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Altro parere

L'equilibrio difficile tra i poteri

Redazione InPi¨ 26/05/2020

Altro parere Altro parere Franco Cardini, il Giorno
“Quanto a problemi e a conflitti, il postcoronavirus (ammesso che sia davvero post) se ne annunzia pieno. Con un ovvio bipolarismo tra chi annunzia e magari auspica un salutare ritorno alle pubbliche responsabilità e alle pubbliche iniziative e chi si pronunzia invece in senso diametralmente opposto”. Lo scrive Franco Cardini sul Giorno in un editoriale in cui parla di “difficile equilibrio tra i poteri: “Ora, riguardo a molti aspetti di questo problema, non ultimo (anzi!) il conflitto tra stato e regioni a proposito dei tempi e dei modi della «ripresa», mi sembra che la questione sia mal posta. Si citano spesso - magari a vanvera – Guicciardini e il suo «particulare», che a molti sembra una bella parola. Ma il fatto è che la partita non si gioca tra i due estremi del ‘pubblico’ e del ‘privato’, bensì fra due dimensioni mediane: quella del ‘societario’, alla quale appartiene lo stato, e quella del ‘comunitario’ che riguarda le autentiche vittime della società moderna dalla Rivoluzione francese ad oggi, i ‘corpi intermedi’. Per esempio le regioni, le bistrattate province (che però hanno fatto l’Italia), i comuni. Va da sé che la crisi recente ha dimostrato come per molti versi e da più punti di vista oggi ci sia bisogno ‘di più Stato’: in particolare del troppo calunniato welfare state. Andate a chiederlo agli statunitensi che non si sono potuti curare. Non meno evidente è però che in molte situazioni lo Stato deve lasciare il passo ai ‘corpi intermedi’. L’Italia del 1861 avrà anche scelto il modello centralistico ‘alla francese’: ma resta un paese policentrico, con mille realtà diverse fra loro. E ciò riguarda soprattutto il paesaggio umano, l’arte, quindi il turismo e la cultura: dagli alberghi ai musei. Qui, fermi restando i principali irrinunziabili problemi di disciplina e di sicurezza, la casistica è ampia e varia: riguarda i tassi di rischio residuo, le prospettive inerenti qualità e intensità dell’offerta e della domanda, le misure da prendere. Come esistono i microclimi, esistono anche i micromercati, le microesigenze, le microdinamiche. Qui il centro è lontano, lo stato inadatto. Non si tratta di “pubblico” e “privato”. Si tratta dei nostri problemi, della nostra ripresa, della nostra vita. Si tratta di noi”.
 
Pier Giorgio Ardeni, il Manifesto
Sul Manifesto, Pier Giorgio Ardeni firma un editoriale in cui parla della Fase 2 e delle “disuguaglianze delle quali non ci si cura”: “Se il Paese fatica a rispondere a questa crisi di dimensioni epocali - sottolinea - è perché in troppi non hanno i mezzi per reagire. E «ammortizzatori», sussidi, bonus e quant’altro non saranno sufficienti a dare ossigeno a un’economia e a un corpo sociale boccheggiante. Le prospettive restano cupe, gli indirizzi lasciati ad un’azione di vera ricostruzione tutta da definire. Ma mai come ora questo sarebbe il momento di una vera azione di programmazione che guardasse avanti, oltre. Un Paese che aveva già livelli di disoccupazione alti - il doppio di quelli europei - e altissimi per i giovani. Un Paese con un tasso di povertà relativa pari ad un quarto (!) della popolazione, con una spesa per consumi concentrata nei decili più ricchi e un reddito nelle fasce più abbienti, come e più delle altre nazioni. Ma, soprattutto, un Paese immobile, stratificato, con disuguaglianze di reddito e di opportunità sclerotizzate, cementificate dalla scarsa mobilità sociale, dalle corporazioni, da un’istruzione elitaria, da un mercato del lavoro asfittico - e non per poca «flessibilità» - da un settore privato che non investe e un settore pubblico elefantiaco e burocratico. Se l’Italia subirà più di altri il contraccolpo sarà a causa dei suoi colpevoli ritardi. Tutte le economie sono state colpite da un’onda d’urto senza precedenti, nel giro di pochissimi mesi. Ma la nostra lo è stata avendo un corpo sociale frammentato, un tessuto produttivo sfilacciato, con enormi disparità territoriali e settoriali. Se le disuguaglianze sono solo un effetto dell’azione combinata del mercato lasciato a sé stesso e dell’assenza di politiche di correzione, sono quelle che oggi ci fanno subire il colpo con più intensità. E se vogliamo risollevarci, dovremo attaccare alla radice quelle disparità. Perché questa volta non basteranno le politiche monetarie e quanto l’Europa vorrà mettere in campo. Se non affronteremo quei problemi che ci hanno azzoppato negli ultimi decenni, la nostra corsa non potrà che avere il fiato corto. Perché non sia, questa, l’occasione per far uscire, davvero, l’Italia dall’Europa, solo perché è rimasta indietro, vittima delle sue disuguaglianze croniche”.
 
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