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Altro parere

Sotto il pennacchio niente

Redazione InPiù 26/05/2020

Altro parere Altro parere Mattia Feltri, La Stampa
Sulla Stampa Mattia Feltri firma il suo Buongiorno quotidiano che prende di mira lo scandalo Csm e, in particolare, l’alterigia morale di una parte dei magistrati: “Siccome comincio ad averne viste tantine, ricordo un convegno dell’Anm, il sindacato dei magistrati, nel quale Piercamillo Davigo autoproclamò sé e i colleghi la parte migliore del Paese. Era il 1997. Sembrò alterigia ma era peggio, era infantilismo. Davigo è liberissimo di ritenersi quello che preferisce ma stabilire la superiorità di una categoria, o di una corporazione, perché ha in testa il pennacchio, significa essere diventati adulti per niente. Noi siamo i soli che fanno pulizia al loro interno, diceva Davigo, trascurando che i magistrati fanno pulizia dove vogliono, ma nessuno può fare pulizia fra i magistrati, se non i magistrati stessi per la spropositata indipendenza e autonomia di cui godono. Insomma, non voleva dire nulla l’asserzione e nulla la spiegazione. Davanti alle sconcezze del Consiglio superiore della magistratura, uscite sui giornali in questi giorni e la scorsa estate (a proposito, formidabile Luca Poniz, presidente dimissionario di Anm, sbalordito da una pratica indisturbata da tre decenni: l’arrivo delle intercettazioni sui quotidiani prima che sulla sua scrivania), si è parlato di questione morale. Formula già spesa per la politica, il Parlamento, la corruzione, la pedofilia clericale, l’evasione fiscale, le forze dell’ordine, l’imprenditoria, l’università, i medici, i giornalisti, per mille altri e infine, benvenuta, per la magistratura. Ecco, undici mesi fa, issato ai vertici del sindacato per fare pulizia, Poniz si davigò: «Siamo parte della storia migliore di questo Paese». Come si evince, e a volerlo sapere lo si sapeva, siamo noi italiani parte della storia di questo Paese, la migliore e la peggiore”.
 
Davide Nitrosi, il Giorno
Gli scienziati e i troppi dogmi a senso unico. Il Giorno, titola così l’editoriale firmato da Davide Nitrosi, che prova a fare il punto a tre mesi dallo scoppio dell’emergenza. “Mentre siamo ancora alle prese con il Covid-19 - scrive - dovremmo cominciare a chiederci che cosa abbiamo imparato da questa esperienza. Non solo dal punto di vista medico - che compete alla comunità scientifica - ma sul piano politico e sociale. Qual è la lezione appresa nella gestione di un’emergenza sanitaria? Potremo gestire allo stesso modo una nuova pandemia? Il Coronavirus ci ha investiti come uno tsunami e all’inizio l’unica risposta è stata alzare barricate per contenere le perdite, ritirandoci in fortezze sicure. E quindi il lockdown, il distanziamento sociale, il restate-in-casa. Ma col senno di poi possiamo chiederci se questa sia l’unica risposta possibile. C i hanno detto che il sacrificio ci avrebbe permesso di arginare i contagi, dandoci il tempo di attrezzare gli ospedali: terapie intensive da ricostruire, respiratori da trovare, medici e infermieri arruolati come nella Grande Guerra (i neolaureati sono i nostri ragazzi del ‘99). Tre mesi dopo la dichiarazione di guerra, occorre la freddezza di ragionare sulle strategie. La politica si è completamente affidata agli scienziati, ma il virus era una creatura sconosciuta e imprevedibile anche per la scienza. Le opinioni degli esperti si sono quindi accavallate, sono cambiate, persino contrapposte. La politica ha scelto di sposare la linea di alcuni e chi non era d’accordo sulla lettura dell’epidemia è stato respinto o dileggiato dall’opinione pubblica come un disertore. Oggi però uno scienziato come Guido Silvestri, che insegna e fa ricerca negli Stati Uniti, ci spiega che sono cambiate le informazioni scientifiche a nostra disposizione e quindi non possono che cambiare le valutazioni su come si è affrontata l’emergenza. E ci dice che il lockdown forse non è stata la cura. Non ci sono certezze talebane, insomma. Gli scienziati vanno ascoltati, ma la politica non può sposare a priori solo alcune opinioni, seppure autorevoli. Deve piuttosto mantenere apertura e capacità di ascolto. Per settimane chi osava parlare di mutazioni del virus è stato tacciato di disfattismo. Ora è il presidente della Società italiana di virologia ad ammetterlo. Quando ci si muove in una terra incognita, la capacità di governare significa anche evitare dogmi o presunzioni”.
 
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