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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 20/05/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Orlando: Fca dia garanzie sui posti di lavoro in Italia
«Ora bisogna evitare gli errori fatti in passato. E’ giusto dare alle grandi imprese, ma anche avere garanzie che non sempre si è riusciti a costruire e soprattutto a far rispettare». Lo afferma il vicesegretario del Pd Andrea Orlando che in un’intervista a Stefano Cappellini di Repubblica torna sul dibattito intorno a Fca, nato proprio con un suo tweet («Chi chiede aiuti allo Stato riporti in Italia la sede fiscale»). Tra le garanzie deve esserci anche il ritorno in Italia della sede fiscale della capogruppo Fca? «La questione della sede ne solleva una più generale: evitare che risorse pubbliche siano utilizzate per operazioni diverse dal rilancio industriale del nostro Paese». Quindi per lei il ritorno della sede in Italia non è una condizione in senso stretto? «Credo sia un obiettivo, le condizioni sono la difesa occupazionale e degli insediamenti industriali. In passato ci sono state aziende che hanno preso contributi pubblici e poi hanno delocalizzato. Non deve accadere. Sono già arrivate delle risposte con emendamenti al decreto approvati in commissione e anche il ministro si muove in questa direzione». Fca Italia paga qui le tasse. «Sì, e negli anni ha avuto anche un generoso sostegno dall’Italia. Fca sta affrontando una transizione e ogni passaggio prossimo può ridurre la sua presenza industriale. Siamo in una fase in cui lo Stato ha acquistato un ruolo più pesante che in passato e credo sia legittimo aiutare la ripresa ma anche garantire l’uso delle risorse pubbliche per difendere la presenza industriale». Zingaretti è intervenuto. Ha chiesto garanzie, ma non ha parlato di sede. E’ una correzione di linea? «Io vedo solo la differenza tra lo strumento del tweet, il mio, e un comunicato stampa, il suo. Non sulla necessità di garanzie». Cinquantacinquemila operai Fca e 300 mila dell’indotto non bastano a stabilire l’esistenza di un interesse nazionale? «E dov’è la contraddizione tra il chiedere che Fca sia più italiana e che si difendano i posti di lavoro?».
 
Meloni: è nato il super Stato franco-tedesco
Nessun sì a scatola chiusa alla proposta franco-tedesca sul Recovery fund, ma anzi «tanti dubbi, di metodo e di merito». Li pronuncia Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, intervistata sul Corriere della Sera da Paola Di Caro. La proposta di Merkel e Macron va nella direzione che anche voi avevate indicato: perché non è convinta? «Precisiamo: quello del Recovery fund, fra tutti gli strumenti di cui si era parlato, ci convinceva di più. Ma noi chiediamo in primo luogo che la Bce si comporti come tutte le altre banche centrali, ovvero acquisti illimitatamente titoli di Stato». Quale il vantaggio? «La nostra proposta era chiara: uno Stato emette questi ‘bond patriottici’ con rendimento basso ma durata anche cinquantennale, trasferibili, non tassati, allettanti per i risparmiatori. L’invenduto viene acquistato dalla Bce. L’ultima emissione di titoli di pochi giorni fa dedicata all’emergenza ha avuto grande successo. Questa è la via». Se ne è scelta un’altra. «Ci sono problemi di metodo e di merito. Metodo perché è surreale che si stia tutti discutendo di quello che hanno deciso Germania e Francia nell’ambito del loro trattato di Aquisgrana che nulla ha a che fare con l’Europa, ma che è un accordo per una sorta di ‘super-Stato’ all’interno della Ue che si muove non per fare beneficienza, ma per interessi dei rispettivi paesi. Basti pensare all’ipotesi di corridoi turistici dalla Germania a Croazia e Grecia, che sarebbero un danno enorme per l’Italia». Nel merito? «I 500 miliardi di cui si parla sono insufficienti, e in cuor loro lo pensano tutti. Lo stesso commissario Gentiloni aveva parlato prima di 1600 miliardi, poi di 1000, ora siamo a 500... E poi, si tratta di soldi a fondo perduto o prestito? Chi e come li mette? E quanto spetta davvero all’Italia? Tutto poco chiaro per valutare e, soprattutto, per esultare come alcuni fanno».
 
Delrio: su eventuale rimpasto deciderà Conte
«Il Governo rischia brutto, è evidente. Se un partito della maggioranza votasse la sfiducia al ministro della Giustizia e capo delegazione dei 5 Stelle, non sarebbe possibile passarci sopra». Lo afferma Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera, intervistato sul Corriere della Sera da Monica Guerzoni. «I voti di tutta la maggioranza, non solo di Italia Viva – spiega Delrio -, sono decisivi nel sostenere la fiducia al governo. Se qualcuno non la pensa così, questo esecutivo ha un problema enorme». Quel qualcuno è Renzi, che ha 17 voti decisivi e si è detto «incerto» sul destino del ministro. Tira la corda per avere Migliore sottosegretario alla Giustizia? «Non commento le indiscrezioni e non giudico le intenzioni, ma i comportamenti. Fino a oggi quando Bonafede è venuto in Aula a chiarire la sua posizione si è sempre trovata una sintesi e mi auguro che i fatti dicano di nuovo questo». Se i renziani votano la mozione Bonino, è meno grave? «No, sarebbe comunque una sfiducia e il governo cadrebbe». Boschi è andata da Conte per trattare. Marattin sarà presidente della commissione Bilancio? «Stimo Marattin, ma le presidenze delle commissioni si decidono alla Camera, non a Palazzo Chigi. Sono sempre favorevole ai confronti anche molto franchi nella maggioranza. L’importante è non dare l’idea che ognuno giochi una partita per conto suo». Serve un rimpasto per rilanciare Conte? «Non ritengo utile parlare di formule che attengono alle decisioni del presidente del Consiglio. Sarà una valutazione sua, non è questo il problema». La gestione dell’emergenza ha visto pasticci, polemiche sui Dpcm, scontri con le Regioni. Non serve una fase 2 anche al governo? «Serve un governo che dia risposte rapide alle persone e serve stabilità per stare vicino a chi soffre. L’instabilità in un momento così difficile è il servizio peggiore che si possa fare all’Italia».
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