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Gli statuari

Redazione InPi¨ 10/06/2020

Altro parere Altro parere Daniele Raineri, il Foglio
La guerra civile in Libia è stata vinta da un generale turco, Irfan Ozsert, che ha azzerato la campagna del feldmaresciallo Haftar per conquistare Tripoli”. Lo scrive Daniele Raineri sul Foglio in un editoriale in cui confuta decine di dichiarazioni politiche contrarie all’opzione militare: “Il generale turco Ozsert ha una carriera quarantennale nell’esercito turco, ha avuto anche incarichi nell’intelligence militare e soprattutto è un fedelissimo del presidente Erdogan. Quando Erdogan l’ha spedito in Libia l’anno scorso era il momento di accorgersi che la guerra stava per essere ribaltata. Il turco ha demolito la teoria ripetuta in coro da tutte le cancellerie occidentali, quella che escludeva una soluzione militare per la guerra civile in Libia. I diplomatici europei hanno tentato complesse triangolazioni tra i libici di Tripoli e i libici di Bengasi, culminate poi nella conferenza di Berlino a gennaio, ma non hanno ottenuto nulla. Anche l’Italia ci ha provato, prima con una doppietta del ministro degli Esteri Luigi Di Maio che a dicembre ha visitato sia Tripoli sia Bengasi in un solo giorno, poi con un doppio invito a Roma che però è stato un fallimento plateale. Nel frattempo Haftar chiudeva i pozzi di greggio per strozzare i rivali, assoldava mercenari sudanesi e si godeva l’appoggio russo –nella forma di centinaia di mercenari della compagnia Wagner e forse anche di qualche sistema antiaereo. A novembre due droni – uno italiano e uno americano – sono stati abbattuti nel giro di trenta ore mentre sorvolavano le zone controllate da Haftar. E invece la soluzione militare c’era: rompere l’assedio di Tripoli e rimandare a casa le milizie di Haftar, con due mosse. La prima, importare migliaia di combattenti siriani – che ormai sono un braccio della politica estera turca. La seconda, battere con i droni le postazioni delle milizie di Haftar e colpire tutto, ogni veicolo, ogni casa, ogni buca, fino a farle scappare. La presenza di Ozsert a Tripoli non era un mistero, ma era una cosa messa a fuoco soltanto dagli addetti ai lavori. Nessuna dichiarazione, nessun annuncio. Soltanto la sistematica disarticolazione della campagna di Haftar. Il lessico diplomatico fatto di ‘caute aperture’, ‘moderati ottimismi’ e ‘incontri proficui’ in Libia è una lingua morta e turchi e russi l’avevano capito da subito. Ora che le parti si sono invertite le milizie di Haftar si attestano nel centro della Libia, per difendere casa loro. La Francia, che tifava per il generale libico alle spalle di tutto il resto dell’Europa, si trova dalla parte degli sconfitti. L’Italia, che ha molto tentennato, non è dalla parte dei vincitori”.
 
Mattia Feltri, La Stampa
Mattia Feltri sulla Stampa se la prende con l’iconoclastia anti razzista di questi giorni che ha preso di mira le statue di famosi personaggi del passato: “Siamo sempre lì - scrive nel suo Buongiorno intitolato 'gli statuari' - a lamentarci di tutto quello che non va, e in che mondo viviamo e dove andremo a finire, ma ragazzi, coraggio: passeremo alla storia per aver scoperto la pietra filosofale! Noi separeremo il male dal bene, e senza i funambolismi dell’alchimia, ma con una task force. Non quella di Colao, ma una voluta da Sadiq Kahn, sindaco di Londra, su sprone dei milioni e milioni di puri che straordinariamente popolano il nostro tempo. La task force censirà le statue della città per stabilire se i celebrati sono degni della celebrazione. Per esempio, la sorte di Edward Colston è segnata dopo che l’altro giorno i manifestanti ne hanno abbattuto il monumento. Colston, vissuto fra il Seicento e il Settecento, dovette parte dei magnifici guadagni alla tratta degli schiavi, e fu immortalato nel bronzo per aver devoluto una fortuna ai poveri, molti dei quali affollarono il suo memorabile funerale. Vista l’aria ci si potrebbe giusto appellare alla clemenza della corte, che applica la morale di oggi a uomini di ieri. E così è fantastico, qualunque scemotto può alzarsi la mattina e dire che Winston Churchill era un mascalzone, e infatti i cortei della rettitudine sono corsi sotto la sua statua per ricordare a vernice che era un colonialista e razzista (ci sono antifascisti che combattevano Hitler e antifascisti che combattono sculture). Poi hanno inscenato la medesima sarabanda con quella di Gandhi, che da giovane avvocato definì gli indigeni sudafricani dei selvaggi un gradino sopra le bestie. E va bene, buttiamo giù persino Gandhi, poi, buttato giù lui, non ci resterà più nessuno da innalzare. Tantomeno noi stessi”.
 
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