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La potenza dei simboli

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 06/04/2020

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Antonio Polito invita a riflettere sulla potenza dei simboli nei momenti di crisi per qualsiasi civiltà, anche quella secolarizzata come la nostra. “Ha suscitato scandalo – scrive - la proposta di Salvini di riaprire le chiese a Pasqua. Non altrettanto scandalo aveva suscitato l’idea di Renzi di riaprire le librerie, né quella della Confindustria di tenere aperte le imprese. Il leader della Lega mescola certo con troppa superficialità il profano della politica con il sacro della preghiera. E le esigenze di distanziamento sociale rendono evidentemente impossibile ciò che chiede. Ma le reazioni che ha ricevuto, quasi sdegnate, fanno riflettere. La paradossale verità è che oggi cultura e industria ci appaiono strumenti di rinascita e riscatto più idonei della religione. Il processo di secolarizzazione, anche nel Paese più cattolico d’Europa, ha ormai espunto la fede dal dibattito pubblico, come se fosse un sentimento privato, rispettato sì, ma in definitiva inutile al corpo sociale. Invece il sacro è sempre stato un formidabile strumento di tenuta e coesione delle società umane, e forse è addirittura nato per questo scopo. Non è dunque neanche indispensabile credere per capire perché, di fronte alla forza della natura maligna, a una catastrofe, a un’epidemia, gli esseri umani di tutti i tempi si siano sempre raccolti intorno a un rito religioso, in preda al timore di Dio e sperando nel suo aiuto. Il caso, o forse la Provvidenza, ci mettono oggi proprio davanti agli occhi la potente forza simbolica del sacro. La settimana santa e i suoi riti accompagnano infatti con una singolare corrispondenza cronologica le vicende della pandemia. La Quaresima era cominciata insieme con la quarantena: il governo chiuse Codogno tre giorni prima del mercoledì delle Ceneri. Possiamo sperare allora che la fine di questo periodo di penitenza annunci anche l’inizio della fine della nostra Passione, e che si apra la settimana decisiva per la discesa della famigerata curva? E si può immaginare una metafora più calzante della Resurrezione per il nostro disperato bisogno di un nuovo inizio? Prima ancora di Cristo, ci pensavano del resto le feste pagane a celebrare, a questo punto dell’anno, il rito primaverile della rinascita della terra; e la Pasqua ebraica ricorda anch’essa una liberazione: quella del popolo di Dio dalla prigionia in Egitto”.
 
Giovanni Orsina, La Stampa
Le tre strade per l’Italia e per l’Europa dopo l’emergenza Covid-19. Ne parla Giovanni Orsina sulla Stampa: “La pandemia mette a dura prova sia l’europeismo sia il sovranismo. Con le sue conseguenze economiche la prova, da dura, si farà durissima. In Italia più che altrove. Il coronavirus ha posto con violenza sul tavolo la questione della controllabilità del mondo, e come risposta a questa sfida sta imponendo la segmentazione politica ed economica del pianeta. La tragedia italiana consiste nel fatto che sono entrambi assai poco soddisfacenti. L’Italia è un Paese a sovranità limitata non per colpa di Bruxelles, ma perché un debito pubblico ingestibile la mette alla mercé dei mercati finanziari. Si dibatte in questa trappola da almeno un trentennio senza saper trovare le risorse per liberarsene, né economiche a motivo della bassa crescita, né politiche per il mediocre funzionamento della vita pubblica. I molti vantaggi che ha tratto dall’appartenenza all’Unione e all’euro, a partire dai bassi interessi sul debito, le hanno consentito di sopravvivere nella trappola, ma non di uscirne. La pandemia apre ora tre strade all’Italia e all’Europa. Lungo la via europeista, la crisi sarà l’occasione per un salto di qualità dell’Unione, che non basterà magari a curarne la debolezza politica e culturale, ma le farebbe comunque fare un significativo passo in avanti. La seconda via è quella sovranista: restare nella trappola diventa impossibile, uscirne con l’Europa non si può, quindi tocca sbrigarsela da soli. Credo che nessuno sappia con precisione quale sarebbe il prezzo dell’«Italexit», ma dubito che qualcuno pensi davvero che possa non essere altissimo. La terza strada è a mio avviso la peggiore, ma è anche quella che la storia del processo d’integrazione europea ci insegna essere la più probabile: un altro compromesso utile ad affrontare l’emergenza ma non i nodi strutturali. Gli europeisti potrebbero così gridare che il bicchiere è mezzo pieno, i sovranisti che è mezzo vuoto, mobilitando gli uni e gli altri le rispettive, inesauribili macchine sofistiche. L’inadeguatezza delle due soluzioni diventerebbe ancora più evidente agli occhi degli italiani, senza però che nessuna riesca a prevalere sull’altra. L’Italia rimarrebbe nella sua trappola, viva ma sempre più debole, e con chance di uscirne ormai azzerate. E l’Europa in mezzo al guado che è diventato ormai la sua dimora. Fino alla prossima crisi”.
 
Pierfrancesco De Robertis, Il Giorno
L’emergenza Covid-19 fa tornare ‘di moda’ la voglia di competenza. Ne parla Piefrancesco De Robertis che firma l’editoriale sul Giorno. “I momenti di difficoltà funzionano come setacci che separano il vero dal falso e ci restituiscono il senso autentico e la dimensione delle cose. Così non stupisce che in questo periodo i giornali e l’informazione abbiano registrato un interesse che da tempo facevano fatica a riscuotere, magari a vantaggio del vociare indistinto del web in cui ha ragione chi la spara più grossa, e, per non restare solo ai giornali, non sorprende che un medesimo meccanismo si sia visto nella sanità, i cui esperti consultiamo ora come l’oracolo di Delfi lasciando perdere il parere del praticone di turno che forse qualche tempo fa un po’ di spazio l’avrebbe trovato. Abbiamo passato anni a discutere sull’utilità dei vaccini, c’è stato chi in politica ha occhieggiato a questi temi, ma adesso dei no vax si è persa traccia. Nessuno parla più di «big pharma», e anzi, siamo tutti qui a sperare che «big pharma» metta in campo la propria potenza di fuoco e ci liberi al più presto dal male. Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare, verrebbe da dire ripensando con soddisfazione, come a una rivincita, a questo mutamento di sensibilità. Pare in sostanza tramontata quell’era della disintermediazione che aveva accompagnato la rivoluzione tecnologica e l’arrivo dei social, che accanto ai molti benefici della rete aveva generato l’equivoco per cui se tutti potevano parlare era perché tutti avevano qualcosa da dire. Era l’uno-vale-uno che metteva sullo stesso piano il virologo di fama al praticone che discettava in internet, il grande economista poteva essere contraddetto senza problema da un diplomato in ragioneria. Gli esempi sono purtroppo infiniti. È vero, c’era stato a volte un problema di accesso al sapere e ai saperi, di circoli chiusi, che fossero accademici o giornalistici, e in fondo la ribellione dell’uno-vale-uno proprio questo grido aveva raccolto, ma non è che la soluzione poteva essere l’accreditare quanto detto dal primo che passa. Informandosi sulle cure da seguire o sulle notizie da acquisire”.
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