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Le due metà del Paese

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 03/06/2020

Le due metà del Paese Le due metà del Paese Antonio Polito, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Antonio Polito si interroga sulle “due metà del Paese”: “L’«unità morale» di cui ha parlato il presidente Sergio Mattarella è un sentire comune. Il «nuovo contratto sociale» che ha auspicato il governatore di Bankitalia Ignazio Visco si basa su una convenienza comune. L’Italia che esce dall’emergenza è pronta per entrambe? È d’accordo sull’essenziale? È oggi in grado di individuare un comune destino, un bene comune? Ciò che era apparsa una domanda retorica nei giorni del dramma, quando la priorità era salvare vite e tutti hanno partecipato senza tentennamenti allo sforzo nazionale, non è più scontato oggi, ché alla difesa della vita dobbiamo un po’ alla volta aggiungere altri valori, meno assoluti e dunque inevitabilmente più forieri di discordia. Dall’inizio della fase 2 in poi vediamo infatti confrontarsi sempre più, e talvolta addirittura opporsi, visioni diverse: alcune esistenziali, altre culturali, altre più semplicemente politiche. È naturale che si esprimano, e anche un bene: sono parte del ritorno alla normalità. a se si trasformeranno in faziosità e lite, se ridaranno fiato a egoismi e corporativismi, allora bisogna sapere che ci impediranno di reagire insieme con la forza di una comunità, indebolendo così la speranza di ricostruzione, o se preferite di rinascita. Ogni crisi è anche un’opportunità, e tanti italiani saranno sicuramente in grado di sfruttarla, per rimettersi in carreggiata, per riprendere il cammino, o anche per inventarsene uno nuovo. Ma ciò che rende una comunità forte è la capacità di farlo insieme, provando a portare con sé anche coloro che sono usciti peggio da questo sommovimento sociale e morale. Un tempo, per condannare le discriminazioni esistenti nei Paesi opulenti, si parlava di «società dei due terzi», nelle quali cioè un terzo era rimasto fuori. Oggi rischiamo di cadere in una società delle due metà. E quale Paese può sperare di risollevarsi e prosperare utilizzando solo la metà delle sue forze ed energie? Affermare questa consapevolezza di un destino comune, del bene comune, è molto più utile che negare la unicità e la portata della tragedia da cui stiamo, forse, uscendo”.
 
Claudio Tito, la Repubblica
“L’emergenza sanitaria forse sta finendo. O almeno si vede una luce in fondo al tunnel. Ma se ne sta aprendo un’altra: quella sociale. Perché gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione offrono una drammatica geografia del malessere”. Lo scrive Claudio Tito su Repubblica: “Il coronavirus, insomma, si sta rivelando un gigantesco amplificatore dei difetti strutturali del nostro Paese. Il presidente del consiglio ha ieri formulato un elenco lunghissimo di impegni. Una sorta di rinnovato programma di legislatura. Eppure le parole spese per quella che si sta rivelando una perenne tragedia nazionale sono state, alla fine, solo un accenno. Come se tutto fosse scontato. Come se ci si nascondesse dietro l’inevitabilità degli eventi. Per affrontare un disagio tanto corposo bisognerebbe ripensare l’intera politica del lavoro. Soprattutto questa maggioranza dovrebbe avere il coraggio di cimentarsi con un argomento che è stato fin qui trattato in maniera ideologica: il reddito di cittadinanza. Il frutto avvelenato della coalizione giallo-verde sta dispiegando i suoi effetti anche adesso. Il Movimento 5Stelle ha ripensato molte delle sue idee. Ha rinfoderato alcuni dei pugnali che ha brandito fino al 2018 dinanzi alla sfida realista del governo. Lo ha fatto però senza una vera autocritica. Ha messo, ad esempio, la sua base elettorale dinanzi al fatto compiuto della Tav o della riapertura degli stabilimenti Ilva. Ed è una fortuna che la forza dei fatti sia stata in questi casi superiore a quella della demagogia originaria grillina. Ma la crisi che l’Italia sta attraversando in questo momento non può ancora tollerare sotterfugi o furbizie. L’esecutivo, che trova nei pentastellati il principale alleato (almeno in Parlamento), ha bisogno di una visione. Conte ha fatto affidamento sullo scorrere autonomo della politica. Sulla sovrapposizione di esigenze: prima quelle di grillini e leghisti, ora quelle di pentastellati e democratici. Ma il «progetto Paese» di cui parla il presidente del consiglio diventa un “fallimento per il Paese” se non risponde a un criterio concordato. Se non viene elaborato attraverso una concezione condivisa dello sviluppo. Una maggioranza e una coalizione governano un Paese complesso come il nostro se condividono un’idea di futuro. Se concertano un disegno di innovazione e sviluppo”.
 
