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Non basta stare a casa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 08/04/2020

Non basta stare a casa Non basta stare a casa Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, rievoca il 1630, l’anno della peste manzoniana, per raccomandare ciò che andrebbe fatto per superare l’emergenza coronavirus. Allora, come oggi, ricorda il giornalista, furono adottate misure per evitare assembramenti in spazi pubblici che avrebbero esteso il contagio. In sintesi: non uscire, aspettare, eventualmente pregare. Tutto giusto. Ma non basta. Perché nel frattempo – continua Cazzullo – la tecnologia e la ricerca ci hanno resi molto diversi da come eravamo nel Seicento. Perché non usarle? Ci sarà tempo per verificare meriti e responsabilità. È evidente che sono stati commessi errori: non prepararsi all’arrivo del virus, non predisporre scorte di mascherine, non proteggere medici e infermieri, lasciare che molti ospedali diventassero focolai, non fare della Val Seriana una zona rossa. Va riconosciuto che l’Italia è stato il primo Paese occidentale a chiudere, ed è riuscita a evitare il contagio di massa al Sud. Ma ora occorre creare le condizioni per ricominciare a vivere e a lavorare. Il modello è evidente: le nazioni che meglio hanno frenato il virus e organizzato la ripresa. Non solo Corea del Sud e Giappone; anche la Germania. I tedeschi fanno quasi centomila tamponi al giorno, isolano i positivi, distinguono le fasce d’età e le aree geografiche da proteggere con maggiore attenzione; e fanno ripartire la macchina produttiva — mai spenta del tutto — affidandola a chi non può trasmettere il Covid-19. L’Italia di oggi non è la Germania, d’accordo. Ma non è neppure l’Italia del Seicento, dei monatti e di don Ferrante che va a letto a morire «prendendosela con le stelle». Le cose da fare non sono facili, però sono ineludibili: uno screening di massa, con un test rapido come potrebbe essere la ricerca di anticorpi nel sangue; un’app che consenta di tracciare i positivi; misure per proteggere gli anziani; e la ripartenza della produzione, garantendo la sicurezza dei lavoratori.
 
Giampiero Massolo, La Stampa
Un ambizioso e organico piano nazionale, capace di mobilitare la nostra principale risorsa, l’ingente risparmio nazionale. È quello che invoca, in un editoriale sulla Stampa, l’ambasciatore Giampiero Massolo, secondo il quale non c’è tempo per attendere l’intervento di un principe straniero, una costante della nostra tradizione. L’attesa di qualcuno o qualcosa che dall’esterno risolva i nostri problemi, come un’autoassoluzione collettiva per la nostra inazione. Che sia l’Europa o più o meno inediti partner internazionali. Oggi, attendere rischia di avere costi potenzialmente insostenibili. In termini di sollievo all’emergenza sanitaria, ma più ancora di prospettive di rilancio e di reputazione nazionale. Un’assunzione di responsabilità anzitutto a livello nazionale, premessa di ogni credibile ripresa, si conferma dunque urgente e necessaria, sostiene Massolo. Vale per la nostra collocazione in Europa, come per il nostro posizionamento nel mondo. E non può prescindere da una visione complessiva delle urgenze sanitarie ed economiche di oggi, ma soprattutto della necessità impellente, a emergenza attenuata, di sostenere e far ripartire l’economia, l’occupazione, le imprese. Con chiarezza di obiettivi e attenzione a evitare un’incombente instabilità sociale. Un simile rilancio, dunque, potrebbe passare, come detto, attraverso un piano nazionale in grado di mobilitare l’ingente risparmio nazionale, nel quadro di un insieme sinergico di misure e investimenti pubblici e privati, tesi alla ripresa del Paese. Senza ulteriore debito pubblico –  quello sì, un limite obiettivo alla nostra sovranità – ma ad esempio attraverso la sottoscrizione di titoli sostanzialmente irredimibili negoziabili sul mercato, come qualcuno ha autorevolmente proposto.
 
Piero Colaprico, la Repubblica
I morti meritano la verità: è quanto afferma Piero Colaprico in un editoriale su Repubblica dedicato alla controversa vicenda del Pio Albergo Trivulzio di Milano. L’assessore regionale alla Sanità Giulio Gallera – scrive Colaprico – sostiene con sicurezza liquidatoria che i morti di Covid a marzo al Pio Albergo Trivulzio sono stati 18. Ma lo stesso Pat, in un documento ufficiale, dichiara che «dal primo al 7 aprile al Pio Albergo Trivulzio sono deceduti 27 ospiti che presumibilmente avevano contratto il virus». Con questa contraddizione diventa lampante una danza macabra sulle cifre che non meritano né i parenti di chi non c’è più né noi cittadini. La Regione, responsabile dell’istituto, ha invitato il Comune a nominare un suo membro per la commissione d’inchiesta. È stato scelto Gherardo Colombo, ex pubblico ministero di Mani Pulite, che proprio al Pio Albergo Trivulzio iniziò ormai ventott’anni fa l’inchiesta su Tangentopoli. È uno di quelli che Silvio Berlusconi bollava come «toga rossa». Uno che sa come indagare. Come lo sa l’attuale procuratore aggiunto Tiziana Siciliano: è sulla sua scrivania che si stanno accumulando mail e lettere. Saranno trasformate in Sit (sommarie informazioni testimoniali), utili all’indagine giudiziaria, già aperta, e che non può non partire dalle casse da morto accumulate nella cappella della “nostra” Baggina, una delle istituzioni da sempre nel cuore dei milanesi. A ciascuna delle persone che entrano ed escono dalle Rsa come la Baggina è intestato un fascicolo. Si capirà quante di queste possono essere state mandate a morire a casa, quante in un pronto soccorso d’ospedale. Si apprende anche — la fonte è la Cisl — che domenica scorsa, su 28 operatori del reparto Fornari, 21 sono a casa, con sintomi tipici, come la perdita dell’olfatto, del gusto e la febbriciattola.
 
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