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L'audacia che manca a Pd e M5S

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 02/07/2020

In edicola In edicola Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera l’ex direttore Paolo Mieli firma l’editoriale in cui si parla “dell’audacia che manca a Pd e M5S”: “Convincenti – scrive - i dieci punti a favore del Mes che Nicola Zingaretti ha enunciato lunedì sulle colonne di questo giornale. Un manifesto assai efficace, ben scritto, ottimamente argomentato. Condivisibile, a parer nostro, dalla prima all’ultima parola. Spiace che i partner di governo abbiano lasciato cadere quel testo senza degnarlo nemmeno di qualche considerazione. Una scortesia non nuova nei confronti del segretario Pd, trattato con sufficienza dal M5S anche quando ha chiesto di riprendere in considerazione lo ius culturae o una radicale revisione dei decreti Salvini. Forse dipende dal fatto che, quando lancia le sue proposte, Zingaretti lascia trasparire di essere per così dire rassegnato a una mancata risposta dai seguaci di Vito Crimi. Ma forse invece la proposta di Zingaretti non è stata accolta per la generale consapevolezza del fatto che in Parlamento non c’è una maggioranza favorevole alla richiesta del Mes.  I Cinque Stelle stanno attraversando un momento troppo complicato perché si possa pensare che sia sufficiente una scossa elettrica per ottenere da loro un qualsiasi cambio di linea. D’altra parte i loro interlocutori non sono credibili se minacciano l’apertura di una crisi. Ragion per cui ogni monito («se non si fa questo o quello, faremo una brutta fine») appare come una provocazione a vuoto. Per ciò che attiene il resto della politica Pd e M5S danno mostra di essere poco esperti nell’esercizio dell’arte del compromesso. Lo storico Marco Revelli, voce assai autorevole della sinistra più radicale, ha esplicitato (sul Fatto) questa tesi: sarebbe «opportuno», a suo avviso, che il Pd prendesse in considerazione la conferma a Torino di Chiara Appendino e a Roma quella di Virginia Raggi. Quantomeno una delle due. Tutto sommato, Appendino e Raggi non sembrano a Revelli peggiori di tante altre persone alle quali la sinistra è stata e sarà costretta a dare il proprio voto. L’idea di Revelli appare audace. Molto audace. Forse troppo per una sinistra, come è quella italiana, insicura e incerta sulla propria identità. In ogni caso, sia questa o meno la strada da battere, è giunto il momento in cui non già il solo Zingaretti ma l’intero gruppo dirigente del Pd deve scegliere se quella con i Cinque Stelle è o no un’alleanza strategica”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
“Il semestre europeo a guida tedesca si annuncia come uno dei più ambiziosi per l’Unione. Angela Merkel amerebbe ormai confrontarsi con la storia, il che significa lasciare un segno prima che il suo ciclo si esaurisca. L’occasione è adesso. Solo che davanti al progetto merkeliano, al di là delle difficoltà del quadro internazionale, è scivolato un ostacolo di non poco conto: la scarsa affidabilità italiana”. Lo scrive Stefano Folli su Repubblica sottolineando come “sia fondato il rischio che i prossimi mesi siano segnati da una “questione romana” di nuovo tipo, in grado di assorbire tempo ed energie e di impedire che il semestre cominciato ieri si dimostri alle altezze delle aspettative, almeno per quanto riguarda il sentimento di Germania e Francia, i due Paesi più direttamente interessati al successo della Cancelliera. Per il rilievo che ha nello scacchiere europeo, l’Italia non può essere emarginata, ma nemmeno lasciata alla sua inconcludenza, per via delle ombre che si allungherebbero sull’Unione. A lungo, a Nord delle Alpi, si è sperato che la formula Pd-5S, con l’appoggio di forze più piccole come LeU e renziani, rappresentasse la soluzione del rebus in una chiave di stabilità europeista. Al governo di Giuseppe Conte, l’uomo che si era liberato di Salvini con una mossa del cavallo (citazione Renzi) era stato aperto un credito piuttosto generoso. Ora però, dopo lo psicodramma del Covid, i nodi stanno arrivando al pettine. Agli occhi della Cancelliera che ha alzato la bandiera dell’Europa, ovviamente senza dimenticare gli interessi della Germania e degli alleati nordici, il fatidico Mes è un passaggio obbligato per un Paese super-indebitato come l’Italia. Le condizioni per usufruirne non sono “inesistenti” ma sono politiche, come ormai è convinzione diffusa. Significa che si accetta una cornice fatta di impegni sulle riforme e di politiche di bilancio convergenti con gli altri Paesi. Del resto, analoghi comportamenti sono impliciti nel fondo Recovery ancora da negoziare: lo ha spiegato Mario Monti. La differenza è che il Mes si può ottenere quasi subito, mentre del Recovery si parlerà all’inizio del prossimo anno.
 
Francesco Guerrera, La Stampa
“Chi di condivisione ferisce, di condivisione perisce. Facebook, il sito che ha fatto miliardi di utili spronando la nostra voglia egocentrica di dire al mondo come prendiamo il caffè, è sotto accusa nella corte dell’opinione pubblica”. Lo scrive Francesco Guerrera sulla Stampa ricordando come “sono ormai più di 400 le società che hanno ritirato le inserzioni pubblicitarie dal social network perché, secondo loro, Facebook e il suo padre-padrone Mark Zuckerberg non fanno abbastanza per combattere la disinformazione, l’incitamento all’odio e le invettive razziste. Questa settimana, clamorosamente, anche Microsoft ha ammesso di aver sospeso la pubblicità su Facebook e Instagram, il sito di Zuckerberg dedicato a foto e video. La legge non scritta di Silicon Valley è che le grandi della tecnologia non si scontrano in piazza. Ma la forza delle proteste ha costretto persino Microsoft, l’azienda più conservatrice di ‘Big Tech’ a rompere con questo patto di non-aggressione. Zuckerberg ha risposto con una serie di misure per mettere un po’ d’ordine nel Far West dell’informazione da lui stesso ha creato, ma non sarà abbastanza per zittire i critici. Facebook non può soddisfare chi protesta senza distruggere il proprio modello di business. Il patto faustiano tra Zuckerberg e gli utenti è chiaro: ti dò un palcoscenico enorme per condividere quello che vuoi ma in cambio mi dai tutti i tuoi dati che io posso vendere a chi mi offre di più. E’ un patto accettato da miliardi di persone perché Facebook è una piattaforma fantastica ma funziona solo se tutti sono liberi di mandare messaggi su quello che vogliono. Il Far West dell’informazione è uno dei pilastri del modello-Facebook, non una conseguenza involontaria che può essere estirpata. Governi, regolatori e media vecchio stampo questo lo sanno ma, finora, ogni tentativo di limitare Facebook si è scontrato con l’idea della libertà d’espressione e del libero arbitrio degli utenti. Quest’ultima crisi cambia le carte in tavola. Tutto d’un tratto, Facebook non è più il bastione della libertà di parola ma il ricettacolo di teorie sballate, pensieri beceri e attacchi spregevoli. Sono, ovviamente, caricature che non descrivono la totalità dell’universo Facebook ma faranno buon gioco a politici, autorità di settore ed editori che non amano Facebook. Tra l’Antitrust, la Commissione europea e la campagna da parte di società dei media per farsi pagare per i contenuti, Zuckerberg era già sulla difensiva. La bordata delle multinazionali potrebbe essere l’inizio del declino per una delle aziende che hanno definito la nostra era”.
 
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