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I (troppi) dossier non chiusi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 05/06/2020

In edicola In edicola Dario Di Vico, Corriere della Sera
I (troppi) dossier non chiusi. Il Corriere della Sera titola così l’editoriale firmato da Dario Di Vico nel quale l'autore si sofferma sulla farraginosa azione di governo: “Per sintetizzare la lunga sortita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte potremmo dire che ha gettato il cuore oltre lo Stretto. Il guaio per Conte è però che i tempi dell’economia reale non sono quelli della sua amministrazione e più in generale delle forze politiche che sorreggono il governo in Parlamento. So che è un facile argomento polemico ricorrere al confronto con la pratica politica della Germania ma quello che colpisce della maxi-manovra varata dal governo di grande coalizione guidato da Angela Merkel non è solo la portata del bazooka (100 miliardi) ma la tempestività della «messa a terra» degli interventi con l’obiettivo ambiziosissimo di creare le condizioni di una ripartenza che somigli a una V. Nel caso dell’esecutivo italiano si ha, invece, persino l’impressione di un monitoraggio superficiale dell’evoluzione della crisi dell’economia reale. l lockdown e più in generale l’incubo pandemico hanno generato solo due vincitori: l’ecommerce e il settore farmaceutico. Per il resto quasi tutti i settori della specializzazione italiana, a partire dalla meccanica, sono in gravi difficoltà e persino l’alimentare, che pure ha visto ribadito il suo rilievo strategico, arranca per la parziale chiusura del canale della ristorazione e affini. È vero che i consumi elettrici, come segnala l’ultimo bollettino di Ref Ricerche, sono risaliti tutto sommato velocemente a dimostrazione che le fabbriche hanno ripreso con buon ordine a funzionare, ma è la domanda che langue e la foto emblematica di questa fase è quella che ritrae sui piazzali dei concessionari migliaia di vetture invendute e che difficilmente troveranno presto qualcuno che le guidi. Si tratta di incidere sulla fiducia dei consumatori e spingerli a mettere da parte le incertezze e riprendere al più presto l’abitudine all’acquisto. Ma la domanda, legittima e non prevenuta, è se Conte con le sue modalità narrative sia davvero capace di parlare alla nostra Main Street o invece appaia più preoccupato degli equilibri romani di governo, delle voci di corridoio e di cementare attorno a sé il consenso del ceto amministrativo di Stato”.
 
Carlo Cottarelli, Alessandro De Nicola, La Stampa
“'Migliorare l'efficienza del sistema giudiziario' è una delle raccomandazioni principali che l’Unione Europea ci ha dato anche quest’anno come parte del processo del 'Semestre Europeo', processo di grande importanza visto che ad esso sarà legata l’erogazione delle risorse del Recovery Plan. Ed è una raccomandazione fondamentale, non solo per la nostra società, ma per la nostra economia”. Lo scrivono Carlo Cottarelli e Alessandro De Nicola sulla Stampa. “Sì, perché – aggiungono - un Paese dove il sistema giudiziario è inefficiente, dove occorrono anni e anni per ottenere sentenze, non è un Paese in cui vi può essere certezza del diritto. E dove non c’è certezza del diritto l’economia e la società funzionano male. Il problema della lentezza della giustizia esiste per tutte le sue componenti, amministrativa, penale, civile. Ci limitiamo ad esaminare quest’ultima, ma anche nelle altre due aree i problemi sono seri. Nel civile, i dati dei confronti internazionali sono impietosi. Quanto danneggia questa indolenza l’economia italiana? Molto. Ridurre in modo drastico la durata dei processi è quindi fondamentale. E - attenzione - il solito refrain “ci vogliono più risorse” non funziona: la spesa italiana è in media con quella europea. Già, ma cosa fare? Il governo a gennaio ha presentato una legge di riforma della giustizia civile che ora attende la discussione parlamentare. Non ci sembra sufficiente, perché non affrontava in maniera abbastanza incisiva molti problemi. Le proposte si concentrano su modifiche chirurgiche quasi esclusivamente relative al codice di procedura civile senza una visione e riflessione più ampia del ‘servizio giustizia civile’ e dell’impatto sull’economia e sull’organizzazione del lavoro nei tribunali. La principale idea dietro alla nostra proposta di riforma è che è fondamentale agire su due diversi piani. Il primo comprende il processo e l’organizzazione del lavoro, il secondo è quello degli incentivi. In conclusione, ridurre i tempi della giustizia è insieme alla semplificazione burocratica, la più importante riforma che la nostra economia deve affrontare per rilanciarsi, una volta superata la fase immediata dell’emergenza economica. Ristabilire la certezza del diritto in Italia è essenziale per raggiungere una nuova e migliore normalità”.
 
Tito Boeri, Roberto Perotti, la Repubblica
“Dopo le 50 commissioni e task force messe in piedi in questi mesi, da mercoledì sappiamo che verranno convocati anche gli “stati generali”, per dare modo ai portatori di interesse di contribuire a decidere come spendere il fiume di denaro che nei prossimi quattro anni si riverserà sull’Italia. Come se sindacati e associazioni di categoria non avessero già ampiamente voce in capitolo”. Lo scrivono Tito Boeri e Roberto Perotti per la Repubblica. “Non abbiamo certo la presunzione di fare noi una lista della spesa. Ci limitiamo ad alcune osservazioni di metodo. Primo: il Commissario per l’Economia Gentiloni ha fatto presente che i piani nazionali vanno presentati a settembre, al massimo entro la prima settimana di ottobre. Più che convocare gli stati generali sarebbe opportuno che il governo si chiudesse in conclave: è giusto ascoltare, ma alla fine spetta al governo stabilire le priorità. Secondo: per spendere bene i soldi è necessario, banalmente, creare capacità di spesa. Come ampiamente provato dall’utilizzo mancato o, in alcuni casi, scellerato dei fondi strutturali, oggi l’Italia questa capacità non ce l’ha. Terzo: è necessario andare oltre l’approccio puramente giuridico, che pensa di risolvere tutto scrivendo norme lunghissime con decine di rimandi. Occorre invece cimentarsi fin da subito con i tantissimi problemi di implementazione. Quarto: ora che ci sentiamo improvvisamente pieni di soldi, è facile cadere nella tentazione di “pensare in grande”. Noi crediamo che sia necessario esattamente l’opposto, “pensare in piccolo”. È importante resistere all’idea vetusta che l’economia riparta con il cemento e il ferro, con le grandi opere. Risolvere i mille problemi della nostra società richiede qualcosa di molto più raro: pensare alle soluzioni, composte da tanti piccoli interventi tra di loro coordinati. Quinto: non pensiamo solo a come spendere, ma soprattutto a cosa ci serve davvero fare. Molti interventi fondamentali hanno costi molto contenuti: si pensi alla riforma della giustizia, la cui lentezza mina i fondamenti stessi della società. Ma il rischio di avere tanti soldi da spendere in fretta è che si privilegi la ricerca frenetica di opportunità di spesa, e ci si dimentichi ancora l’oscuro lavoro di sedersi in una stanza per settimane e trovare soluzioni concrete e pragmatiche a problemi complicati e pressanti”.
 
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