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Il populismo ha ucciso la politica

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 27/02/2020

Il populismo ha ucciso la politica Il populismo ha ucciso la politica Marcello Sorgi, La Stampa
Anche se non è detto, ancora, che possa portare alla nascita di un governo di salute pubblica (se ne parla da giorni, e probabilmente ne parleranno presto al Quirinale Mattarella e Salvini), ciò che sta accadendo in Italia a causa del coronavirus è qualcosa di mai visto. Sebbene non sia dato sapere dove e come, dato che man mano che l’Italia scala le classifiche del coronavirus, le frontiere si chiudono, diventiamo indesiderabili, chiusi qui, nel recinto dei propri confini, costretti nelle case piene di cibo e litri e litri di acqua minerale saccheggiati nei supermercati, circondati dal muro invisibile dell’ansia che il governo si ostina a inseguire, e in qualche caso a incoraggiare, mentre dal Colle scende un velo pesante di perplessità. Si poteva, si doveva fare qualcosa di diverso? Certo. Invece di bloccare i voli diretti, e non quelli indiretti, dalla Cina, s’imponeva un controllo accurato di ogni cinese in arrivo in Italia da qualsiasi destinazione: non sarebbe stato razzismo, ma realismo. Si poteva e si doveva immaginare che il blocco di gran parte delle attività di svago avrebbe comportato inutili generalizzazioni e la crisi dei rispettivi settori. Si poteva e si doveva, insomma, avere un atteggiamento più cauto, riflessivo, prudente? Ma sicuro. Anche se il premier Conte e i ministri del suo governo lo negano. Nella storia recente della Repubblica – ricorda Sorgi –, purtroppo, questo non è il primo caso di crisi sanitaria internazionale che mette a rischio la salute degli italiani. Il pensiero va a Chernobyl (26 aprile 1986). Allora il governo italiano si limitò a vietare per qualche giorno il consumo di lattuga, frutta e ortaggi, suggerendo in seguito di lavarli a lungo prima di mangiarli. Azzardo, incoscienza o niente di tutto ciò? La politica serve per questo. Ma di politico, in Italia, al tempo del populismo, è rimasto ben poco.
 
Stefano Caselli e Daniele Manca, Corriere della Sera
Dobbiamo imparare a convivere con il virus. E con le sue conseguenze, dall’economia alle relazioni internazionali. È quanto affermano sul Corriere della Sera Stefano Caselli e Daniele Manca. Le catene di produzione – sottolineano Caselli e Manca – sono ormai fortemente interconnesse e distribuite su scala mondiale. Anche la più piccola delle aziende domestiche ha, consapevolmente o inconsapevolmente, una parte dei suoi processi di acquisto e di vendita fuori dal proprio Paese e spesso sono collocati su territorio cinese. È un’illusione, dunque, proteggersi dietro una mascherina e immaginare di poter staccare la spina con la globalizzazione chiudendosi nelle mura domestiche. Non è così che funziona. E purtroppo (o per fortuna) il governo della complessità e dell’emergenza non richiede risposte locali ma adeguate reazioni transnazionali e possibilmente coordinate. Il virus ha innescato una paura tribale e irrazionale verso il non controllabile. Assistiamo a una perdita del senso di proporzione. Prestiamo assoluta attenzione alla diffusione del virus e a chi si è ammalato per gli effetti subiti che non vanno sottovalutati. Ma chiudersi nel proprio castello, alzare il ponte levatoio e attendere che la notte passi, è un’immagine medioevale, neppure efficace per quei tempi bui. Le risposte – concludono Caselli e Manca –  devono essere moderne e complesse, come lo sono le sfide di un mondo che è culturalmente e commercialmente interconnesso. Forme di governo più ampie di quelle del singolo Paese (come l’Unione europea), il sostegno deciso alla scienza e alla ricerca, il rispetto delle fonti autorevoli sono la strada che non deve essere smarrita e che va alimentata sempre. Così come è necessario promuovere e chiedere senza timore che si propaghino quei valori che sono fondanti del nostro modo di vivere.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
La politica metterà sotto controllo il virus o il virus contagerà la politica? È quanto si chiede su Repubblica Ezio Mauro, secondo il quale la differenza tra l’allarme e la psicosi è proprio qui: nello spazio di governo che deve assorbire le paure del Paese rispondendo con un meccanismo di controllo e di garanzia scientifica, capace di far sentire il cittadino tutelato e informato sulle dimensioni del contagio e sulle misure di contenimento. Quanto più quello spazio è presidiato con rigore, trasparenza, autorevolezza, competenza e chiarezza d’indirizzo, tanto più il territorio irrazionale e ossessivo della paura si riduce a una forte e diffusa preoccupazione, capace di valutare il fenomeno per quel che è, giudicando nello stesso tempo le reazioni del sistema politico, sanitario, amministrativo. Se invece dal cuore del presidio statale
alla sicurezza vengono segnali di indeterminatezza, di confusione, di incertezza e di divisione, allora il cittadino si sente esposto. Indifeso e solo davanti a una manifestazione virale che proprio perché resta indefinita pesca nelle angosce più ancestrali dell’epidemia, da infezione diventa morbo, mentre l’allarme si trasforma in panico. C’è dunque un dovere in più, per le forze di governo – afferma Mauro –, ed è quello di dimostrare semplicemente che la modernità può prevalere sul primordiale, e che se la scienza è lo strumento di quest’azione di analisi, intelligenza, cura, contenimento e contrasto, la politica può e deve esserne la guida. Naturalmente il dovere non riguarda soltanto i partiti di governo, ma si allarga a tutte quelle che potremmo chiamare le “forze di sistema”. La politica, tutta insieme, può quindi far sentire al cittadino che non è solo, perché il Paese è presidiato, la scienza opera con efficacia, il fronte sanitario regge, il welfare mantiene le sue promesse: e il sistema è governato. Auguriamoci che sia così.
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