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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 24/06/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Luca Zaia: chiederò a Fratelli d’Italia un impegno pubblico scritto per l’autonomia
«Non esiste che al mio fianco ci siano persone che non credono nell’autonomia o che abbiano anche solo il minimo dubbio». Il presidente del Veneto Luca Zaia – intervistato da Cesare Zapperi sul «Corriere della Sera» – declina così l’aut aut che Matteo Salvini ha intimato agli alleati di centrodestra per concedere il via libera ai candidati nelle Regionali di settembre. Come farà ad esserne sicuro, presidente? «Chiederò un impegno pubblico scritto—spiega il governatore leghista —. Candidarsi in Veneto significa impegnarsi per l’autonomia senza se e senza ma». Gli alleati di Fratelli d’Italia, il partito di Meloni, non sembrano d’accordo. «In Veneto hanno già votato per l’autonomia. In generale, direi che c’è chi arriva prima e chi arriva dopo, ma non capire che questo processo è irreversibile significa essere fuori dalla storia». Addirittura... «Volere bene al Paese non significa solo cantare bene l’Inno di Mameli e sventolare il Tricolore». L’autonomia sarà inserita nel vostro programma? «Non ce n’è quasi bisogno visto che è già scritta nella Costituzione. Si tratta solo di realizzarla». Ne è sicuro? «Luigi Einaudi nel 1948 sosteneva che bisogna dare a ciascuno la sua autonomia. E anche Luigi Sturzo si definiva unitario per federalista impenitente. Se lo dicevano loro che sono stati tra i padri della Patria, non vedo cos’altro dobbiamo aspettare». Se ne parla da decenni, ma il tema non pare ancora largamente condiviso. «Il problema è che a Roma, ma non solo, si continua a vedere l’autonomia come una sottrazione di potere. E invece è tutt’altro: un’assunzione di responsabilità». C’è chi teme la moltiplicazione dei centri decisionali. «Allora mettiamola così: l’autonomia è centripeta, unisce il Paese; il centralismo è centrifugo, spinge alla divisione perché ciascuno cerca la propria libertà».
 
Luigi Manconi: in Italia stanno bene i gruppi sociali garantiti
L’Italia, dice Luigi Manconi in una intervista a Francesca Paci sulla «Stampa», «È un Paese in cui stanno bene i gruppi sociali garantiti. Ma siamo in una fase in cui anche questi gruppi vedono indebolirsi le proprie tutele, quindi possiamo dire che complessivamente l’intera società italiana registra una carenza di sistemi adeguati di protezione. Anche perché l’Italia risente di un fattore particolare di vulnerabilità che precede la pandemia ed è la disoccupazione, soprattutto giovanile: un organismo sociale che registra una carenza di lavoro e una debolezza delle giovani generazioni è strutturalmente privo di diritti forti e garanzie stabili. Su questo la pandemia ha avuto un effetto dirompente: quando l’intera società è intaccata nelle sue insicurezze, i più vulnerabili sono ancora meno protetti». Pare ci sia un antagonismo tra libertà e giustizia, nostri valori fondanti. Quand’è che l’io si è scisso dalla sua proiezione sociale? «La sinistra italiana nel suo senso più ampio si qualifica per l’attenzione ai diritti sociali e alle garanzie collettive perché nasce in una situazione in cui andavano affermati i diritti primari, alla vita, al lavoro, all’istruzione. Tutti i movimenti progressisti, da quelli socialisti e sindacalisti fino al movimento cooperativo cattolico, si formano intorno alla rivendicazione delle grandi conquiste collettive e questo porta inevitabilmente a sottovalutare i diritti individuali. Quando infine si impongono nella seconda metà degli anni ’60, ad opera di minoranze come il movimento giovanile, trovano il movimento operaio prima perplesso, poi recalcitrante e solo successivamente compiacente. Per un momento, negli anni ’70, i diritti sociali e individuali marciano insieme, abbiamo così lo Statuto lavoratori e la legge Basaglia. Quella felice condizione però, non si è più riproposta e oggi entrambi appaiono sotto attacco. Si salva qualche straccio di diritto individuale ancorché minacciato».
 
Luigi Marattin: meglio intervenire sull'Irpef, non sull'Iva
«Abbassare le tasse, in Italia, ha sempre senso» dice Luigi Marattin (Italia Viva), intervistato da Lorenzo Salvia sul «Corriere della Sera», riguardo a una eventuale riduzione dell’Iva «Ma la domanda giusta è: date le risorse scarse e la situazione, è quella la prima tassa da abbassare? Per noi la priorità è ridurre la tassazione sul lavoro, sia dipendente che autonomo». Ma è possibile un intervento subito ma temporaneo, che tagli l’Iva solo nella seconda parte del 2020? «Al momento le risorse disponibili per il 2020 sono pari a 800 milioni di euro e li stiamo spendendo nella conversione del decreto Rilancio. Per fare altro, serve uno scostamento di bilancio. Ma nessuno ha ancora proposto di inserire una decina di miliardi di significativo taglio Iva». Allora, se non l’Iva, meglio tagliare l’Irpef, l’imposta sul reddito, o le tasse sul lavoro? «L’Irpef è vecchia, piena di buchi, iniqua, complicata, troppo progressiva là dove non dovrebbe esserlo, cioè ai livelli di reddito medio-bassi. Noi abbiamo una proposta per rifarla daccapo, per creare un sistema di tassazione sul reddito nuovo, più leggero e immensamente più semplice. Solo riducendo le tasse su chi lavora e produce l’Italia può mettersi a correre». Ma quante risorse servono per un intervento che dia i suoi frutti? «I vantaggi di un sistema più semplice sarebbero notevoli anche a gettito invariato. Ma noi vogliamo ridurre in maniera sostanziale il peso su chi lavora. Cinque miliardi già li abbiamo, l’annualità 2021 del cuneo fiscale. Se ne possono trovare almeno altri 10 tra deficit e revisione della spesa, a partire da Quota 100». E i soldi del Recovery fund? Come li dovremmo usare? «La politica deve ritrovare serietà. E la serietà impone di non parlare di fondi che devono essere approvati all’unanimità da un Consiglio Ue in cui 4 Paesi hanno per ora una posizione contraria. Per il momento gli unici fondi sicuri sono i 36 miliardi del Mes, che riteniamo folle non utilizzare».
 
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