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Turismo, lo scatto che serve all'Italia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 24/06/2020

Turismo, lo scatto che serve all'Italia Turismo, lo scatto che serve all'Italia Gian Antonio Stella, «Corriere della Sera»
Sul «Corriere della Sera» Gian Antonio Stella parla dello scatto che serve all’Italia per rilanciare il turismo, «il nostro tesoro». Il «piano Colao», osserva Stella, un cenno alla questione lo fa, suggerendo più attenzione a nautica, enogastronomia, shopping e progetti «di comunicazione in lingua rivolti ai Paesi target». Ma, a suo avviso, è un consiglio un po’ riduttivo per un Paese che, convinto d’essere il sogno di tutti i viaggiatori del pianeta, ha sempre l’aria di dire «de qua dovete passa’». Cosa sia stato l’uragano Covid-19 l’ha spiegato, su dati Istat, Il Sole 24 Ore: senza il coronavirus «ci sarebbero state 81 milioni di presenze (ovvero il 18% del totale annuale), il 23% delle presenze annuali di stranieri, nonché il 20% delle presenze annuali in strutture alberghiere. Sempre nel trimestre i soli turisti stranieri avrebbero speso circa 9,4 miliardi di euro». Una botta durissima. Dopo la quale non basterà tornare «come prima». Ci vorrà dunque il coraggio di fare delle scelte. Che tipo di turismo vogliamo, dopo avere via via perso quote mondiali (nel ’70 eravamo primi al mondo per numero di turisti, oggi quinti col rischio di altri sorpassi)? Insistiamo con un certo turismo sgangherato che ha devastato migliaia di chilometri di coste o cerchiamo di «rammendare» il più possibile il nostro territorio, unico e bellissimo? Cerchiamo di rastrellare ancor più turisti mordi-fuggi e crocieristi e barbari in canottiera da riempire ogni bugigattolo in città delicate come Venezia per rifarci dei mesi più duri o proviamo a immaginare finalmente qualcosa di diverso? L’Europa ci chiede riforme. Prenderci dignitosamente cura, tutti insieme e non solo gli eroi invisibili, di quel tesoro paesaggistico, artistico e monumentale del quale siamo (spesso immeritatamente) eredi sarebbe un passo straordinario
 
Stefano Folli, «la Repubblica»
È comprensibile – sostiene Stefano Folli su «Repubblica» – che Nicola Zingaretti si ponga il problema di far fronte comune alle prossime Regionali con i partiti della maggioranza, a cominciare dai 5S: anzi, soprattutto da loro, rivolgendosi in seconda battuta a Italia Viva. Aver dato dignità strategica all’alleanza con i grillini avrebbe infatti poco senso, se non si traducesse in un patto di ferro elettorale. Almeno laddove la legge elettorale è concepita per favorire le coalizioni, come appunto nelle Regioni in cui si voterà il 20 settembre con il criterio più semplice: chi arriva primo vince (solo in Toscana è previsto il ballottaggio tra i due più votati se nessuno supera la soglia del 40 per cento). Il centrodestra, che è diviso su quasi tutto, ha saputo riunirsi sulle candidature regionali e comunali. Non è strano, è il minimo che ci si può attendere da partiti che non hanno vocazione al suicidio. Per cui è curioso che il Pd affronti solo oggi la questione in termini perentori: non siamo ancora fuori tempo massimo ma quasi, se si riflette che le elezioni si terranno fra meno di tre mesi e di qui ad allora prenderà campo il solito “generale agosto”. S’intende che un’alleanza nelle urne con i Cinque Stelle — lasciamo da parte per un momento il partito di Renzi — avrebbe un preciso significato: renderebbe esplicito che l’intesa di governo si va consolidando in una sorta di confederazione. Non una fusione tra Pd e grillini, ma qualcosa che va molto al di là di un accordo temporaneo. È una scelta di prospettiva a cui il M5S, per come è oggi strutturato, avrebbe convenienza ad aderire. Certo, conosciamo le obiezioni di massima dell’ala, diciamo così, “autonomista” (Di Maio) e di quella che amerebbe definirsi anti-sistema (Di Battista). Ma ci sono pochi dubbi che il futuro del Movimento, dopo due anni di abitudine al governo, non è nella rivoluzione, bensì in una stretta relazione con un’altra forza a vocazione governativa qual è il Pd.
 
Elsa Fornero, «La Stampa»
Elsa Fornero sulla «Stampa» critica la «politica delle parole» del presidente del Consiglio Conte e sottolinea come ora, per risollevare l’economia del Paese, bloccata nella produzione e nella formazione di reddito in conseguenza dell’emergenza Covid-19, ci vorrebbe più spesa pubblica e una riduzione della tassazione. È essenziale, infatti, che le famiglie ricevano versamenti in sostituzione del reddito perso con il lockdown. E le imprese abbiano un’iniezione di liquidità per riuscire, pur con incassi nulli o molto ridotti, a far fronte alle spese non comprimibili e a impostare la ripresa delle attività. Il virus allenta così il vincolo di bilancio dello Stato e fa (legittimamente) dimenticare l’articolo 81 della Costituzione. Ma è difficile immaginare una fase più avversa di quella innescata dalla pandemia ed è dunque naturale che anche l’Europa, di fronte a una crisi che è molto diversa da quella del 2008-12, abbia cambiato orientamento. In conseguenza di ciò arriveranno al nostro Paese molte risorse finanziarie, ma nessuna (neppure quelle apparentemente a fondo perduto) cadrà come manna dal cielo. Il nuovo debito non è in sé un fatto positivo (come traspare talvolta dalle dichiarazioni di esponenti del governo) ma un’inevitabile conseguenza del disastro Covid che peserà sulle generazioni giovani e future.  Pertanto, è a loro che occorre principalmente pensare nel decidere la destinazione delle risorse così ottenute, e la parola chiave è «investimento», cioè la destinazione di gran parte, se non di tutte, le nuove risorse prese a prestito ad aumenti di capitale fisico, infrastrutture, innovazione tecnologica, revisione del sistema sanitario, transizione verso un’economia più verde e un sistema produttivo più sicuro, anche dal punto di vista di una possibile (non voglia il cielo!) nuova ondata di contagi. E investimenti in capitale umano.
 
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