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Oggi hanno detto

Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 28/05/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Zaia: dico sì ai lombardi, i test servono solo per i piani sanitari
«Sono convinto che si debba ripartire insieme. Del resto, non è che il virus si fermi a Sirmione o a Peschiera...». Così dice il governatore del Veneto Luca Zaia, in una intervista a Marco Cremonesi sul Corriere della Sera. Zaia – l’uomo dei tamponi – conferma che non chiederà test a chi entra nella sua regione, come invece farà il presidente sardo Christian Solinas: «I test ci servono per fare i piani di sanità pubblica. Però, sono una fotografia che vale nel momento in cui viene scattata. Secondo gli esperti, i tamponi rilevano la positività dopo 7 giorni dal contagio: io posso essere negativo al momento della prova e ammalarmi tre giorni dopo». Presidente, io sono lombardo. Dal 3 giugno potrò entrare in Veneto? «Certo. Ma comprendo le ansie di Solinas. Parlare è facile ma una responsabilità non si prende alla leggera. Però, nessuno può uscirne come un untore. Mi metto nei panni di un lombardo, non troverei corretto che qualcuno mi trattasse da agente di contagio». Il presidente Fontana ha ricevuto minacce tali da dover essere scortato. Lei teme per l’animosità delle persone? «Una cosa da matti. Esprimo solidarietà a Fontana, sta subendo una violenza gravissima. Dopo una battaglia così dura, essere presi di mira da degli esaltati…». Il clima però è pesante... «Del resto, cosa rischia chi minaccia? Il Parlamento fa leggi anacronistiche, chi minaccia temo se la cavi con un buffetto. E così, si legittimano coloro che, impuniti, dicono che i politici sono tutti corrotti, i preti tutti pedofili, i giudici tutti politicizzati, i medici tutti venduti a Big Pharma. È il modo migliore per far sprofondare un paese, delegittimarne le istituzioni». Un giudizio sui punti per la ripresa annunciati dal premier Conte? «Io mi sforzo di non fare polemica. Però, scusi: lui non è arrivato ieri, martedì saranno due anni. Mi aspetterei qualcosa più che non i propositi».
 
Sala: il turismo in Sardegna creato dai milanesi
«Io in vacanza dove mi chiedono il test non ci vado». In una intervista ad Alberto Mattioli (La Stampa), il sindaco di Milano Beppe Sala rinfocola la polemica con il governatore della Sardegna Christian Solinas, che prima annuncia di voler chiedere una «patente di immunità» a chi visiterà l’isola e poi dice che Sala dovrebbe avere «la decenza di tacere». Sala, è pentito? «No, perché? Ho chiesto solo di fare chiarezza. E ho aggiunto, da cittadino, che se qualcuno mi obbliga a fare il test per andare a casa sua io preferisco rinunciare. A Milano abbiamo sempre accolto tutti. E il turismo in certe regioni l’hanno costruito proprio i lombardi». Perché «certe»? Chi non vi vuole è la Sardegna. «Mi sembra che anche la Sicilia abbia ventilato qualcosa del genere. Comunque, è una questione di trasparenza versoi cittadini». Quale trasparenza? «Ci vogliono regole chiare e anche in fretta. Ancora non sappiamo se dal 3 giugno potremo uscire dalla Lombardia. Ora, chi decide? E su quali basi? Poter viaggiare da cosa dipende? Dal parametro R0 della Regione? Dal numero di ricoveri? Da quello dei contagi? E poi: Solinas parla di test. Ma quali test? E come? Il tampone? Il sierologico? E quale? Il pungidito o il test del sangue? Lo sa che oggi farlo nelle strutture pubbliche è quasi impossibile e in quelle private difficile? Ha stabilito un protocollo? Io sto chiedendo ai miei cittadini dei sacrifici. Ma devo dare loro delle certezze». Solinas deve tutelare la salute dei suoi amministrati. «La salute è sicuramente fondamentale. Credo però che la ripartenza non sia solo una questione sanitaria ma anche economica e sociale. Non penso che la Sardegna possa vivere solo di turismo autoctono. Sono i milanesi che, almeno in parte, l’hanno inventata come meta turistica. Non dico che i sardi debbano esserci riconoscenti, ma trattarci da untori, no. Non è che ognuno si fa le sue regole».
 
Vittorio Colao: cento progetti per trasformare l’Italia in un paese per giovani
Intervistato da Francesco Manacorda su Repubblica, il manager Vittorio Colao, a capo del comitato di Palazzo Chigi per la ripartenza dell’Italia, dice che entro i primi di giugno il suo gruppo consegnerà al governo un piano di rilancio del paese da qui al 2022. Circa venti obiettivi con un centinaio di proposte concrete, perché – spiega – «adesso si tratta di far ripartire il Paese, trasformando il rilancio economico e sociale in un’occasione per disegnare il futuro e tenendo a mente una cosa fondamentale: i costi inevitabili e altissimi che dovremo affrontare per questa crisi possono, anzi debbono, essere trasformati in investimenti. Nel breve termine bisogna investire per ripartire e mantenere la coesione sociale; nel più lungo periodo gli investimenti devono servire a disegnare un’Italia più efficiente e migliore per le nuove generazioni, per quelli che avranno venticinque o trent’anni a metà di questo decennio e che oggi si trovano ad affrontare una situazione particolarmente difficile. A loro dobbiamo passare un Paese appoggiato su pilastri solidi». Debito pubblico altissimo, tensioni sociali, aiuto dell’Europa non sempre facile. Davvero in Italia questa grande crisi si può trasformare in un’opportunità? «La risposta è una sola: dobbiamo fare il meglio che possiamo per ammodernare e rinforzare e rimuovere problemi e arretratezze del Paese. Non ci sono alternative. Quando siamo a un rapporto tra debito pubblico e Pil che è al 135% e magari andrà al 160%, la cosa giusta che possiamo fare, anche per lealtà e dovere nei confronti delle prossime generazioni, è migliorare infrastrutture chiave, competenze e tessuto economico. Non possiamo avere il rimpianto di non averci almeno provato». E dunque, quali saranno le vostre indicazioni? «Al governo daremo una sorta di menù, dal quale poi sceglieranno. Ma sarà un menù dettagliato, anche con schede degli interventi da fare a 3,6, 12 mesi».
 
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