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Altro parere

Il virus non Ŕ il capitalismo

Redazione InPi¨ 02/04/2020

Altro parere Altro parere Claudio Cerasa, Il Foglio
Il virus non è il capitalismo. Il direttore del Foglio, Claudio Cerasa prova a spiegare questo concetto in un editoriale in cui evidenzia che “in questi lunghi giorni di quarantena, il verbo forse più abusato dai grandi e piccoli sciacalli è un verbo di poche lettere utilizzato quotidianamente da molti attori della politica per evidenziare il modo in cui la pandemia globale sarebbe lì a testimoniare la bontà delle proprie formidabili idee. Il verbo, lo avrete forse intuito e lo avrete forse notato, è “dimostrare”. E da una parte e dall’altra della barricata sono in tanti che tentano di certificare che la diffusione del virus ha, in qualche modo, permesso di dimostrare che le proprie idee politiche sono senz’altro quelle corrette. Tra i molti tentativi di dimostrare una particolare tesi attraverso la devastazione economica e sanitaria provocata dal coronavirus quello forse più significativo, che merita di essere messo in evidenza, ha a che fare con la nascita di un incredibile coalizione culturale tra soggetti diversi tutti intenzionati a dimostrare che il mondo in lockdown sia la giusta punizione divina per un mondo malato di capitalismo prima ancora che di coronavirus. I capitalisti sono dunque dei criminali perché vogliono riaprire l’Italia nonostante l’Italia non sia sicura. I capitalisti sono dei criminali perché non capiscono che è proprio il mondo schiavo del mercato ad aver portato il virus in Italia. I capitalisti sono dei criminali perché non capiscono che per salvare il mondo non occorre aiutare le aziende a ricreare i posti di lavoro ma occorre limitarsi ad aiutare chi è rimasto a casa senza lavoro. I capitalisti sono dei criminali perché si rifiutano di prendere in considerazione l’idea di una grande patrimoniale per sostenere l’Italia. Per i nemici del capitalismo, il coronavirus è come una punizione divina che ci riporta agli antichi valori e che castiga la nostra smania di guadagno. Ma per il benessere del mondo non ci potrebbe essere niente di peggio che non capire una verità semplice: per superare la crisi di oggi e quelle di domani e per combattere la povertà piuttosto che la ricchezza occorrerà trovare un modo per far sì che gli spiriti animali più che domati vengano finalmente liberati. I virus, volendo, si combattono anche così”.
 
Marta Dassù, La Stampa
“Il dibattito italiano sull’Europa non cambia mai. Nel mezzo di una crisi che assomiglia a una guerra, le due parti in conflitto - europeisti ed euro-scettici - ripetono gli stessi argomenti di sempre”. Così Marta Dassù che in un editoriale sulla Stampa delinea come vincere il negoziato con l’Ue. “La crisi non è utilizzata per avvicinare le posizioni. La pandemia rafforza le vecchie convinzioni: gli europeisti vedono nella risposta di Bruxelles e Francoforte la prova che l’Unione europea esiste ed è utile. Gli euroscettici vedono la cosa al contrario, naturalmente: la pandemia seppellisce anche l’Unione europea, dimostrando che in tempi difficili esiste solo lo Stato nazionale. volentieri a meno viene sprecata. Mentre sarebbe l’occasione, in Italia, per ricercare un nuovo punto di incontro sulla politica europea: la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per metterci in grado di negoziare in Europa con qualche efficacia. Per fare passi avanti, l’Italia dovrà dimostrare che il suo obiettivo non è di sfruttare l’emergenza sanitaria per ottenere in modo surrettizio la mutualizzazione del debito pregresso. La proposta francese di un fondo europeo di ripresa economica con una scadenza temporale (5 o 10 anni) e un debito comune limitato a quel fondo, potrebbe aiutare. Al tempo stesso, dividersi all’interno sul Meccanismo europeo di stabilità non favorisce la nostra credibilità: un negoziato che Roma può fare e anche sperare di vincere è sulle condizionalità di fondi destinati unicamente all’emergenza e senza l’attivazione di forme di tutela esterna (la famigerata Troika), magari come garanzie per emissioni della Banca europea degli investimenti. Un compromesso interno per un compromesso europeo? Sì, perché anche l’Europa del Nord, cominciando dalla Germania, ha interesse a impedire la crisi terminale della terza economia dell’euro: ciò equivarrebbe, alla vigilia di una grande recessione, a una bomba sganciata sull’economia continentale. La ricerca di un accordo è quindi necessaria. L’Italia sarà in grado di negoziare le condizioni migliori possibili solo se avrà alle spalle un consenso più solido: una posizione europea più matura, senza illusioni e senza prevenzioni”.
 
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