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Redazione InPi¨ 18/05/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Lagarde: Il Patto di Stabilità va rivisto prima che torni in vigore
Nella situazione di fortissima crisi creata dalla pandemia, occorre che il Patto di Stabilità venga rivisto prima che entri in vigore. Lo afferma la presidente della Bce, Christine Lagarde, intervistata da Federico Fubini per il Corriere della Sera. Il quadro di bilancio di Italia, Spagna e Francia era difficile da prima della crisi. La loro situazione di oggi non le dà un po’ i brividi lungo la schiena? Bisogna abbandonare il Patto di stabilità e di crescita? «La priorità, oggi, è aiutare le economie a risollevarsi. Gli Stati stanno spendendo e naturalmente i debiti aumentano; quanto al rapporto fra debito e Pil, crescerà, perché siamo in recessione. Tutti i Paesi al mondo stanno assistendo a un aumento del loro livello di debito: secondo le previsioni dell’Fmi, il debito degli Stati Uniti supererà il 130% del Pil alla fine del 2020, mentre quello della zona euro sarà sotto al 100%. Certo è una media, ci sono differenze tra i Paesi dell’area. Ma per valutare la sostenibilità, non bisogna concentrarsi sul livello di debito rispetto al Pil. Bisogna prendere in considerazione il livello di crescita e i tassi d’interesse in vigore. Questi due fattori sono determinanti. Penso che questa crisi sia una buona occasione di modernizzare le modalità del Patto di stabilità e di crescita, oggi sospeso. In passato sono state fatte delle proposte innovative, in particolare da parte dell’Fmi, che sarebbe utile riesaminare. Ne va misurata la pertinenza e l’efficacia. Credo che i termini del Patto di stabilità e di crescita debbano essere rivisti e semplificati prima che si pensi a reintrodurlo, quando saremo usciti da questa crisi». Come riusciranno i Paesi più indebitati a liberarsi dei debiti contratti a causa del virus? Verranno cancellati? Ridotti? Le scadenze saranno spalmate nel tempo? «La soluzione è una crescita solida e durevole che permetterà, nel tempo, di ammortizzare l’onere del debito e alle nostre economie di svilupparsi in maniera armonica per rispondere alle aspirazioni dei cittadini». Emmanuel Macron e Angela Merkel propongono un fondo di rilancio europeo da 500 miliardi di euro. Sono trasferimenti diretti e non prestiti. Che ne pensa? Questo impegno di bilancio europeo le sembra sufficiente perché la Bce non debba più sobbarcarsi da sola lo sforzo? «Le proposte franco-tedesche sono ambiziose, mirate e benvenute. Aprono la strada a un’emissione di debito a lungo termine effettuata dalla Commissione europea e soprattutto permettono di attribuire aiuti diretti importanti a favore degli Stati più colpiti dalla crisi. Ciò dimostra lo spirito di solidarietà e di responsabilità a cui ha fatto riferimento la cancelliera la settimana scorsa. Non può esserci un rafforzamento della solidarietà finanziaria senza un maggiore coordinamento delle decisioni a livello europeo».
 
Boccia: Ora niente errori, da qui in avanti richiudono solo le regioni con problemi
«Non è vero che tutti faranno le stesse cose - dice il ministro degli Affari regionali - se il sistema di monitoraggio dirà che una Regione è ad alto rischio, dovrà richiudere. Non si ferma tutt’Italia però. D’ora in poi ognuno dovrà essere in grado di mettere in sicurezza il suo territorio». Lo afferma il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia intervistato da Annalisa Cuzzocrea per la Repubblica. È il primo giorno della fase due. Cominciata senza ascoltare gli avvertimenti degli scienziati, derogando ad alcuni dei loro consigli, facendo - all’improvviso - quello che ad alcuni sembra un salto nel buio, più che un rischio calcolato come ha detto Giuseppe Conte. Non temete che un nuovo picco di contagi possa arrivare davvero? «Solo gli incoscienti possono dirsi non preoccupati. Da ieri è iniziata la nostra nuova convivenza con il Covid-19. Tre mesi fa ci ha messo in grave difficoltà, ora dobbiamo essere rigorosi nei comportamenti e dimostrare di essere più forti. È scontato che il primo giorno si debbano seguire nuove regole: serve un rispetto diffuso e convinto da parte delle categorie produttive coinvolte. Ma mi sembra che bar, ristoranti, parrucchieri abbiano risposto benissimo». Hanno chiesto regole meno