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Il ritorno di chi sa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 26/02/2020

Il ritorno di chi sa Il ritorno di chi sa Goffredo Buccini, Corriere della Sera
Il coronavirus – scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera – ci sta cambiando, più a fondo di quanto crediamo. E forse sta cancellando la lunga stagione dell’incompetenza: non ancora in politica, ma certamente nel Paese reale, nelle nostre comunità, tra noi. È plausibile che la politica, prima o poi, seguirà. Malattia e dolore generano emozioni forti e concrete e, ora dopo ora, bollettino dopo bollettino, vanno smantellando l’emotività virtuale sulla quale era stata costruita la fandonia web dell’uno vale uno. Oggi nessuno sarebbe tranquillo nel farsi curare, non il Covid-19 ma una comune bronchite, da un bravo idraulico che abbia seguito un corso online di pneumologia. E tutti, a prescindere dalle opzioni di voto, aspettiamo come il Graal un vaccino buono a sconfiggere l’epidemia, poco conta se poi qualcuno ci si arricchirà o se risulterà cugino di Big Pharma: preghiamo che la scienza ci salvi. Naturalmente ogni nazione declinerà a suo modo un simile sconquasso globale, come ciascuna ha avuto in precedenza la sua quota-parte di mitologie complottiste e pseudoscientifiche, dalle cospirazioni della Cia per provocare l’11 Settembre alle spiagge radioattive della Camargue, dagli uomini-lucertola che avrebbero sostituito i veri governanti del pianeta sino alle cinque prove «inconfutabili» che Michael Jackson non è mai morto. Da noi, se l’espressione non suonasse grottesca ove applicata a un movimento che ha fatto della santa ignoranza rousseauiana la propria bandiera, potremmo dire che questo grande spavento da coronavirus, origine del bisogno di certezze tecniche e risposte qualificate, segni il tramonto dell’egemonia culturale dei Cinque Stelle fondata sul broccardo «non ce la date a bere, professoroni». Così, conclude Buccini, se il medico Roberto Burioni si presentasse oggi alle elezioni verrebbe probabilmente plebiscitato.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Basta un pizzico di buonsenso – avverte Stefano Folli su Repubblica – per capire che non è questo il momento più adatto per riproporre il conflitto tra Stato centrale e istanze federaliste delle Regioni. Quindi è positivo – aggiunge Folli – che si sia trovato un compromesso sulla gestione sanitaria del virus. In poche parole, sembra di capire, l’autonomia delle Regioni in materia di salute pubblica non viene intaccata, ma al governo spetta di dare un minimo di armonia e di omogeneità ai diversi provvedimenti amministrativi. S’intende che la questione è più seria di una cattiva comunicazione tra centro e periferia. Vi si intravede la coda velenosa di una riforma poco fortunata quale fu a suo tempo la riscrittura del Titolo V della Costituzione, in particolare l’articolo 117 che regola le competenze dello Stato centrale e appunto delle Regioni. Si è sempre saputo che di fronte a un’emergenza sarebbero nati seri problemi soprattutto nel campo della sanità, la cui gestione è tutta regionale. Ne deriva che chi governa ha il dovere di mettere in campo un supplemento di prudenza, evitando di soffiare sul fuoco. Una lacerazione tra l’esecutivo, la maggioranza che lo sostiene in Parlamento e il Nord sarebbe infatti l’ultimo colpo inferto a un Paese in sofferenza, ormai sull’orlo di una nuova recessione o comunque impigliato in una lunga stagnazione. È una fortuna – conclude Folli – che si sia posto rimedio allo strappo, ma non sappiamo quanto durerà l’emergenza e quali saranno i rischi del prossimo futuro. Quel che sappiamo è che non si può un giorno invocare l’unità politica del Paese contro i microbi cinesi e il giorno dopo ignorare il prezioso e fragile patrimonio della coesione nazionale. La crisi sanitaria aiuta nell’immediato il governo Conte. A patto che non commetta gravi errori e sia sempre consapevole della sua debolezza di fondo.
 
Maurizio Molinari, La Stampa
Il diverbio fra il presidente del Consiglio Conte ed il presidente della Lombardia Fontana sui provvedimenti anti-coronavirus – scrive Maurizio Molinari sulla Stampa – descrive in maniera plastica la debolezza del nostro Paese nell’affrontare la più grave emergenza sanitaria della Storia della Repubblica. Per rispondere alla presenza di due focolai del virus – nel Lodigiano ed a Vo’ Euganeo – il governo ha varato provvedimenti che hanno letteralmente chiuso la vita pubblica ed economica del Centro-Nord, trasformando all’istante il nostro Paese nel secondo catalizzatore di sospetti globali sul virus dopo la Cina. Di conseguenza aziende, merci, imprenditori, dipendenti e singoli cittadini italiani vengono additati in più continenti come una fonte potenziale di contagio, sottoposti a quarantene ed altre limitazioni di attività che non hanno precedenti. Il risultato è una temibile minaccia per la sorte del Pil nazionale – già in condizioni assai precarie – prodotto in gran parte proprio dalle regioni del Nord più investite dai provvedimenti varati dal governo Conte. Nulla da stupirsi se gli imprenditori di ogni ordine e grado, dal Piemonte al Friuli passando per la Lombardia, temano il peggio. Per gestire tale emergenza, sostiene Molinari, il governo italiano è chiamato a far fronte ad una duplice urgenza. Primo: comunicare con trasparenza, e costanza, i progressi nella lotta al virus nei focolai in Lombardia e Veneto come nel trattamento dei malati per testimoniare l’impegno delle migliori risorse del Paese nel contenere e far retrocedere il contagio. Secondo: comunicare, con celerità ed efficacia, con i maggiori partner economici per proteggere aziende e singoli cittadini. L’errore più grande è lasciare la tempistica dei provvedimenti anti-virus, e dunque la credibilità della nazione, in balia dell’incertezza perché ciò nuoce all’Italia intera.
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