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Altro parere

Il pressing per riaprire le scuole

Redazione InPi¨ 18/05/2020

Altro parere Altro parere Michele Brambilla, Il Giorno
“Perché come i bar, i ristoranti e i parrucchieri non riapre anche la scuola? Eppure è «qualcosa di appena più importante e incisiva di una messa in piega o di un cappuccino», come si legge nelle ultime righe di un appello ospitato ieri dalla Stampa e firmato da Massimo Cacciari e altri quindici intellettuali”. Lo scrive il direttore del Giorno, Michele Brambilla che prova a confutare le ragioni del pressing per riaprire le scuole. “Non mi permetterei mai di gettare in ridicolo un testo firmato da intellettuali e ospitato da un grande e prestigioso giornale. Ma mi permetto invece di sospettare che questo appello sia una delle tante manifestazioni di principio - nobilissime - che in questo periodo sono state sollevate senza fare i conti con la realtà. Cacciari e gli altri intellettuali dicono infatti di temere «una definitiva e irreversibile liquidazione della scuola nella sua configurazione tradizionale», ma non fanno cenno a progetti definitivi in questo senso, che infatti (almeno per il momento) non esistono. Fanno invece esplicito riferimento a questa «fase 2», ricordano che «quasi tutti i Paesi europei, in prima fila i nostri competitors sul piano economico, hanno già riaperto (o stanno riaprendo) le scuole», esprimono poi preoccupazioni per l’inizio del prossimo anno scolastico, cioè il periodo in cui si teme la seconda ondata. Molti altri la pensano come loro: riaprire le scuole, subito. Ma se il principio (appunto) è sacrosanto, la realtà è un’altra. Fra tante cose incerte su questa epidemia, una è solidamente attestata: e cioè che, fra tutte le chiusure, quella delle scuole è stata la più importante per fermare il contagio. Alcuni riaprono, è vero. Ma in Italia, a due-tre settimane dalla fine dell’anno scolastico, che senso avrebbe rischiare? Con venti-trenta alunni chiusi in un’aula? Così come il decreto «iorestoacasa» ha certamente comportato una limitazione delle libertà individuali, anche le lezioni online sono, se vogliamo utilizzare questo termine, «un danno». Ma un danno inevitabile e temporaneo per scongiurarne altri, ben più gravi. Questa è la realtà, e a volte è bene che la realtà si imponga sugli ideali”.
 
Mauro Magatti, Avvenire
Il virus ci ha posto di fronte al tema della fragilità. Lo scrive Mauro Magatti che firma l’editoriale di Avvenire. “Secondo i dati dell’Istituto superiore della Sanità in Italia ci sono 24 milioni di cittadini che hanno almeno una cronicità, dalle più lievi come l’osteoporosi a quelle più debilitanti, come il diabete. Di questi, 12,5 milioni soffrono di multicronicità (due o più). Un dato spiazzante rispetto alla retorica dell’uomo sempre brillante e performante che ci viene presentata ogni giorno. Insomma, prima della pandemia, eravamo, sì, una società avanzata. Ma per questo, paradossalmente, popolata da molte persone fragili. E ciò per due ragioni. La prima è che, grazie ai miglioramenti delle condizioni di vita e agli avanzamenti della medicina, riusciamo molto meglio del passato a curare le persone, anche se non a guarirle. Le vite si allungano, ma sono più fragili. La seconda ragione è che nella "società della prestazione", ci sono tante situazioni che possono spingere le persone ai margini della vita sociale. E ai margini si è più vulnerabili. Il coronavirus ha colpito la fragilità nascosta nelle pieghe della nostra società. I dati Iss parlano chiaro: la mortalità sale esponenzialmente con l’età e la multicronicità mentre si riduce drasticamente tra la popolazione più giovane e in salute. Su 30mila cartelle cliniche di persone morte di coronavirus i morti con meno di 40anni sono stati 70 e solo 12 non avevano diagnosticate patologie di rilievo. La fragilità è una dimensione ineliminabile della condizione umana con la quale è necessario fare seriamente i conti. Ciò vuol dire che la Sanità va ripensata per far fronte alle nuove esigenze della popolazione. Certamente servono ospedali di eccellenza per curare le acuzie. Ma, come risulta evidente dai dati citati è urgente attrezzare ovunque una ‘sanità di territorio’ che sappia intervenire in modo rapido e diffuso. E che sia capace di unire la necessaria assistenza medica con un accompagnamento umano e sociale. La nuova Sanità – che è fondamentale resti un bene pubblico a cui tutti possono accedere al di là delle risorse economiche di cui dispongono – deve sapere integrare il ruolo dell’ospedale (statale e convenzionato) con la medicina territoriale, l’aspetto sanitario con quello sociale, valorizzando il contributo del Terzo settore organizzato e delle reti sociali, a partire dalla famiglia. Perché la fragilità – che la pandemia aggrava anche perché aumenta isolamento e solitudine – ha, sì, bisogno di più risorse economiche, ma anche di più vicinanza e più ascolto”.
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