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Redazione InPiù 26/05/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Legnini: Ho sbagliato a dare credito a Palamara
Palamara mi convinse che era vittima di una congiura. Sbagliai a dargli credito. Lo afferma Giovanni Legnini già senatore del Pd, ed ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura dal 2014 intervistato da Giuliana Foschini per la Repubblica. Legnini, avrà letto sui giornali le intercettazioni di Palamara. Si era mai reso conto di quello che accadeva nel Csm? «Gran parte delle intercettazioni si riferiscono ad un periodo successivo. Quelle relative alla mia consiliatura riguardano chat e messaggi tra consiglieri e magistrati, che io non potevo conoscere. Sono sorpreso per certe espressioni. Personalmente ho sempre cercato di garantire il corretto funzionamento dell’organo, come era mio dovere fare, rifiutando qualunque logica spartitoria». Ma come, il correntismo deteriore è da tempo al centro del dibattito politico e giudiziario italiano. «Un conto è il correntismo deteriore, altra cosa sono i fatti di rilevanza penale su cui si concentra l’inchiesta di Perugia. Durante il mio mandato ho la certezza assoluta che nessuna delle decisioni assunte fosse il prodotto di patti inconfessabili ma frutto di decisioni collegiali, come d’altronde sembra emergere dalla chiusura delle indagini. E rivendico anche di aver garantito sempre l’autonomia di ciascuno dei consiglieri e l’indipendenza dell’organo dalla politica». Il correntismo però esisteva. «E io l’ho denunciato in modo costante, pubblicamente e in plenum. E fu per questo che promuovemmo un’autoriforma per introdurre criteri di trasparenza nelle nomine basata su tre principi: rendere pubblici i lavori della commissione incarichi direttivi, soprattutto in occasioni di nomine importanti, su richiesta di due componenti su sei. Una verbalizzazione, anche sintetica, di quelle sedute. E infine l’abolizione delle nomine a pacchetto. Sono norme vigenti ma soltanto la terza è attuata». Le altre due? «La pubblicità delle sedute dipendeva dalle richieste dei consiglieri. Sull’altro punto furono sollevate dalla struttura difficoltà organizzative e tecniche. Dopo non so cosa si è deciso. Dico soltanto che se, per esempio, per la scelta del procuratore di Roma come per altre, le sedute fossero state pubbliche, ciò sarebbe stato un deterrente fortissimo alle pratiche occulte». Lei ha lavorato accanto a Luca Palamara. Aveva mai avuto contezza che si muovesse come un politico spregiudicato più che come un magistrato? «Era un magistrato molto influente ed era il capo di fatto di una corrente. Sulle decisioni importanti, spesso siamo stati in disaccordo. Ma io ho conosciuto un altro Palamara, non certo quello delle conversazioni che sono state rese pubbliche, che mi hanno sorpreso e amareggiato nei toni e nei contenuti».
 
