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La (lunga) lista dei buoni propositi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 08/07/2020

La (lunga) lista dei buoni propositi La (lunga) lista dei buoni propositi Massimo Franco, Corriere della Sera
Massimo Franco, sul Corriere della Sera, commenta il decreto semplificazioni approvato dal Consiglio dei ministri. Un provvedimento contenente una massa di progetti schiacciante. Riflette una logica della quantità, usata per trasmettere la sensazione di una rivoluzione benefica destinata a trasformare l’Italia. L’obiettivo, neanche velato, è di permettere al premier Giuseppe Conte di compiere il suo pellegrinaggio europeo con le carte virtualmente in regola. Ma è proprio l’indicazione di «centotrenta progetti strategici» a disorientare: troppi. Al di là dell’ironia stimolata dal solito accordo raggiunto dal Consiglio dei ministri all’alba e con la postilla «salvo intese», che lo consegna a un limbo, sconcerta la voglia di sorprendere. Nel profluvio di parole del premier in conferenza stampa si tratteggia un futuro roseo per il Paese, proprio mentre la Commissione europea fa sapere che il Prodotto interno lordo italiano di quest’anno subirà un calo da brivido: l’11,2 per cento. Sono impegni che sarebbe ingeneroso liquidare come velleitari o come fumo negli occhi dell’Europa e dell’opinione pubblica. Ma non si può neanche tacere che sanno di «già visto» e ascoltato. Il sospetto è che la grandiosità dei progetti sia inversamente proporzionale alla probabilità che vengano realizzati; e che rifletta un difetto di sintesi indispensabile, invece, in una fase di crisi feroce, nella quale presto sarà necessario compiere scelte nette. Né si può sottovalutare l’assenza di compattezza politica. Un progetto così ambizioso viene affidato a una maggioranza che non riesce neanche a mettersi d’accordo sul prestito del Mes. Non bastasse, rimane ai margini un’opposizione invitata dal premier al dialogo ma non ancora convocata, col risultato di innescare un gioco di dispetti e demagogie contrapposte che promette ulteriori tensioni parlamentari: salvo, poi, negoziare un pugno di voti in extremis, magari sottobanco.
 
Francesco Bei, la Repubblica
Anche Francesco Bei su Repubblica si occupa del decreto semplificazioni. E dice che ascoltando le parole di Giuseppe Conte si viene colti da uno straordinario senso di déjà vu. Più o meno tutti i governi degli ultimi 20 anni hanno promesso grandi opere, digitalizzazione della P.A. e commissari straordinari per aprire i cantieri. È una tradizione italiana, come il presepe a Natale, e non se la deve prendere il capo del governo se le sue iperboli – «una rivoluzione mai vista», un «risultato clamoroso», «una serie di norme rivoluzionarie» – siano state accolte con un deficit di entusiasmo rispetto a quello che magari si sarebbe aspettato. La vera “rivoluzione” sarebbe infatti riuscire a far funzionare la Pubblica amministrazione che c’è, invece di inventarsi commissari straordinari o l’ennesima norma derogatoria, per di più limitata nel tempo, che semmai aggiunge confusione in un Paese nel quale la certezza del diritto è una chimera. Piuttosto che continuare a dipingere i funzionari pubblici come i freni alla voglia scalpitante del governo di inaugurare cantieri, sarebbe opportuno ricordarsi che al vertice della P.A. c’è il governo e, al vertice del governo, il primo dei funzionari italiani è proprio l’avvocato del popolo. Sorvolando sull’ennesimo spiacevole “salvo intese”, per il quale si approva di corsa un decreto che ancora non si vede e non si vedrà per giorni, l’impressione invece è che il presidente del Consiglio stia affastellando una serie di misure nel tentativo di dimostrare che il governo esiste e non se ne sta con le mani in mano mentre il Paese affonda. Perché la verità amara, dietro le slide e le “rivoluzioni” annunciate, è che stiamo davvero precipitando, a un ritmo e a una profondità che nessuno si aspettava.
 
Giampiero Massolo, La Stampa
Europa tedesca o Germania europea? Temuta la prima, auspicata la seconda, scrive Giampiero Massolo sulla Stampa. Questione comunque al centro della storia continentale e del suo processo d’integrazione. Anche ora che Berlino ha assunto la presidenza di turno dell’Unione Europea. Fa da sfondo al giro di capitali del Presidente Conte: aiutare Angela Merkel a risolverla, aiuta noi stessi. Si fa senza partito preso, con progetti nazionali credibili e concreti. La Cancelliera ha in effetti posto le premesse per il suo sostanziale superamento. Lo ha fatto - convinta finalmente che la debolezza di alcuni può essere la rovina di tutti - accantonando decenni di ortodossia del rigore, con una sua personale versione del «whatever it takes». Intesa a salvare il mercato unico dall’implosione, indicare la via ai Paesi “frugali”, ricucire - ecco il punto - il rapporto con le opinioni pubbliche divenute euroscettiche. La Germania europea. Lo ha fatto, allo stesso tempo, certa della sua forza ritrovata all’interno per aver gestito al meglio la pandemia e consapevole del peso insostituibile di Berlino per definire le priorità europee e consentirne la realizzazione. Ben al di là dell’ossequio più o meno formale al motore franco-tedesco. L’Europa tedesca. Il covid ha ancora una volta accelerato i processi e favorito una sintesi proficua che pareva irraggiungibile. Occorre prenderne atto e trarne le conseguenze. Potrebbero rivelarsi positive. L’effetto principale è strutturale. L’Europa si è rimessa in moto e, per quanto faticosamente e non senza contraddizioni, cerca di far muovere in sinergia le sue istituzioni. La svolta della Germania merkeliana è, sotto questo profilo, cruciale: rappresenta un tentativo di passare dalle contrapposizioni dogmatiche al confronto sui progetti concreti.
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