rigide e voi le avete concesse. Perché? «Abbiamo calato i principi sanciti dal comitato tecnico scientifico nella pratica. Penso che ogni commerciante abbia tutto l’interesse a seguire le norme. I cittadini devono fare la loro parte. Questa nuova normalità impone due cose: pazienza e rispetto. Gli italiani hanno dimostrato di averli entrambi e il mondo intero lo ha scoperto e apprezzato». Perché avete prima deciso di fare dell’Italia un’unica “zona arancione” per poi affidarvi - solo adesso - alla responsabilità delle Regioni? «Quando ho detto che da oggi le Regioni sono responsabili non ho mai dato un’accezione negativa al termine. Penso che ogni presidente abbia a cuore il suo territorio, che voglia fare di tutto per proteggere i suoi cittadini, ma deve anche sapere che comportamenti sbagliati rischiano di rimandare l’Italia sotto chiave. Attenzione. Serve uno sforzo immane per riprendersi, ma basta l’errore più banale per precipitare». L’impressione è che per non scontentare alcune Regioni, il governo abbia rinviato la Fase 2 ovunque. E costringa adesso chi ha ancora numeri importanti a rischiare troppo. È così? «No. Chiudere tutto è stato doloroso e sofferto, ma necessario. E dal punto di vista di gestione della cosa pubblica era più semplice. Adesso che devi rimettere in moto non solo la vita, ma far ripartire l’economia con regole nuove, non puoi pensare di normare da Roma i passi che muove ogni essere umano che sta riaprendo. Ci sono 21 organizzazioni territoriali sanitarie diverse e nella fase 2, se esplode il contagio, devono reggere quelle».
 
Patuanelli: Modello Ponte Genova per ripartire, il Paese non può vivere di sussidi
«Per iniziare a correre davvero occorre sburocratizzare e dar fiducia alle imprese. «La proposta Merkel-Macron sul Recovery Fund da 500 miliardi? Bene, ma è solo un primo passo verso i 1000 miliardi che riteniamo siano la dotazione necessaria per soddisfare le esigenze di tutti i paesi europei». Lo sostiene il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli intervistato da Paolo Baroni per La Stampa. Ministro, l’Italia ieri ha riaperto, ma come dice il premier Conte ha iniziato solo a camminare. Quando ci rimetteremo a correre? «Rivedere dalle mie finestre su via Veneto gli esercizi che riaprono è una boccata d’ossigeno. Perché, per quanto nel decreto Rilancio Italia si siano inserite molte risorse di ristoro, parliamo di 20 miliardi di liquidità diretta tra sospensione Irap, indennizzi a fondo perduto, pagamento degli arretrati della Pa e riduzione oneri delle bollette, tuttavia stiamo parlando di un decimo di quello che il Paese ha perso tra marzo ed aprile. Per cui per rimetterci in moto bene dobbiamo ricominciare con forza, intanto iniziando a sburocratizzare il paese. È il prossimo passaggio fondamentale». Dunque adesso via con le semplificazioni, dopo Cura Italia e Dl Rilancio la terza gamba delle misure che dovrebbero portarci fuori dalla crisi… «Non so se è la terza gamba, ma certamente le semplificazioni sono una gamba che manca e che può determinare la caduta del tavolo o il fatto che si sostenga». Quindi come si procede? «Bisogna far percepire alle imprese che lo Stato si fida di loro. Questo è il mio primo obiettivo. Dovranno produrre meno carte e perdere meno tempo, che per le imprese è sempre un costo, per ottenere una autorizzazione, per attivarsi e per poter partire con un’opera. Questo non significa assolutamente derogare a principi di legalità, anche perché col decreto “spazzacorrotti” ci siamo dotati di uno strumento che all’avanguardia rispetto a tanti paesi europei per contrastare i fenomeni corruttivi». Interverrete sul Codice degli appalti? «Nel campo delle opere pubbliche bisogna rifarsi al modello Genova, con la consapevolezza che in questo ambito sarebbe bello che non servisse un commissario per completarla in tempi decenti. Dovrebbe essere la legislazione ordinaria che ci consente di farlo e non le deroghe ed i commissari. Poi, per quanto si possa intervenire sul codice degli appalti, penso innanzitutto alle opere pubbliche che è uno dei motori economici del Paese, c’è tutta una parte autorizzativa, tutti i pareri dal livello locale a quello centrale, che non sta nel Codice e che dovrebbe avere a sua volta tempi molto più rapidi e certi».
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