Chiara Saraceno, La Stampa
Sulla Stampa Chiara Saraceno mette in luce i ritardi nazionali sulla scuola: “Tutto - scrive - sta tornando lentamente alla normalità, sia pure con le cautele e le nuove abitudini richieste dalla persistenza del rischio epidemiologico. Le pressioni dei diversi settori produttivi hanno prevalso sugli inviti e i timori degli scienziati. Sono state persino aperte le frontiere, anche con molte lamentele solla mancanza di reciprocità di alcuni paesi. E i vincoli che alcune regioni volevano porre agli abitanti di altre sono stati spazzati via in nome della impossibilità, e illegittimità, a discriminare tra chi è potenzialmente pericoloso e chi no solo su base territoriale. Si è tornati pure in piazza, in modo ordinato, anche se pur sempre un formato assembramento, per salutare il Presidente della Repubblica in visita a Codogno, un modo disordinato e un po’ sguaiato a Roma, per contestare il governo e (qualcuno) insultare lo stesso presidente della Repubblica. L’unico ritorno alla normalità che rimane pervicacemente precluso è quello della scuola e dei servivi educativi. Gli unici cittadini cui è impedito di tornare alle loro abitudini, relazioni, occupazioni normali sono i bambini e i ragazzi. Anzi, anche il ritorno a scuola a settembre è avvolto nella nebbia più fitta, nonostante le rassicurazioni generiche di Conte ieri sera, stanti le scarse risorse messe a disposizione per affrontare anche le più elementari esigenze di riorganizzazione. Anche l’organizzazione delle attività estive, cui si è dato il via libera tardivamente e con una moltiplicazione di indicazioni e livelli decisionali che produce incertezza, rischia di partire in ritardo. I bisogni, i desideri di bambini e ragazzi, i costi di questa lunga sospensione forzata di relazioni sociali non mediate da uno schermo, di una didattica on line che, anche quando ben fatta, non può esaurire il senso del 'fare scuola', i rischi di una interruzione del processo di allentamento dalla dipendenza esclusiva dalla famiglia e viceversa apprendimento del confronto e scambio tra pari, continuano a essere del tutto marginali nell’agenda politica. La marginalità della scuola e dell’interesse, diritti, bisogni di bambini e ragazzi traspare anche dalla sproporzione tra i fondi, giustamente, dedicati a rafforzare il sistema sanitario e a colmarne le deficienze dopo anni di tagli indiscriminati e scelte sbilanciate e quelli dedicati alla scuola, che pure ha bisogno di profondi e radicali interventi a tutti i livelli, non solo per far fronte alle esigenze di distanziamento fisico legate alla pandemia, ma per ripensare i modi e l’organizzazione della didattica. Ma questo procedere sempre in ritardo, senza un programma di investimenti e prima ancora di riforme almeno messe in cantiere, segnala fin troppo bene come la scuola, e con essa le giovani generazioni, non siano una priorità né per il governo né per la politica in generale. Nulla di nuovo – anzi del tutto normale, purtroppo”.
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