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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 03/04/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Dombrovskis: L’Ue pronta a favorire gli Eurobond
«Siamo aperti a ogni opzione, abbiamo bisogno di una risposta ambiziosa, coordinata ed efficace contro la crisi». In un’intervista ad Alberto D’Argenio per la Repubblica, il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, apre agli Eurobond e ad un uso del Fondo salva-stati (Mes) senza austerità. Cosa propone Bruxelles per una reazione immediata alla crisi? «Serve una risposta rapida e senza precedenti. Nelle ultime settimane abbiamo sospeso il Patto di stabilità e il divieto di aiuti di Stato alle imprese. Inoltre ci sono state le decisioni della Bce. Oggi portiamo un nuovo pacchetto: l’obiettivo è di preservare quanto più possibile imprese e occupazione. Più aziende salviamo, più posti di lavoro manteniamo, più veloce sarà la ripresa economica. Ecco perché abbiamo proposto “Sure”, uno strumento che avrà fino a 100 miliardi da prestare ai governi nazionali a condizioni vantaggiose per sostenere gli ammortizzatori sociali. Inoltre abbiamo accordato massima flessibilità su come usare i fondi europei: potranno essere impiegati senza co-finanziamento nazionale e trasferiti tra le regioni di un Paese». I governi sono spaccati sul Mes: alcuni chiedono di attivarlo senza condizionalità, altri invece vogliono impegni su un futuro di austerità. La Commissione cosa ne pensa? «È logico usare il Mes come prossima linea di difesa perché è già capitalizzato e ha già capacità di prestito. Dobbiamo trovare un compromesso pragmatico, una soluzione su misura per questa crisi che ci permetta di attivarlo. Una qualche forma di condizionalità è legalmente necessaria, ma non stiamo parlando di una classica condizionalità macroeconomica». Si litiga anche sulla possibilità di reperire risorse sui mercati per aiutare l’economia a superare la recessione: lei è favorevole agli Eurobond? «Siamo in costante contatto con i governi. Sappiamo che stanno preparando delle proposte e sul tavolo c’è già quella francese. La Commissione lo ha detto chiaramente: siamo aperti a ogni opzione, abbiamo bisogno di una risposta ambiziosa, coordinata ed efficace contro la crisi. Siamo pronti a facilitare questo lavoro».
 
Locatelli: Via subito ai test per la mappatura. L’immunità dura mesi
«L’obiettivo è iniziare quanto prima la mappatura per scoprire quanti sono gli infetti». Lo dice Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del Comitato tecnico scientifico della Protezione civile, intervistato da Michele Bocci per la Repubblica. Professor Locatelli, ci sono tanti test sierologici sul mercato? «Sono numerosi gli esami per l’individuazione di una risposta di anticorpi a Sars-CoV-2. È importante definire accuratamente la validità dei test, cioè la loro sensibilità e la loro specificità, per non incorrere in risultati inaffidabili, cioè evitare i cosiddetti falsi positivi e negativi. Il ministero della Salute e il Comitato sono al lavoro per validare nel più breve tempo possibile i test sierologici e consentirne poi una solida applicazione sul territorio nazionale». Quale diffusione delle positività si aspetta? «Uno studio sieroepidemiologico largamente esteso alla popolazione in Italia potrebbe darci le differenze di sieroprevalenza a seconda di territori, fasce di età e di professione e farci comprendere in maniera più precisa le caratteristiche epidemiologiche, nonché fornire fondamentali informazioni per chiarire la diffusione dell’infezione, comprendendo anche asintomatici che siano comunque venuti in contatto con il virus sviluppando una risposta di anticorpi. Si può ipotizzare che il tasso di sieroprevalenza sia molto diverso tra le Regioni: ci si possono aspettare tassi maggiori in quelle che sono state più interessate dall’epidemia». Per essere utili alle misure sociali da adottare, questi test dovrebbero iniziare. Quando pensate di partire? «L’obiettivo è iniziare quanto prima gli studi per definire la circolazione virale. Confidiamo che questo obiettivo possa essere raggiunto a breve, una volta validati i test diagnostici e definito il programma di attuazione operativa della conduzione di queste indagini». Si sa per quanto tempo le persone colpite restano immuni? «I dati attualmente disponibili sullo sviluppo di un’immunità sono pochi e non in grado di rispondere compiutamente alla domanda sulla sua durata. Questo detto, possiamo ipotizzare che la risposta immune al virus duri almeno per alcuni mesi e sia protettiva rispetto al rischio di ulteriori infezioni».
 
Pregliasco: Sbagliato fare paragoni tra Lombardia ed altri. Governo lento nel chiudere
«Io vorrei spiegare davvero all’opinione pubblica perché la Lombardia è stata travolta da uno tsunami di casi di Covid-19». Lo afferma il virologo Fabrizio Pregliasco, ricercatore dell’Università Statale di Milano e direttore sanitario dell’ospedale Galeazzi, intervistato da Simona Ravizza per il Corriere della Sera. Lo tsunami che ha travolto la Lombardia è la causa della drammatica conta quotidiana di ammalati e morti (con oltre 46 mila contagi e ottomila morti)? Oppure è l’effetto di scelte politiche sbagliate? «Si sta diffondendo un po’ l’idea che il Veneto abbia gestito meglio l’epidemia (poco più di 10 mila casi e 500 decessi). Io non voglio sminuire il lavoro prezioso dei colleghi veneti, ma bisogna capire che la situazione non è paragonabile. Così come è sbagliato pensare di adottare in Lombardia le stesse soluzioni». Qual è la differenza tra Lombardia e Veneto? «Il 25 febbraio, a ridosso del “Paziente Uno” di Codogno, la Lombardia ha 231 casi; il Veneto 42. Da quel momento in avanti la crescita è esponenziale: il 3 marzo i lombardi positivi sono 1.346, i veneti 297». Più tamponi eseguiti, più prevenzione: gli infetti non vengono lasciati girare. Per scoprirli serve il test. Viene da pensare: il Veneto ne fa di più e traccia meglio i contatti stretti per bloccarli a casa. «È una falsità. Lo dicono i numeri: il 24 febbraio la Lombardia esegue 3.689 tamponi contro i 2.200 del Veneto; poi 4.658 contro 3.780; poi ancora 5.829 contro 4.900, e via dicendo. Il problema è che lì c’è stato un focolaio, qui un incendio». I numeri si riferiscono ai primi giorni. Fino al 26 febbraio. In seguito in Veneto sono stati eseguiti 2.165 test su 100 mila abitanti, in Lombardia 1.139. «Una volta che il virus si espande su larga scala fare a tutti il tampone, oltre che impossibile per la quantità di esami che andrebbero svolti, è inutile. Il test dice solo se in un determinato momento sei positivo, non se lo diventi dopo un giorno. Quando il contagio è ormai diffuso — e lo è per l’ormai noto R0 — l’unica arma per bloccare la diffusione è l’isolamento sociale». Il 23 febbraio nel Lodigiano ci sono già 90 casi e scatta immediatamente la ‘Zona Rossa’. Il 28 febbraio nella Bergamasca (soprattutto a Nembro e Alzano) ce ne sono 106, ma la «Zona Rossa» non scatta e oggi Bergamo non sa più dove mettere le bare. «Sicuramente la Lombardia sconta almeno 12 giorni di ritardo nelle chiusure. E non per colpa sua». Cosa vuole dire? «A me risulta che dalla Lombardia fosse stato subito chiesto di bloccare tutto, ma Roma ha temporeggiato. Lo dico con rammarico».
 
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