria». Le hanno fatto cambiare idea? «No, anzi». Lei ha gestito tsunami, alluvioni, terremoti e adesso la pandemia. Dove ha incontrato maggiori difficoltà? «Quello che stiamo vivendo non ha confronto. Nel disastro naturale subisci una botta e devi ricostruire. Dopo sei mesi di Covid-19 siamo ancora nell’incertezza del futuro». Quando finirà? «Non so rispondere, però so come possiamo contenerla: dobbiamo essere prudenti, attenti e prendere decisioni chiare e univoche. Uso una metafora militare: per vincere la battaglia non ci vuole un tavolo di discussione, ma un generale che decide».
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