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L'America senza leader

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 01/06/2020

L'America senza leader L'America senza leader Massimo Gaggi, Corriere della Sera
“Il contrasto tra le immagini serene della capsula Dragon che raggiunge la Stazione spaziale internazionale e quelle delle decine di città americane in fiamme è la metafora, banale ma perfetta, dell’America di oggi: economicamente dinamica e trionfante nell’innovazione, ma incapace di frenare meccanismi di distribuzione della ricchezza e delle opportunità sempre più estremi che lasciano gran parte del Paese senza speranze per il futuro”. Lo scrive sul Corriere della Sera Massimo Gaggi sottolineando che a far scoppiare la rabbia dei neri sono sì le uccisioni per la brutalità della polizia, “ma dietro c’è il coronavirus coi 40 milioni di posti di lavoro persi e gli oltre centomila morti. Il conto della pandemia – sostiene Gaggi - lo pagano soprattutto i più deboli: se il Covid avesse colpito nella stessa misura bianchi e neri oggi ci sarebbero 13 mila afroamericani vivi in più. Per anni abbiamo scritto di fine del sogno americano e dei rischi connessi al blocco degli ascensori sociali. Sembravano formule sociologiche. Ora acquistano una tragica concretezza. E nessuno sa cosa fare. In passato le tensioni razziali sono state lenite da leader credibili e carismatici che riuscivano a incanalare la protesta in movimenti come quelli per i diritti civili. Oggi è tutto enormemente più complicato, non ci sono più grandi capi carismatici e le personalità che hanno ancora un patrimonio di credibilità faticano a spenderlo con gente delusa da decenni di promesse mancate. Né ci sono più i grandi movimenti capaci di incanalare la protesta nell’era digitale della frammentazione e della moltiplicazione di gruppi estremisti. Calmare gli animi, in queste condizioni, è molto difficile. Trump non ci prova nemmeno. Anzi preferisce giocare coi fiammiferi. Arriveremo ai carri armati? Per adesso i numeri dicono che già in almeno 13 Stati la politica ha lasciato il passo alla Guardia Nazionale”.
 
Alan Friedman, La Stampa
Anche Alan Friedman commenta sulla Stampa le rivolte scoppiate nelle città Usa e accusa apertamente il presidente Trump. “Noi americani stiamo vivendo in momento buio del nostro cammino. Il nostro presidente, democraticamente eletto, si comporta come un autocrate, un dittatore. Sta apertamente incitando all'odio etnico e fomentando l'aggressività. In più occasioni ha dichiarato che la stampa libera è «il nemico del popolo». Alcuni lettori potrebbero trovare tutto ciò affatto sorprendente, trattandosi dello stesso presidente che ha elogiato gli assassini neonazisti di Charlottesville e ha accettato con entusiasmo il sostegno del Ku Klux Klan e dei suprematisti bianchi. Trump è un'aberrazione, un presidente caduto in disgrazia, che è stato sottoposto a una procedura di impeachment, un'anomalia storica; e mentre ci avviciniamo alle elezioni di novembre i sondaggi lo vedono nettamente dietro a Biden. Ma proprio per questo non si fermerà davanti a nulla per farsi rieleggere. Nei mesi che ci separano dall'election day, la sia retorica e i suoi comportamenti non mancheranno di scioccarci ancora. Continuerà ad alimentare la violenza per distrarci dai suoi fallimenti, dalla realtà degli oltre 100.000 morti per Covid e degli oltre 40 milioni di americani che non hanno in lavoro. Sta già cercando di impedire l'esercizio del diritto di voto per corrispondenza perché, come ha ammesso esplicitamente, tenderebbe a favorire i democratici più degli elettori repubblicani. Eppure, il 40-50% degli elettori americani sembra disposto ad accettare qualsiasi sua dichiarazione o decisione. Molti statunitensi sono costernati. La costituzione reggerà? I tribunali saranno in grado di evitare che il presidente compia azioni illegali? Diventeremo uno stato fallito o la nostra capacità di resilienza e le nostre forze intrinseche si riaffermeranno e riporteranno l'America alla sia prassi democratica? Lo spero, ma non ne sono sicuro”.
 
Luigi Manconi, Repubblica
Luigi Manconi su Repubblica commenta la manifestazione di protesta dei gilet arancioni e ne analizza le ragioni profonde anche in vista delle manifestazioni del centrodestra di domani, Festa della Repubblica. “A motivare i gilet arancioni tre tendenze proprie del carattere nazionale degli italiani. Innanzitutto, uno spirito anarcoide privo di qualsiasi ispirazione culturale e ideologica, basato su una incoercibile insofferenza per le regole. L’espressione di una ribalderia esistenziale che si compiace di sottrarsi a qualsiasi vincolo e limite. Il carattere primitivo di questa rivolta del gesto si spiega con la natura altrettanto elementare dell’analisi da cui muove. All’origine di tutto c’è la Grande Cospirazione, una variante della sindrome del complotto che, in questo caso, riesce a ricomporre tutti gli elementi della trama universale, riassumendoli in un unico nemico. Il terzo motivo ispiratore dell’azione dei gilet arancioni è costituito dal negazionismo antiscientifico, risultato in primo luogo di una smaccata ignoranza delle cognizioni essenziali e di quello stesso ribellismo che rifiuta le regole della convivenza sociale. E, di conseguenza, le leggi della scienza e le sue evidenze. Si potrebbe obiettare che stiamo parlando di un’irrisoria minoranza. Se non fosse che domani, Festa della Repubblica, è prevista anche una serie di iniziative del centrodestra. Innanzitutto, la richiesta di collocare una corona di fiori sull’Altare della Patria e, poi, numerosi flash mob in varie città. La somma delle diverse manifestazioni risulta davvero scombiccherata: un’intenzionale offesa a quella idea di unità nazionale e di concordia sociale che la permanenza della pandemia esigerebbe. La destra, se vuole essere all’altezza di questa terribile crisi, deve trovare un suo ruolo e una sua fisionomia, evitando la subalternità nei confronti dei sovversivi da avanspettacolo e la pretesa settaria di rappresentare un’intera società che, oggi ferita e dolente, continua a essere fatta di molte culture e differenti identità”.
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