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Oggi hanno detto

Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 27/02/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Ricciardi: riusciremo a contenere il virus
«Chi ha dato l’indicazione di fare i tamponi anche alle persone senza sintomi, gli asintomatici, ha sbagliato. La strategia del Veneto non è stata corretta perché ha derogato all’evidenza scientifica. Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, riprese dall’ordinanza del ministro della Salute del 21 febbraio, non sono state applicate. Prevedevano che fossero fatti i test solo su soggetti sintomatici in presenza di due caratteristiche: il contatto con malati di Covid-19 accertati e la provenienza da zone di focolai». Così dice Walter Ricciardi, igienista, e da due giorni consigliere del ministro Roberto Speranza, intervistato da Margherita De Bac sul Corriere della Sera. Il risultato quale è stato? «Generare confusione e allarme sociale. Oggi in tutto il mondo abbiamo test non perfetti dal punto di vista della sensibilità perché messi a punto in poco tempo e devono essere perfezionati. Quindi c’è un’ampia possibilità di sovrastimare le positività». Vuol dire che una parte dei casi annunciati non erano definitivi? «Significa che i casi verificati sono circa 190, confermati dall’Istituto superiore di sanità che ha il compito di validare l’eventuale positività dei test condotti nei laboratori locali. Quindi meno dei 424 casi dichiarati che invece includono quelli in attesa di conferma». Cosa si intende per «asintomatico»? «È una persona senza sintomi che può essere sana, vale a dire non contagiata dal virus pur avendo avuto contatti con un malato. L’asintomatico può essere anche infetto, già contagiato, ma non esprime sintomi. Succede nella maggior parte delle volte». I malati chi sono? «Persone infette che hanno sintomi della malattia in forma manifesta oppure lievi». Qual è lo scenario futuro in Italia? «Se verranno applicate tutte le misure indicate nelle ordinanze ministeriali dovremmo andare verso una fase di contenimento».
 
Luti: immagine sbagliata del Paese
«Dobbiamo spezzare l’isolamento». Il giorno dopo l’annuncio che il Salone del Mobile si sposta dal 21 aprile al 16 giugno, Claudio Luti, presidente del Salone e proprietario di Kartell, parte da questa certezza. E in una intervista ad Aurelio Magistà, su Repubblica, Luti precisa che il Salone o si farà giugno o non si farà. Il 16 giugno comincia anche Pitti Uomo a Firenze, e gli ultimi due giorni del Salone coincidono con la moda maschile di Milano: sovrapposizioni problematiche? «Con i vertici di Pitti Uomo e con quelli della moda milanese ci incontreremo per rendere tutti i tre eventi più forti insieme». Dopo la moda degli Anni ‘80 il secondo boom di Milano è partito con l’Expo. Il Salone del Mobile ha dato sostanza e continuità a quel boom. «Con una sostanziale differenza: la moda era per pochi, chiusa negli showroom e nelle sfilate; il design è aperto, inclusivo, e infatti la settimana del Salone richiama a Milano un po’ tutti perché appartiene a tutti». Poi, nel giro di pochi giorni, il coronavirus ha sprofondato tutto nel buio. «Sono spaventato dalla rapidità con cui tutto è successo. Da venerdì sono cominciate le cancellazioni e in meno di una settimana il mondo ci ha messo all’indice. Nazioni intere non solo non vengono da noi, ma ci respingono. Ho provato a raccontare che noi qui continuiamo a fare la nostra vita, che i programmi vanno avanti ma è stato inutile. Tutti rispondevano: “Ci vedremo più avanti, in altri momenti”. Questo sentimento di sentirmi rifiutato, e perfino limitato nella libertà personale di movimento, è del tutto nuovo e terribile. Intorno a noi stanno facendo il vuoto, anche per interesse. Un’Italia più debole e isolata lascia spazi per altri». Il coronavirus non possiamo evitarlo, ma abbiamo sbagliato qualcosa? «Credo che abbiamo dato al mondo una fotografia sbagliata del Paese. E adesso correggerla è molto difficile».
 
Zoppas: Conte e Zaia devono fermarsi. A rischio l’economia nazionale
«Se potessi scriverei una lettera e direi: caro Conte e caro Zaia, vi prego di fermarvi perché rischiamo di distruggere l’economia nazionale»: così dice in una intervista alla Stampa il 77enne imprenditore veneto Gianfranco Zoppas, presidente di Zoppas Industries (gruppo da 10 mila dipendenti e 760 milioni di ricavi), allarmato per le ricadute economiche dell’emergenza coronavirus. Ma quali sono gli effetti reali delle ordinanze anti-coronavirus sulla vostra operatività? «In primis speriamo che le ordinanze non siano prolungate, l’impatto potrebbe essere devastante sulle consegne e i nostri clienti stranieri. E lo dico perché esportiamo il 98% del nostro fatturato. Stiamo adottando misure emergenziali, per fronteggiare per esempio la necessità delle scorte, ma stiamo perdendo capacità produttiva, competitività, relazioni con i clienti, redditività. Ne approfitteranno i nostri concorrenti tedeschi, turchi e francesi». Di che cosa vi occupate e qual è il vostro assetto produttivo? «Il gruppo è articolato su due linee guide: produciamo sistemi riscaldanti per applicazioni nell’aerospaziale, automotive, medicale e inoltre macchinari per l’imbottigliamento di bevande. Abbiamo stabilimenti in Cina, Romani, Stati Uniti, Francia, Germania, Messico, Serbia. E così ci ritroviamo il dipendente che va dall’Italia in Romania costretto in quarantena e così quello che dalla Cina rientra in Italia». In che modo le tecnologie informatiche vi stanno aiutando in questo frangente? «Sono abituato a cercare gli aspetti positivi anche nelle criticità più gravi. Ebbene, penso che usciremo da questa emergenza imparando a muoverci di meno e a sfruttare di più le tecnologie. E avremo risparmi su spostamenti e soggiorni, che sono una voce plurimilionaria dei nostri bilanci. Sono risparmi che mi risparmierei però assai volentieri».
 
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