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Interviste da non perdere

Redazione InPiù 30/06/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Di Maio: serve una riforma fiscale che parta dall'Irpef
«L’Europa ha risposto con forza alla crisi e io ho fiducia nell’operato di Von der Leyen. Ora tocca al governo italiano dimostrare di essere all’altezza della sfida». Lo afferma il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che sulla Stampa, intervistato da Andrea Malaguti, non dice apertamente sì al Mes, ma neppure lo boccia. Perché continuate a dire no al Mes? «Guardi, le dico sinceramente quello che penso, ovvero che in questa crisi l’Europa ha risposto. La stessa Bce ci ha dato un grande sostegno acquistando i nostri titoli di Stato. Gli strumenti ora ci sono e dobbiamo riconoscerlo. Quindi basta piagnistei, tocca al governo dimostrare di essere all’altezza della sfida. Il presidente Conte continua a dire che sarà sufficiente il Recovery Fund e noi abbiamo fiducia nelle sue parole». Anche Zingaretti, suo alleato di governo, dice di avere fiducia in Conte. Ma quei soldi li vuole subito. «Dividerei il tema Mes dal tema sanità. Con Zingaretti condivido l’idea di un ammodernamento di un sistema sanitario che deve essere pubblico e accessibile a tutti. Ma sul Mes ripeto che non ho motivo di esprimermi». Avete dato (o promesso) soldi a pioggia. Non sarebbe stato più utile investire sulla riduzione del costo del lavoro e su una profonda riforma fiscale che partisse dal taglio dell’Irpef, come dice il governatore Visco? «Non abbiamo promesso soldi a pioggia e farlo sarebbe un errore. Abbiamo tolto l’Irap nel mese di giugno, l’Imu per gli immobili turistici e poi la Tosap. Non mi sembrano soldi a pioggia. Certo, è arrivato il momento di attivare strumenti di decontribuzione per le imprese. Vanno incentivati gli imprenditori. Il patto per l’export firmato alla Farnesina ha questo scopo. Bisogna ascoltare il mondo che produce perché è quello che dà lavoro». Come? «Per esempio spingendo sulla semplificazione del codice degli appalti. Ci sono moltissimi imprenditori pronti ad assumere e a riaprire i cantieri. Li aiuteremo». L’Irpef? «Le parole di Visco mi trovano d’accordo. Sì, serve una profonda riforma fiscale che parta proprio dall’Irpef».
 
Di Nicola: il governo rischia davvero
«Finiamola con il no ideologico al Mes, altrimenti il governo rischia davvero». Lo sostiene il senatore 5 Stelle Primo Di Nicola, intervistato su Repubblica da Matteo Pucciarelli. La pensa diversamente dal suo partito, perché? «Questo strumento non è più quello che ha portato allo strangolamento della Grecia. Oggi l’unica condizionalità è legata all’utilizzo in ambito sanitario per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Certo, c’è da aspettare che le regole del Mes vengano definitivamente scritte, ma Dio solo sa quanto bisogno abbiamo di quei 36 miliardi. Mi chiedo: se ne abbiamo bisogno e dovesse rivelarsi conveniente, perché no?». Condivide i 10 punti per il sì messi in fila dal segretario Pd Zingaretti? «Mi paiono proposte di buon senso, limitate alla sanità, che ha però bisogno di essere riformata togliendo alle Regioni le troppe competenze accordate negli ultimi decenni e che spesso si sono trasformate in sprechi e scandali». Non ha perplessità quindi. «Aspetti, i dubbi ci sono e riguardano i problemi che potrebbero crearsi se un paese non dovesse essere in grado di restituire il prestito. Quindi penso sia necessario chiarire che in ogni caso la sovranità nazionale non si tocca, lasciando ai paesi che dovessero trovarsi in difficoltà la libertà di individuare le ricette economiche più adatte a fronteggiare le eventuali crisi». Secondo lei le resistenze interne nel Movimento sono infrangibili? «Chissà, certo è che dalle posizioni preconcette, ideologiche, occorre passare a una linea ragionata, spiegando all’intero M5S che se si ricorresse al Mes risparmieremmo svariati miliardi di tassi di interesse che potremmo impiegare per le tante altre nostre emergenze». Sul Mes il governo rischia davvero? «Ho timore di sì. Soprattutto al Senato. Se la situazione non cambia i numeri sono troppo risicati per pensare di affrontare le emergenze che ci aspettano con gli assetti parlamentari attuali».
 
Tomasi: in Liguria stiamo lavorando per una rete più sicura
«Autostrade ha subito critiche per aver fatto troppo poco, negli anni. E’ comprensibile e ci impegniamo al massimo per cambiare. Ora, però, ci viene contestato di star facendo troppo. Bisogna essere onesti: certe attività non si possono fare senza arrecare disagio, ancor più in una realtà complessa come la Liguria. La sicurezza prima di tutto. E non è Autostrade per l’Italia ad aver deciso le modalità, seguiamo le regole che ci dà il ministero, sul cui rispetto rigoroso, anche alla luce del passato, non intendiamo transigere». Parola di Roberto Tomasi, amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, che in un’intervista a Roberto Sculli della Stampa parla dei cantieri sulla A26, A12, A10 che stanno creando gravissimi disagi al traffico. Ingegnere, la Liguria è allo stremo. Quando finirà? «La fase critica sarà superata a metà luglio, con le prime riaperture delle gallerie in manutenzione, che sono il 12% delle complessive 285. Ma vorrei chiarire come siamo arrivati qui. Sul fronte ispettivo, abbiamo completato il primo ciclo di controlli sul 100% della rete nazionale e sul 95% della rete ligure, impegnando società esterne. Tutti i passaggi sono stati condivisi col Mit che, il 20 maggio, ha adottato il sistema a livello nazionale». Perché nonostante il lockdown le attività sono in alto mare? «I lavori non si sono mai fermati. Ma il 26 maggio il Mit ci ha impartito nuove prescrizioni: smontare entro il 30 giugno tutte le onduline, che sono 350 mila metri quadri, attività che avevamo pianificato di concludere entro l’anno, dopo averne verificato la tenuta, per non impattare troppo sulla viabilità. Abbiamo avuto indicazioni differenti e ci siamo messi subito al lavoro per il nuovo programma». Il nodo genovese non regge. Che ne è stato della Gronda? «Il progetto giace al ministero dal dicembre del 2018».
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