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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 24/02/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Borrelli: La vita sociale aumenta i contagi, pronti 3.500 posti letto
Purtroppo la vita sociale aumenta i contagi:sono stati già predisposti 3.500 posti letto per l’emergenza. Così il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, intervistato da Alessandra Arachi per il Corriere della Sera. Ma è successo tutto all’improvviso. Fino a giovedì scorso dovevamo guardare oltre gli oceani soltanto per immaginarlo il coronavirus, poi in due giorni l’Italia è diventata il terzo Paese per numero di contagiati. Come si spiega questo picco repentino? «La spiegazione scientifica la vorrei conoscere tanto anche io». Perché? Quale altra ragione conosce? «C’è una spiegazione sociale, siamo un Paese con un alto tasso di vita sociale. Basterebbe vedere quella del trentottenne di Codogno, il cosiddetto “paziente uno”. Anche se...». Anche se cosa, commissario Borrelli? «Il problema sociale non basta come spiegazione». E cosa serve? «Ci manca di scoprire la causa primaria. Non siamo riusciti a individuare quello che in gergo è stato definito il “paziente zero”». Per ognuno dei contagiati, però, serve poi un luogo dove poter fargli passare un periodo adeguato di quarantena in isolamento, giusto? «Certamente». Ma se continuano a cresce- re con questi ritmi come faremo? Ce li abbiamo i posti a disposizione per contenere i contagiati? «Abbiamo reperito quasi tremila e 500 posti letto nelle strutture militari, di questi 1.789 sono dell’aeronautica militare». Di fronte a questo allarme oggi è ancora valido il decalogo del ministero della Salute? Quello che comincia con la raccomandazione di lavarsi le mani? «Sì, è un decalogo basilare. Adesso il ministero della Salute sta preparando delle linee guida sui comportamenti da tenere nelle zone che sono state chiuse». Il governo ha cominciato col blindare undici Comuni, quelli del primo focolaio nel Lodigiano. Adesso in tutta Italia a macchia d’olio si stanno chiudendo scuole, università, uffici pubblici, locali commerciali. Ha senso? «Chiudere le città e anche il resto è l’unica soluzione valida ed efficace».
 
Sangalli: Chiudere i negozi è una misura limite. Aiutare le microaziende
La chiusura dei negozi è una misura limite: le micro aziende devono essere aiutate. Lo afferma il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, intervistato da Stefania Chiaie per il Corriere della Sera. Presidente Sangalli, le tre Regioni più colpite dall’epidemia di coronavirus, Lombardia, Piemonte e Veneto, rappresentano il cuore industriale e finanziario dell’Italia. Quali sono le stime di perdita di fatturato per le imprese dei comuni del Lodigiano «chiusi» per quarantena? «Un’azienda obbligata a chiudere per quarantena, che si tratti di un piccolo esercizio commerciale o di un grande megastore, significa azzerare il fatturato. Una situazione limite che non può essere protratta nel tempo, pena l’estinzione dell’attività imprenditoriale». Avete chiesto la cassa integrazione per le aziende coinvolte e la sosspensione dei pagamenti legati alle prossime scadenze fiscali. «La risposta del governo è per ora in linea con il livello di emergenza. Si dovrebbe andare verso la sospensione delle scadenze contributive e fiscali, l’estensione del Fis (Fondo integrazioni salariali) alle micro e piccole imprese e l’attivazione della Cassa in deroga per le altre. Inoltre è importante il confronto con il sistema bancario per arrivare a una moratoria anche sul versante dei mutui». Regione Lombardia ha disposto la chiusura dopo le 18 di tutti i luoghi commerciali di intrattenimento e svago. Una sorta di coprifuoco? «É una misura di prevenzione più flessibile della quarantena ma che va ad incidere pesantemente su una situazione economica già difficile per migliaia di imprese. Ed è fondamentale che anche queste imprese rientrino nel sostegno eccezionale che sta mettendo in campo l’esecutivo. Resta un po’ difficile da comprendere perché dopo le 18 si alzi il rischio di contagio. Ma in questa fase è necessario attenersi alle disposizioni decise dalle autorità preposte».
 
Zaia: Virus non ha colori politici. Siamo in guerra qui come a Roma
Il virus non ha colori politici, in Veneto siamo in guerra come a Roma. Così il governatore Luca Zaia intervistato dalla Stampa. «Ora la situazione è molto più complessa: abbiamo il focolaio di Vo’ Euganeo con diciannove contagiati, dove è morto il povero Adriano Trevisan; un secondo caso a Mira, con tre operatori sanitari contagiati; e il terzo nel centro storico di Venezia. Sono tutti casi scollegati tra loro e stiamo ancora cercando il paziente zero». Se poi ce ne è uno solo. «Anchea me sembra difficile che ci sia un “fil rouge” tra questi tre focolai. Penso piuttosto che il virus sia più ubiquitario di quel che pensassimo». E lei nel frattempo ha chiuso tutto. «Per forza, non c’è altro da fare.Qualcuno penserà che usiamo armi sproporzionate, che stiamo andando a caccia di passeri con il carro armato, ma qui siamo in guerra e dobbiamo sconfiggere il virus». Misure che lei, amministratore leghista, condivide con il governo giallo-rosso. «Lo dico e lo ripeto da settimane: il virus non ha colori politici. Siamo in guerra, in Veneto come a Roma. E al momento non c’è altro rimedio che isolare i focolai. Siccome l’unica cosa che io ho a cuore è la salute di 5 milioni di veneti, mi sono trovato costretto a prendere misure che mai avrei immaginato e mai avrei voluto.Ho chiuso scuole e università,il carnevale diVenezia, centri di aggregazione, appuntamenti sportivi, persino le cerimonie religiose. Ho parlato con il Patriarca a Venezia e mi ha detto che comprende». E come l’hanno presa i cittadini? «I veneti brontolano, ma sono gente seria. Faranno quel che serve. D’altra parte, fu la Repubblica Veneta e inventare la quarantena: quando qui arrivavano i bastimenti dal mare, erano tenuti ad attraccare in un’isola e aspettare perché all’epoca non c’erano termometrie tamponi. L’unica misura per salvarsi, era l’isolamento. I veneti mi conoscono, sanno che non è la prima volta che prendo provvedimenti impopolari, ma sanno che lo faccio per il bene comune».
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