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Un piano Marshall come nel dopoguerra

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 18/03/2020

Un piano Marshall come nel dopoguerra Un piano Marshall come nel dopoguerra Fabio Tamburini, Il Sole 24 Ore
Un piano Marshall, come nel dopoguerra, per salvare le imprese italiane: è quanto invoca Fabio Tamburini in un editoriale sul Sole 24 Ore. L’Italia – ricorda Tamburini – ha come asse portante le medie e piccole aziende, spesso protagoniste sui mercati internazionali. Facile prevedere che saranno prede ideali. Ora, la blindatura del Paese significa il crollo dei consumi e, in molti casi, perfino l’azzeramento. Occorre avere ben chiaro che non c’è azienda, per quanto florida, che possa resistere più di qualche mese. Il blocco del turismo, la Caporetto delle compagnie aeree, la caduta verticale di auto e moto, lo stallo generalizzato dei settori industriali (a parte eccezioni come l’alimentare e il farmaceutico) stanno innescando una spirale negativa destinata ad avere un impatto forte sulle banche. Non solo. Perfino le imprese esportatrici, il nostro fiore all’occhiello, sono in difficoltà gravi perché i clienti non fanno più ordini o cancellano quelli fatti. Gli interventi approvati dal governo rappresentano una boccata di ossigeno per gli italiani, a cui seguirà entro pochi giorni un altro provvedimento importante. Ma il problema, che risulterà evidente in tempi rapidi, è che siamo entrati in una fase di polverizzazione sia della domanda che dell’offerta. Il risultato è che le imprese cominceranno a saltare come birilli. Servono capitali in misura massiccia, serve inventarsi un meccanismo che permetta di trovare una via di uscita. Di sicuro è meglio non farsi illusioni per il fatto che l’Europa sta allentando i vincoli di bilancio. Il vantaggio è che così sarà forse possibile evitare la stretta risulti rapidamente insopportabile. Ma alla fine, il risultato sarà una crescita importante del debito pubblico. E i debiti vanni restituiti. Per venirne fuori, dunque, serve l’equivalente di quello che è stato nel dopoguerra il Piano Marshall per la ricostruzione.
 
Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, giudica esagerata l’idea che circola con insistenza secondo cui l’epidemia in atto provocherà la fine del lungo periodo detto di «globalizzazione». Certamente – scrive il politologo – ha innescato una crisi economica grave, però non conviene scambiare per una causa primaria quello che, al massimo, è solo un acceleratore di una de-globalizzazione che era già in atto per conto suo e per ragioni che con il coronavirus non hanno nulla a che fare. Panebianco ricorda che, ben prima che Donald Trump diventasse presidente degli Stati Uniti, l’Organizzazione del commercio mondiale aveva segnalato la preoccupante tendenza (innescata dalla crisi economica del 2007-2008) alla moltiplicazione delle misure protezioniste. L’amministrazione Trump, fin dal suo esordio, non bloccò questa spinta. Anzi, diede un ulteriore forte impulso al vento protezionista. Ecco perché l’epidemia in atto è solo un acceleratore e non una causa. Ed ecco anche perché – aggiunge Panebianco – le future elezioni americane sono così importanti. Se dovesse essere riconfermato Trump non ci sarebbe scampo, e quella globalizzazione che in anni passati osservatori incauti definivano «irreversibile» si rivelerebbe, come è già accaduto altre volte nella storia, reversibilissima. Non tutto cambierebbe ma molto sì se Trump venisse invece sconfitto da un candidato moderato nelle prossime elezioni presidenziali. È per lo meno plausibile immaginare che con Joe Biden alla Casa Bianca, messo da parte il nazionalismo esasperato dell’era Trump (America first), la politica americana non avrebbe più l’obiettivo di abbattere i pilastri di quel sistema di alleanze politiche e di interdipendenze economiche creato dalla stessa America dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Sarebbe certamente una buona notizia per l’Europa.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Nelle ultime ore non solo Berlusconi, ma alcuni tra i maggiori protagonisti del mondo economico e finanziario hanno fatto donazioni per cifre considerevoli alla Protezione Civile e al sistema sanitario. Tuttavia – osserva Stefano Folli su Repubblica – l’attenzione mediatica si è concentrata subito sull’ex presidente del Consiglio, il che era prevedibile considerando la storia politica del personaggio. Ma il punto più interessante della vicenda, secondo Folli, è che le grandi elargizioni dei privati vanno in genere alla Protezione Civile che ha sede a Roma ed è legata al governo centrale, mentre Berlusconi fa giungere il suo denaro a Milano: per finanziare la nuova struttura ospedaliera alla quale il neo-consulente della Regione, Guido Bertolaso, sta dedicando le sue energie. Così un vecchio sodalizio si rinnova, dopo il ritorno in campo dell’ex uomo-simbolo della Protezione Civile all’epoca del centrodestra, oggi braccio destro di Fontana in Lombardia. Su un piano parallelo, prosegue Folli, ha intanto preso forma l’iniziativa autonoma di Zaia in Veneto a proposito dei tamponi. Una scelta che molti condividono nel merito, valutandola come buonsenso, ma che ha creato un’altra linea di frattura con la burocrazia romana. Niente di realmente grave in sé, ma nel clima drammatico in cui si vive tutto può diventarlo. Sta di fatto che due Regioni del Nord, fondamentali per l’economia nazionale ed entrambe governate dalla Lega, sono in polemica con il governo centrale. Le cause rimandano a questioni pratiche, non insuperabili, ma il cui riflesso politico è tutt’altro che irrilevante. Come non è secondario che ci sia, in buona sostanza, un capo della Protezione Civile a nord del Po e uno a Roma. Questa spaccatura tra la capitale del Paese e il Nord produttivo, nessuno oggi può permettersela.
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