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Altro parere

Una cura Draghi per uscire dalla palude

Redazione InPiù 25/06/2020

Altro parere Altro parere Raffaele Marmo, Il Giorno
All’Italia serve una ‘cura Draghi’ per uscire dalla palude. Lo scrive Raffaele Marmo sul Corriere della Sera. “C’è una ragione se il «whatever it takes» di Mario Draghi è entrato nella storia e dall’altro ieri anche nella Treccani: la ragione è che da subito, da un minuto dopo l’annuncio, è seguito realmente il «fare qualsiasi cosa» per salvare l’economia europea e l’Euro negli anni della Grande recessione post 2009. E c’è ugualmente una ragione se, invece, sta risalendo giorno dopo giorno, dalle viscere di una società martoriata e senza bussole, un grave e diffuso senso di sfiducia verso la possibilità che il premier Giuseppe Conte sia in grado, con il suo governo, di avviare una concreta azione di rilancio del Paese e del suo sistema economico nel dopo-Coronavirus. la ragione, nel tempo drammatico e tormentato che viviamo, è opposta a quella che ha portato l’ex governatore della Bce a diventare Super Mario: l’esecutivo giallo-rosso è bloccato nelle sabbie mobili delle non scelte e delle non decisioni. E ogni dichiarazione risulta via via come una petizione di principio, una clausola di stile, un mantra senza conseguenze operative. Senza che si intraveda una strategia compiuta di rilancio o anche solo un exit strategy che porti fuori l’Italia dalla palude economica e sociale nella quale siamo precipitati. Il Piano Colao è stato bruciato prima ancora di essere discusso. Il Piano Conte, che doveva uscire dai fantomatici Stati generali, si è rivelato un ballon d’essai. I singoli e specifici dossier aperti rischiano di esplodere di fronte a ogni soluzione possibile, tra veti incrociati e incapacità gestionali. E, per meglio rendersi conto, vale la pena citare almeno i titoli in fila in una sorta di filastrocca della paralisi nazionale: Ilva, Alitalia, Autostrade, Iva e tasse, cassa integrazione e costo del lavoro, banda larga e infrastrutture, Mes e Recovery Fund. E, per carità di Patria, indichiamo solo come traccia le voci giustizia, burocrazia, scuola, università e ricerca. Insomma, avremmo avuto e avremmo bisogno di un vero e rinnovato «whatever it takes». Ma di Draghi in circolazione ce n’è solo uno”.
 
Francesco Riccardi, Avvenire
“Giustizia è fatta. Alla Corte costituzionale è bastato davvero poco tempo per sancire che l’attuale importo della pensione di invalidità – 285,66 euro al mese – ‘non è sufficiente a soddisfare i bisogni primari della vita. È perciò violato il diritto al mantenimento che la Costituzione (all’articolo 38) garantisce agli inabili al lavoro».” Lo Scrive Francesco Riccardi su Avvenire: “È palese, infatti – continua - che quella cifra non può bastare a soddisfare le necessità minime di sostentamento di persone che non possono guadagnarsi altrimenti da vivere, non avendo capacità lavorativa. Ma soprattutto, agli stessi giudici costituzionali è balzata subito agli occhi l’altrettanto netta iniquità di quel trattamento rispetto ad altre misure previdenziali. Ma perché gli invalidi – impossibilitati da una disabilità a lavorare – dovrebbero (soprav)vivere con la metà rispetto a coloro che sono "semplicemente" disoccupati? Non ha senso. E infatti la Corte costituzionale ci ha messo davvero poco a fare i conti e decidere che il livello minimo – anche per l’assegno di invalidità – dev’essere di 516,46 euro al mese (per chi non ha altri redditi superiori a 6.713 euro annui). Ma se l’iniquità era così palese perché nessuno vi ha posto rimedio prima che la questione fosse sollevata davanti alla magistratura costituzionale? Per quattro motivi: il primo è che in questo Paese ancora si pensa che gli invalidi, i disabili, siano "una faccenda delle famiglie" e siano quest’ultime a doverli mantenere e curare. Il secondo è l’errore di percezione rispetto all’assegno di accompagnamento (520 euro mensili) incassato in aggiunta da molti invalidi ma che non serve al loro mantenimento, quanto a retribuire una persona – sia essa una badante o un familiare che resta a casa – perché provveda ad assisterli nei loro bisogni fisici. Il terzo, riguarda la scarsa rappresentanza sociale degli invalidi: le organizzazioni sono frammentate e senza peso politico; i sindacati hanno purtroppo perso da tempo la loro visione complessiva, preoccupati di difendere gli interessi dei pensionati ex-lavoratori che ne costituiscono la base e per i quali hanno ottenuto perfino la 14esima. l quarto, ma più importante motivo, è che la politica ha sul tema degli invalidi la coscienza sporca. In passato, ha utilizzato la leva delle pensioni di invalidità – anche finte – per risolvere situazioni di povertà estrema e costruirsi bacini elettorali con il voto di scambio”.
 
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