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Formare una classe dirigente

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 25/05/2020

In edicola In edicola Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia pone la questione della formazione della classe dirigente e punta il dito su quella italiana: “E’ almeno dalla fine della Prima Repubblica che l’Italia ha un problema di classe dirigente, della sua debolezza/assenza” scrive l’editorialista che elenca quelli che definisce “i tre aspetti fondamentali della questione: 1) Quali capacità deve possedere una classe dirigente per essere tale? Che cosa in particolare la caratterizza? Direi che sono necessarie quattro capacità, soprattutto: A) avere una visione complessiva del proprio Paese, condizione indispensabile per immaginare un suo futuro, per immaginare il tipo di società, di valori e d’interessi che esso deve cercare d’incarnare; B) indispensabile per far ciò è possedere un’adeguata conoscenza del Paese stesso e del mondo. Il che non significa aver viaggiato molto, aver compiuti molti «soggiorni all’estero». Può certamente aiutare ma non è l’essenziale. C) Serve poi un forte tasso di disinteresse personale. Si chiama anche senso dello Stato: è l’idea che nella propria azione l’interesse della collettività (sobriamente e quanto più possibile imparzialmente valutato; in proposito ci sono delle tradizioni) debba prevalere sul proprio tornaconto, di qualunque genere questo sia. D) Infine una classe dirigente è tale se è capace di «assumersi la responsabilità»: cioè se sa prendere delle decisioni. Se sa compromettersi decidendo. 2) Come e dove si formano le capacità ora dette? Naturalmente e principalmente in una sede elettiva che è l’istruzione scolastica. Un’istruzione che possieda tre caratteristiche: abbia come sua base la cosiddetta cultura generale, cioè quella con forte presenza delle materie umanistiche; sia mirata alle conoscenze proprie delle diverse discipline e non alle cosiddette «competenze», al «saper fare»; e nella quale infine si proceda in base esclusivamente a criteri di merito. Le classi dirigenti si formano di regola (le eccezioni sono appunto delle eccezioni) solo assumendo come base un’ampia e approfondita cultura generale. 3) Il ruolo della borghesia produttiva è il terzo aspetto su cui si è soffermata la discussione sulla classe dirigente. Personalmente dubito molto che possano essere le aziende il luogo dove si forma una classe dirigente, così come dubito che possa venire dalla «borghesia produttiva» (industriali e professionalità tecnico-scientifiche) quel «progetto per il Paese» che da tante parti si invoca. Il quale può e deve venire, semmai, dall’ interlocuzione della suddetta borghesia con la politica”.
 
Massimo Cacciari, La Stampa
Sulla Stampa Massimo Cacciari invoca il ritorno a una nuova Costituente: “Tra pochi mesi- scrive - la scelta apparirà chiara e inevitabile: o un effettivo governo delle conseguenze economiche, sociali e politiche della pandemia, oppure ci si metterà al loro rimorchio, come gli schiavi un tempo dietro il carro dei vincitori, limitandoci a esercizi di sopravvivenza. Interventi assistenziali non basteranno più, anche ammesso e non concesso che ci siano stati finora, tempestivi e efficaci”. Oltre a rivedere le urgenti e indispensabili questioni economiche e sanitarie, sottolinea, “tutto ciò resterà vacua ripetizione di esigenze da troppo tempo predicate, se non si affrontano alcuni presupposti. Senza cambio radicale di cultura politica e di assetto istituzionale anche le migliori intenzioni programmatiche sono destinate a naufragare. Non ci sarà nessun rilancio, nessun new deal se tali strutture continueranno a contraddire ogni razionalità allo scopo, a funzionare in senso opposto a ogni logica di impresa. E se il nostro assetto istituzionale perdurerà nell’indecente confusione e sovrapposizione di competenze che la crisi sanitaria ha evidenziato. Le conseguenze economiche dello stato delle nostre istituzioni sono gravissime da un trentennio almeno, ma diventeranno catastrofiche se non verranno affrontate nei prossimi mesi. O la crisi rilancia il problema della ‘fase costituente’ in tutti i suoi aspetti, o sarà servita davvero soltanto a renderci ancora più poveri e divisi. Non intendo, per carità, che si debba partire ancora una volta dai massimi problemi, da Parlamento e governo, magari per produrre nuovi sgorbi di riforma del titolo V. All’opposto: partiamo dall’amministrazione, dalla formazione di nuove figure professionali al suo interno, dalla tecnica amministrativa, semplifichiamo, cancelliamo, costruiamo testi unici per tutti i settori che decideranno del nostro futuro economico e sociale. E affianchiamo tutto ciò con una reale, pervasiva, analitica spending review. Quale cultura politica può produrre uno sforzo coerente in questa direzione? Una cultura della responsabilità, una mentalità anti-gerarchica, federalistica nel senso autentico del termine, che scommette sull’intelligenza, l’inventiva, l’autonomia di ciascuno, le libera dai tempi morti di scartoffie e burocrazie, punta su di loro, sulla loro partecipazione piena, per il rilancio. Altrimenti questo non avverrà”.
 
Pier Francesco De Robertis, Il Giorno
“Altissimi magistrati in servizio che concertano azioni contro politici di governo, nella fattispecie Matteo Salvini, giudici che mercanteggiano cariche in organismi costituzionali, il Csm, come fossero al mercato, sempre a vantaggio della solita cricca politica”. Così Pier Francesco De Robertis sul Giorno commenta gli sviluppi dell’inchiesta sul Csm e aggiunge: “È un verminaio fetido quello che esce dalle carte dell’inchiesta perugina sulle toghe corrotte, che con qualche politico protagonista al posto di un magistrato avrebbe con ogni probabilità portato all’apertura di un’inchiesta, o con un qualche altro esponente di sinistra nella parte della vittima in luogo di Salvini avrebbe visto sfilare in piazza l’Italia democratica. n quadro inquietante davanti al quale una buona parte della politica ha messo la testa sotto la sabbia. I partiti che avrebbero dovuto intervenire da tempo non l’hanno fatto. Le intercettazioni di Perugia sono una bruttissima pagina per la gloriosa (in altre circostanze) magistratura italiana, ma in definitiva non aggiungono niente a quanto già noto. La deriva correntizia è da anni sotto gli occhi di tutti. Ma tutti, specie a sinistra, hanno fatto finta di non vedere. La riforma del Csm, qualsiasi riforma che lo riorganizzi, è infatti sgradita alle toghe e quindi meglio starne alla larga. Anche i bambini, che in genere non si avventurano in dietrologie, sanno che una parte della politica ha stipulato con una parte della magistratura una polizza sulla vita, il cui premio da pagare è appunto il non-intervento in certe questioni. Ma forse stavolta il cattivo odore che giunge da Perugia sarà troppo nauseante e qualcosa si farà. Vedremo se al momento decisivo i dem, ago della bilancia di questa partita, sapranno uscire dal comodo ombrello protettivo. Il fatto che i grillini, vera longa manus del partito delle procure, vogliano anche loro riformare il Csm non fa ben sperare”.
 
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