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Cimbri: ôLa scalata a Mediobanca operazione ambigua di Del Vecchioö

Giovanni Pons, la Repubblica, 2 luglio

Redazione InPi¨ 03/07/2020

Cimbri: ôLa scalata a Mediobanca operazione ambigua di Del Vecchioö Cimbri: ôLa scalata a Mediobanca operazione ambigua di Del Vecchioö La scalata a Mediobanca è un’operazione ambigua da parte di Del Vecchio. Intervistato da Giovanni Pons per la Repubblica del 2 luglio, l’ad di UnipolSai, Carlo Cimbri parla così dell’operazione tentata dal patron di Luxottica. Dottor Cimbri Leonardo Del Vecchio ha da poco chiesto alla Bce di poter salire fino al 20% di Mediobanca. Lei, da azionista con il 2%, come giudica questa mossa? «Sono perplesso. Dando per scontato che Del Vecchio possiede sicuramente i requisiti patrimoniali e di onorabilità per detenere una quota di tale entità in una banca, mi chiedo quale sia il senso industriale di questa operazione. Dare nuovo impulso a Generali? Ma Delfin è già presente nella compagnia da molti anni e immagino abbia contribuito alle recenti scelte industriali». Del Vecchio ha detto di non voler presentare liste per rinnovare il cda di Mediobanca, dunque la quota del 20% sarebbe una presenza puramente finanziaria, a difesa di eventuali attacchi da parte di qualche gruppo estero. «Sarebbe una finalità nobile, ma a mio avviso questa vicenda presenta ampie aree di ambiguità. Delfin era partita facendo delle critiche alla gestione e al management di Mediobanca, poi è tornata sui suoi passi immagino per favorire il buon esito dell’iter autorizzativo. Vedremo cosa succederà all’assemblea di ottobre. Certo è che con il 20% si può dare stabilità al management ma lo si può anche destabilizzare. Anche successivamente». Le critiche che faceva Del Vecchio sono molto simili a quelle sollevate dalla Bluebell in una recente lettera a Mediobanca. Secondo lei sono giustificate? «Se si riferisce alla distribuzione agli azionisti del 13% di azioni Generali mi sembra una proposta insensata. Facendolo riduci il patrimonio di Mediobanca e la rendi più debole in un momento in cui anche la Bce ha chiesto di non distribuire dividendi per non intaccare il capitale». Ma è giusto che Mediobanca abbia quasi il 40% dei propri utili che derivano dai dividendi percepiti da Generali? «È chiaro che il peso di Generali in Mediobanca è importante, ma credo che il management ne sia pienamente consapevole. Sono sicuro che se Alberto Nagel individuasse un’opportunità di crescita e di creazione di valore in un settore core per la propria attività, e se per finanziarlo ravvisasse opportuno ridurre la quota in Generali, lo farebbe senza indugio». Mediobanca è anche spesso accusata di aver tarpato le ali a Generali e ai suoi progetti di crescita, non essendo disponibile ad eventuali aumenti di capitale. È così? «L’ho sentito spesso, ma mi sembra uno slogan un po’ datato. Nella mia esperienza è il management che propone strategie di crescita e se i progetti sono buoni gli azionisti li supportano anche mettendo mano al portafoglio. Quando proposi l’acquisizione di Fondiaria Sai i miei azionisti, sia le cooperative che il mercato, mi hanno dato fiducia, hanno investito e sono stati ripagati. Essendo Mediobanca un operatore di mercato non vedo perché di fronte a progetti credibili e accrescitivi del valore di Generali non avrebbe dovuto o dovrebbe sostenerli». A proposito di operazioni di concentrazione, l’Ops di Intesa Sanpaolo su Ubi parte tra poco e vi vede protagonisti indiretti attraverso Bper che acquisirà 532 filiali che verranno dismesse. Andrà tutto liscio? «È un’operazione che rafforza il sistema bancario, che produce sinergie ed economie di scala, non solo per Intesa. Per Bper sarà una straordinaria opportunità di crescita, grazie a un milione di clienti in più che porteranno anche 30 miliardi di impieghi e raccolta. E lo sarà anche per il personale Ubi che se lo vorrà potrà lavorare nel mondo Bper con ottime prospettive di sviluppo. Conosco Bper, ha un’anima di estrazione popolare come Ubi, con la stessa vocazione al territorio. Si tratta di un gruppo in evoluzione che saprà valorizzare le ottime professionalità del mondo Ubi». Alcuni azionisti Ubi però continuano a essere contrari all’operazione. Come se lo spiega? «Nel merito non me lo spiego. Sono sicuro che i soci imprenditori sapranno guardare ai benefici derivanti dal lavorare con una banca più grande e più solida. Anche le Fondazioni potranno trasferire ai loro territori i vantaggi di far parte del gruppo Intesa. Sono fiducioso che la scelta degli azionisti Ubi sarà orientata alla ricerca del valore e non alla tutela delle poltrone».
 
Se il risultato dell’Ops arriverà al 51% ma non supererà il 66% ci saranno dei contraccolpi negativi? «Credo che con il 51% Intesa possa fare tutto, anche far passare le delibere nell’assemblea straordinaria che necessita di una maggioranza dei due terzi dei presenti. Se poi le operazioni successive saranno realizzate nell’interesse di tutti gli azionisti e del mercato non vedo perché dovrebbero trovare resistenza». È un momento particolare per la ripartenza del Paese. Arriveranno molti soldi dall’Europa ma intanto il Tesoro sta cercando di piazzare più titoli di Stato nei portafogli degli italiani. Lo trova giusto? «Come cittadino italiano sono sicuramente favorevole alla politica del Tesoro di mobilitare il più possibile le risorse finanziarie degli italiani. Come assicuratore purtroppo non posso fare lo stesso poiché la normativa regolatoria sul solvency mi costringe ad avere un mix di titoli di Stato di diversi paesi». Non la condivide? «Sono norme che presupporrebbero un bilancio unico europeo e l’esistenza degli Eurobond altrimenti discriminano un singolo Paese. Inoltre danno troppa enfasi alle valorizzazioni mark to market mentre per le assicurazioni l’importante è avere gli investimenti con scadenze pareggiate a quelle delle polizze degli assicurati». Non è spaventato dalla forte crescita del debito pubblico che l’Italia dovrà sopportare attingendo a prestiti europei che comunque dovranno essere restituiti? «Sono più spaventato dal fatto che non vedo dei progetti concreti in cui questi soldi verranno investiti per far crescere il Paese. Questo è il momento di fare scelte forti e di prendersi qualche rischio, per ridare fiducia alle persone. Dopo le grandi crisi i Paesi si riprendono con grandi investimenti pubblici, ma ci vorrebbe una forte coesione politica e sociale e una visione comune che al momento non vedo, ma a cui da cittadino faccio appello».
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