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Kupchan: su Hong Kong la Cina fa il gioco dei falchi Usa

Federico Rampini, Repubblica, 29 maggio

Redazione InPi¨ 29/05/2020

Charles Kupchan Charles Kupchan «Il mondo intero paga prezzi enormi per la mancanza di una risposta coordinata alla pandemia. Xi Jinping è l’equivalente di Donald Trump, ha costruito il suo brand politico sul nazionalismo. Quello che fa a Hong Kong è molto pericoloso. Pensa che l’Occidente sia debole e distratto dal coronavirus, ci mette di fronte al fatto compiuto. Fa il gioco dei falchi Usa». Intervistato su Repubblica del 29 maggio da Federico Rampini, Charles Kupchan, esperto di geopolitica del Council on Foreign Relations, traccia un quadro allarmante della situazione mondiale, alla luce dell’escalation di ostilità nella guerra fredda Usa-Cina. Lei teorizza un “global distancing”, giocando sul concetto di distanza sanitaria ma applicato alle nazioni. E’ il rovesciamento della globalizzazione. Che cosa comporta? «Anzitutto vuol dire che manca qualsiasi risposta globale alla pandemia, perfino nella ricerca del vaccino prevale la competizione. E’ una differenza enorme rispetto ad alcune crisi del passato. Questa pandemia infligge costi paragonabili ad una grande guerra. E’ vero per le vite umane sacrificate: noi americani abbiamo già avuto più morti da coronavirus che nelle due guerre in Corea e Vietnam insieme. E’ vero per il danno economico; anzi questo è peggiore perché in una guerra una parte dell’economia si riconverte a fabbricare armi, mentre qui si è fermato quasi tutto. Eppure, non c’è una reazione coordinata come ci fu al termine dei conflitti mondiali. La risposta al coronavirus poteva essere molto più efficace se avessimo avuto un costante scambio d’informazioni, una distribuzione congiunta di apparecchi medici, uno sforzo comune sui vaccini, e infine un rilancio coordinato della crescita economica». Di chi è la colpa? Poteva essere il test di un G2 Stati Uniti-Cina, invece siamo nell’era del G-Zero? «Se avessero unito i loro sforzi Stati Uniti e Cina, oggi saremmo in una situazione ben diversa. Gli altri si sarebbero uniti per forza. A cominciare dai cinesi, ci avrebbero dovuto fornire molte più informazioni e spiegazioni sulle origini del virus. Purtroppo, la pandemia è scoppiata mentre era già ai massimi la rivalità fra le due superpotenze. Anziché optare per una tregua, mettere da parte le altre ragioni di ostilità per cooperare almeno contro questo nemico comune, hanno trasformato anche la pandemia in un’occasione per scambi di accuse e regolamenti di conti». Come giudica l’Europa? «All’inizio ha reagito con riflessi nazionalisti, ciascuno per sé. Lentamente la risposta europea è migliorata. Ha avuto il merito di convocare una conferenza mondiale per raccogliere risorse. Purtroppo gli Stati Uniti e molti altri l’hanno disertata; la Cina ha mandato una rappresentanza di basso livello. L’Europa deve continuare a dare l’esempio. Non credo però che basti da sola». Fra Xi e Trump chi ha più colpe in questa dissoluzione dell’ordine mondiale? «I due sono molto simili. E ci trascinano tutti in una spirale viziosa. Ambedue sono dei nazionalisti e sovranisti fin dalle origini. Trump rilancia una tradizione unilateralista che ebbe radici antiche nella destra americana. Non ha tutti i torti quando rimprovera i cinesi: se ci avessero detto la verità subito, saremmo stati un po’ più preparati. Adesso lui rincara la dose per nascondere i propri errori e per raccogliere consensi; peraltro anche i democratici adottano una posizione dura verso Pechino. In quanto a Xi, fare il duro con gli Stati Uniti lo contraddistingue fin da principio, fa parte del suo “brand”, del suo marchio politico. E’ un uomo forte e un nazionalista che ha promesso di restituire alla Cina il ruolo di superpotenza globale. La sua Cina non riconosce mai gli errori, non sa che cosa sia un’autocritica, sa parlare solo il linguaggio della propaganda». Dove può sfociare la crisi di Hong Kong? «Forse Xi pensa di farla franca perché il mondo è distratto dalla pandemia. Corre un rischio, sapendo benissimo che suscita indignazione, ma pensa di poterlo fare. Così dà ragione ai falchi qui negli Stati Uniti. Se l’Amministrazione Trump reagisce omologando Hong Kong al resto della Cina, l’impatto sarà enorme. Possiamo scivolare verso un antagonismo sempre più acceso. Se aggiungiamo la possibilità di una seconda ondata del virus, e la disoccupazione di massa, non è escluso che tornino in auge i populisti, in uno scenario stile anni Trenta».
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