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Un ritardo colpevole e senza alibi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 09/07/2020

In edicola In edicola Stefano Cappellini, la Repubblica
“Per un governo che eccelle nell’arte del rinvio, il momento peggiore è sempre quello nel quale non è più possibile rinviare. Nel caso di Autostrade il limite alle pulsioni dilatorie dell’esecutivo è arrivato nel peggiore dei modi”. Lo scrive Stefano Cappellini che firma l’editoriale odierno di Repubblica: “Un passaggio burocratico, una letterina di quelle che la macchina dei ministeri produce a centinaia ogni mese, la cui forma ordinaria stona però con il contenuto: il ministero delle Infrastrutture comunica al commissario e sindaco di Genova Bucci che la gestione del nuovo ponte di Genova è affidata pro tempore ad Aspi. Aspi è il medesimo concessionario che gestiva il ponte Morandi quando il suo cedimento strutturale ha inghiottito la vita di 43 persone e ferito a morte una intera città. A due anni dalla tragedia né il governo Conte uno a trazione leghista né la sua versione bis risciacquata a sinistra sono stati capaci di prendere una decisione, cioè se revocare o meno la concessione ad Autostrade. L’inerzia della burocrazia ha rimesso le chiavi del ponte in mano al gestore di prima, e non per una consapevole scelta della politica, cosa che avrebbe quantomeno avuto un senso, bensì per la sua latitanza. Questa evidenza è esplosa come un insulto alle orecchie non solo dei parenti delle vittime ma di tutta l’opinione pubblica, sia la parte schierata a favore della revoca sia quella più dubbiosa. Giuseppe Conte ora dice che bisogna decidere subito, come se forze oscure lo avessero sin qui trattenuto dalla possibilità di accelerare. Il Pd accredita la versione che la lettera è stata anche un modo per incalzare gli alleati sull’urgenza di una scelta, e pare una di quelle versioni questurine dove si prova spericolatamente a capovolgere il senso degli eventi quando non sono favorevoli alle forze dell’ordine. Il paradosso è che persino la volta che la politica ha prodotto qualcosa di buono si è vista ritorcere contro il successo, proprio perché l’eccezione, la ricostruzione in tempi record, fa risaltare ancora di più la regola, l’estenuante lentezza della nostra politica divenuta ormai strutturale anche a causa dei governi Frankenstein – il primo ben più spaventoso del secondo, sia chiaro – che hanno trascinato fin qui la legislatura”.
 
Massimo Giannini, La Stampa
“Anche La vicenda Autostrade è la perfetta allegoria del ‘malgoverno’. Un impasto inquietante di velleitarismo dilettantesco del potere pubblico e di cinismo tartufesco del capitale privato”. Lo scrive il direttore della Stampa Massimo Giannini. “La gestione dell’ex Ponte Morandi affidata ai Benetton è solo l’ultimo atto di una tragica farsa che dura ormai da due anni. In principio fu una concessione infausta, troppo generosa sulle tariffe e troppo lacunosa sulla sicurezza. Poi arrivò il 14 agosto, quando il viadotto sul Polcevera si sbriciolò in un amen portandosi via la vita di 43 innocenti. E quindi il 15 agosto, quando Giuseppe Conte premier dell’allora governo gialloverde annunciò sdegnato la revoca immediata della concessione ad Aspi, «perché la politica non può aspettare i tempi della giustizia». Reazione discutibile, ma comprensibile alla luce delle gravissime inadempienze del concessionario e addirittura dei tentativi di insabbiamento emersi dall’inchiesta giudiziaria in corso. Ma la politica ha invece aspettato, per 23 mesi, alternando bastone e carota nei confronti di Autostrade. Sul palcoscenico, muscolari minacce di «caducazione» del contratto. Dietro le quinte, paradossali richieste di aiuto per salvare Alitalia. Siamo andati avanti così per un tempo infinito, in un mutuo concorso di confusione e di irresponsabilità. Da una parte l’ala dura di M5S, fautrice della vendetta contro la famiglia Benetton, dall’altra l’ala morbida del Pd, paladina della trattativa Stato-Atlantia. In mezzo, l’Avvocato del Popolo Conte, indeciso a tutto, e la ministra De Micheli, scomparsa dopo aver annunciato l’ormai avvenuta “chiusura del dossier” già a febbraio. Fino all’altroieri, quando si è ricordata che qualcuno il nuovo Ponte Morandi ormai completato lo deve pur gestire, e che quel qualcuno non può essere altri che l’odiata Aspi. L’ultima beffa per i familiari delle vittime. Ma anche l’ultima gaffe per una maggioranza in crisi di nervi. Non si capisce più chi decide che cosa. Il premier parla di ‘situazione paradossale’, come se fosse un passante e non il capo del governo. La ministra parla di ‘assegnazione pro-tempore’, come se in gioco ci fosse un chiosco di frutta e non un’infrastruttura fondamentale per il riscatto di una regione e di un intero Paese. Spiace dirlo, ma altrove per molto meno saltano poltrone. Qui non succede niente”.
 
Carlo Verdelli, Corriere della Sera
“Cura Italia, Rilancio Italia, e adesso Corri Italia. Avanti tutta, disordinatamente. E dimenticando per la fretta di ridare un po’ di ossigeno a chi potrebbe aiutare davvero a curare le ferite di questo Paese, evitando una frattura che pare inesorabile tra chi ce la farà e chi sembra destinato a perdersi”. Lo scrive Carlo Verdelli Sul Corriere della Sera in un editoriale in cui parla dei sostegni dovuti al Terzo settore: “C’è una parte di società, neanche piccolissima, attrezzata per riuscire nell’impresa, o almeno per tentarla. Il problema è che finora nessuno le ha dato l’aiuto di cui ha un disperato bisogno per non venire cancellata dall’ondata impetuosa del virus. È l’Italia che da sempre si prende cura dell’Italia, specie quella trascurata. La nostra protezione sociale, in servizio permanente ed effettivo. Chi la soccorre perché continui, specie adesso, a soccorrerci? Senza questa specie di esercito generoso della salvezza, l’Italia avrebbe faticato ancora di più di quanto abbia patito a superare la fase più crudele dell’emergenza Covid. Ma anche l’immensa rete della solidarietà è uscita smagliata e impoverita dalla lunga trincea contro le raffiche della pandemia: stessi costi, ma chiusura dei flussi di ricavi, dalla raccolta fondi alle donazioni, dal sostegno degli enti locali all’impossibilità di organizzare eventi per autofinanziarsi. Rammendare, e da subito, quella rete dovrebbe essere una delle prime voci nell’agenda di governo. Non risulta che lo sia. Non è una delle priorità, pur essendolo. Finora ha ricevuto 100 milioni di euro (più 120 per il Sud), a fronte di una richiesta di un miliardo, e senza avere ancora ottenuto il credito agevolato delle banche garantito dallo Stato, concesso invece, almeno sulla carta, alle imprese di profitto. Se l’esercito del bene comune verrà smantellato, oppure messo in condizioni di non poter ricominciare il suo paziente lavoro di ricucitura di un Paese sempre più strappato, il saldo che la crisi ci presenterà non sarà socialmente affrontabile”.
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