Bongiorno: Unica soluzione è la separazione delle carriere
Per risolvere i problemi della magistratura l’unico rimedio è la separazione delle carriere. Lo afferma l’avvocato e senatrice leghista, Giulia Bongiorno intervistata da Francesco Grignetti per La Stampa. Che pensa di tutto questo traffico di magistrati dietro le quinte? «Quello che ho letto finora mi fa tremare i polsi perché sono consapevole dell’enorme potere che ha un magistrato. Pensi che da giovane neolaureata in legge accarezzai il progetto di diventare giudice, ma siccome ho un’idea sacrale di quel ruolo, non mi ritenni all’altezza. Ora, davanti allo scandalo, molti dicono che non si meravigliano della logica delle correnti. Io dico invece che è una logica intollerabile, che non attenua e non giustifica un bel nulla». È più di uno scandalo? «La sola idea che un giudice possa assolvere o condannare per non scontentare un pubblico ministero, in quanto esponente di una corrente capace di influenzare la valutazione della carriera di quello stesso magistrato, mi fa paura. Più in generale tra i cittadini si sta diffondendo sfiducia nei giudici, se non diffidenza». Lo nota nella sua attività di avvocato? «Ormai è prassi che il cliente, appena può, ci chieda chi  è  quel magistrato, a  quale corrente appartiene, se lo conosciamo. E noi avvocati li dobbiamo difendere: stia tranquillo, il giudice è bravo, è indipendente, valuterà secondo il diritto… Il punto è che una sentenza non è un’operazione aritmetica. In ogni norma c’è sempre un’area in chiaro scuro da interpretare, dove ovviamente si riflette anche il pensiero personale del magistrato. Fondamentale è che questa interpretazione sia all’insegna dell’equilibrio e dell’indipendenza». Il governo annuncia una riforma del Csm. «Se sarà un maquillage, come penso, sarà inutile. Bonafede, come ministro, è l’emblema dell’immobilismo. Lo scandalo è scoppiato un anno fa: vi risulta che abbia fatto qualcosa nel frattempo? Tanti annunci e basta. Se poi farà qualcosa, saranno ritocchi minimali. Giusto per dire che s’è messo mano». E invece, secondo lei, che cosa occorre fare? «Separazione delle carriere e separazione del Csm: questa è l’unica riforma che può incidere. Così come i meccanismi di elezione: io penso che un mix tra voto e sorteggio sia la soluzione migliore».
 
Cirio: Assistenti civici senza autorità, andrebbero allo sbaraglio
Gli assistenti civici non avrebbero autorità e sarebbero mandati allo sbaraglio. Lo afferma il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, intervistato da Andrea Rossi per La Stampa. «Sono curioso di conoscere il piano del ministro Boccia perché quel che ho letto mi lascia perplesso. Non funzionerà». Qualcosa bisognerà pur fare, ha visto le immagini delle piazze della movida? «Sì, e le confesso che sono molto preoccupato». E la muraglia umana ieri a Torino per le frecce tricolori? «Quella mi ha fatto proprio arrabbiare. È da irresponsabili. Ho chiamato il prefetto: certe immagini di ieri e del fine settimana non sono accettabili, così si rischia di vanificare per colpa di pochi mesi di sacrificio da parte di tutti». Qual è la soluzione, chiudere di nuovo? «No. In questo momento i numeri del contagio ci confortano. Non ci sarebbe motivo di stringere le maglie dopo la fatica fatta per riaprire in sicurezza, con gradualità e cautela. Al tempo stesso, militarizzare le città sarebbe un errore. Ma è inevitabile adottare qualche misura per arginare comportamenti che potrebbero rivelarsi pericolosi». Ma come si fermano migliaia di persone quando scavalcano le regole? «Non è il momento per la movida. Sia chiaro, io la considero un aspetto essenziale del nostro vivere sociale, un elemento che rende le città attrattive e richiama i turisti. Ma, ripeto, non è il momento. Adesso dobbiamo accontentarci di stare seduti a un tavolino e mangiare al ristorante. Rispetto a qualche settimana fa è una conquista. Spero che tutti se ne rendano conto e siano responsabili, altrimenti rischiamo di dover tornare indietro». Perché pensa sia sbagliato utilizzare i beneficiari del reddito di cittadinanza per sorvegliare gli eccessi della notte? «Come molti colleghi presidenti di regione sono rimasto abbastanza perplesso da quel che ho letto. Chiederemo lumi al ministro Boccia ma la sua idea mi spaventa un po’. Che facciamo, mandiamo normali cittadini a rincorrere chi non rispetta le distanze? Con quale autorità? E proprio adesso che stiamo facendo un enorme sforzo per responsabilizzare le persone sui comportamenti da tenere? Va bene il rigore, ma non siamo uno stato di polizia. Il rispetto delle regole si ottiene responsabilizzando le persone non mettendo indosso a qualcuna di loro una pettorina. E poi c’è una questione di metodo».
 
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