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Altro parere

Elogio delle condizionalità

Redazione InPiù 07/07/2020

Altro parere Altro parere Claudio Cerasa, Il Foglio
Sul Foglio il direttore Claudio Cerasa tesse un elogio delle condizionalità e dei vincoli europei. “Rispetto al Mes, - ricorda Cerasa - l’unico requisito per accedere alla linea di credito sarà che gli stati membri si impegnino a utilizzarla per sostenere l’assistenza sanitaria diretta e indiretta, i costi relativi alla cura e alla prevenzione dovuti alla crisi Covid19. Ma ciò che a proposito di condizionalità risulta più surreale è che la classe dirigente politica, su questo tema, si rifiuta di riconoscere alcune verità. La prima è che i paesi che hanno ricevuto in passato i prestiti dal Mes sono stati Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro e che di questi paesi sono 4 quelli usciti dalla stagione delle cattivissime condizionalità europee in una situazione migliore rispetto a chi, come l’Italia, quelle condizionalità non le ha fatte proprie. La seconda verità è che le famose condizionalità dell’Europa oggi non hanno più niente a che fare con le vecchie discussioni relative ai parametri di Maastricht e ai vincoli di bilancio ma hanno a che fare con le raccomandazioni offerte a ciascun paese contenute nelle Country Specific Recommendations pubblicate ogni anno a maggio dalla Commissione Ue. E di fronte a queste raccomandazioni verrebbe da dire che solo una classe dirigente irresponsabile può considerare il nuovo vincolo esterno come un cappio per l’Italia. Si potrebbe concludere il nostro ragionamento semplicemente urlando “viva le condizionalità!” se non fosse che nel surreale dibattito attorno al Fondo salva stati è presente un elemento interessante che riguarda un meccanismo previsto da un altro strumento europeo al quale l’Italia ha già scelto di accedere quando ci sarà: il Recovery plan. E’ possibile che i 172 miliardi del Recovery previsti per il nostro paese non arriveranno presto. Ma è invece certo che i paesi che richiederanno quei soldi dovranno usare i fondi legandoli proprio al raggiungimento degli obiettivi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione. E se nei prossimi anni il percorso dell’Italia sarà ancorato ancora più di oggi alle condizionalità dell’Europa, ci sono buone ragioni forse per essere ottimisti e per sperare che il nostro paese possa affrontare la crisi economica con meno difficoltà del previsto. Viva il vincolo esterno, viva le condizionalità!”.
 
Karima Moual, La Stampa
Sulla Stampa Karima Moual critica quanto affermato in un'intervista da Silvia Romano, la cooperante italiana sequestrata in Africa e convertitasi all’Islam («Per me il velo è un simbolo di libertà, perché sento che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore»; «Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale». Aicha – premette Moual - è libera di mettersi il velo ma quello che non può passare in sordina è il messaggio, tutt’altro che democratico, che le sue parole rivelano. Parla di libertà, onore e dignità nel suo velo, ma mette le altre donne nella gabbia di parole come «mercificazione del corpo», «oggetto sessuale». Ecco, le generalizzazioni sono la morte della democrazia. Sono comunque sintomi di radicalizzazione. Se la sua conversione ha prodotto questa radicale divisione, tra donne velate e non velate, non c’è da stare sereni. Intanto per la comunità musulmana integrata nel nostro Paese: ragazze di seconda generazione alle prese con conflitti di patriarcati vecchi e nuovi. In generale, poi, nelle parole di Silvia viene meno l’anima stessa della libertà delle donne al di là del loro credo. E, ancora, l’uomo viene rappresentato come belva in preda a istinti sessuali. La mercificazione del corpo è una cosa seria, e lo è nella sua nudità come nella sua copertura, quando al centro non c’è la libertà di scelta. E non importa che siano le mode di una società a dettare l’outfit o un uomo che si nasconde dietro un Dio, perché le vittime sono sempre le donne, anche se sappiamo quanto siano più feroci gli uomini vestiti da Dei. Nelle società islamiche quando si tratta di donne, quel filo di libertà, che comunque in Occidente si è conquistato seppur ancora non pienamente, è ancora molto labile. In quel cammino, che molte donne musulmane stanno portando avanti, la lettura radicale di Silvia-Aicha non è utile, perché il fine per tutte noi dovrebbe essere la libertà: delle nostre teste, del nostro animo e dei nostri corpi. Una libertà senza compromessi”.
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