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Le ricette globali

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 24/02/2020

In edicola In edicola Sabino Cassese, Corriere della Sera
L’emergenza coronavirus non si combatte solo a livello nazionale ma servono ricette globali. Così Sabino Cassese in un editoriale sul Corriere della Sera.
“Abbiamo visto con piacere il ministro della Salute e il presidente della Regione Lombardia annunciare insieme i dolorosi provvedimenti diretti ad evitare l’estensione del contagio. E letto con soddisfazione che anche il presidente della Regione Veneto ha firmato insieme con il ministro la relativa ordinanza (la legge del 1978 sul Servizio sanitario nazionale richiede solo la firma del ministro). Ma, per affrontare questo nemico, non basta la cooperazione nazionale. Ogni anno, un quarto circa de- gli abitanti del pianeta varca in aereo i confini del proprio Paese. Abbiamo visto quanti italiani, di età diverse, per motivi diversi, erano nella provincia di Hubei. Se il problema è globale, la soluzione non può che essere globale. Ogni volta che si presenta un problema di queste dimensioni, si deve constatare che «blindare porti e confini» (come qualcuno ha proposto) è inutile: occorre, invece, rafforzare la cooperazione internazionale. Non meno, ma più globalizzazione. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha forse sottovalutato inizialmente il pericolo; o non è stata informata per tempo da autorità nazionali reticenti; o è intervenuta in ritardo; o ha mancato di monitorare l’estensione del contagio; o non ha avuto a disposizione tutti i poteri che erano necessari. La sanità globale è un bene troppo importante per lasciarlo nelle sole mani degli Stati, prigionieri dei risorgenti sovranismi, e dei servizi sanitari nazionali (che sono necessari, ma non sempre sufficienti). La salute è un diritto umano fondamentale, assicurato a livello internazionale. I virus, come i terroristi, non rispettano le frontiere, anche le più controllate. Ergere barriere non serve, salvo che non ci si riduca a forme nuove di economia curtense. Serve invece rafforzare la cooperazione internazionale, seguire l’esempio dato, in Italia, da politici di parti tanto opposte, il ministro Speranza e i presidenti Fontana e Zaia”.
 
 
llvo Diamanti, la Repubblica
“Il coronavirus ha indebolito le nostre certezze. Non solo perché costituisce una fonte di in-certezza, ma perché ha reso più complicato, se non inutile, utilizzare i consueti sistemi di difesa dalle minacce alla nostra sicurezza”. Così Ilvo Diamanti su Repubblica analizza l’aspetto psicologico dell’epidemia. “Per primo: la chiusura dei confini. Già, i confini. Quali? Fino a ieri si trattava dei confini del Sud, dove sbarcavano i migranti africani. Perché la minaccia erano loro. I neri. I grigi. Che provengono dall’Africa. Si imbarcano (o venivano imbarcati) in Libia. E arrivano da noi. Alimentando l’insicurezza. Intorno a noi. In precedenza, ormai tanti anni fa, i confini ‘da difendere per difenderci’ erano ad Est. Verso la ex-Jugoslavia. Ma oggi la diffusione del coronavirus ha complicato la geografia e la provenienza dei flussi migratori. E delle ‘paure’ che veicolano. Ne ha spostato il baricentro altrove. Sempre più a Est. Sempre più lontano. Più precisamente, in Cina. Ma, in questi giorni, i ‘confini’, per quanto sempre più evocati e rievocati servono sempre meno. Anzitutto, perché la Cina è lontana, geograficamente. Ma è molto vicina, sul piano economico. E migratorio. La ‘globalizzazione’, appunto. In altri termini, la globalizzazione significa che tutto ciò che avviene dovunque nel mondo ha effetto immediato su ciascuno di noi, dovunque si trovi. Per effetto, soprattutto, della comunicazione, mediale e digitale. Che non ha confini, né ostacoli. E ciò rende evidente quanto sia improponibile e improvvida la pretesa di chiudere le frontiere. Semmai, seguendo questa logica, è probabile, comunque possibile, che Paesi confinanti chiudano (comunque, controllino maggiormente) le frontiere. (In Francia l’ha proposto Marine Le Pen, appoggiata da Matteo Salvini, in Austria hanno deciso di bloccare i treni). Per difendersi dall’Italia. Divenuta ormai il focolaio virale… Una soluzione, comunque, poco efficace. Perché il mondo non ha più frontiere im-penetrabili. D’altronde, la globalizzazione coinvolge tutti. Dovunque. Per difenderci dal coronavirus, allora, ci dovremmo ‘difendere dal mondo’. Sospendere le relazioni personali e sociali. Chiuderci in casa. Da soli. Nasconderci. Come è previsto nelle zone di crisi. Inoltre, non dovremmo guardare la tv, né accedere ai media”.
 
Alberto Mingardi, La Stampa
Gli aspetti economici del coronavirus ovvero le sue ripercussioni sul Pil sono esaminate da Alberto Mingardi sulla Stampa. l coronavirus ha sostanzialmente ‘chiuso’ il Nord del Paese. Sospese manifestazioni culturali e sportive, chiuse tutte le scuole, di ogni ordine e grado comprese le università, e così musei e luoghi della cultura. Sono assai probabili misure tese a interdire la mobilità delle persone. he le cose vadano male e il coronavirus si avviti in una pandemia è una questione sulla quale oggi non hanno certezze gli esperti: figurarsi chi esperto non è. Vedremo fra qualche settimana se la reazione delle amministrazioni pubbliche sarà stata eccessiva. Ce lo auguriamo tutti. Il costo economico però sarà ingente. Che a essere colpita dal virus fosse la parte più dinamica e aperta del Paese era per certi versi scontato: proprio perché il maggiore dinamismo dell’economia significa, e richiede, scambi più intensi col resto del mondo. Misure che riducono la possibilità delle persone di spostarsi e comprare e vendere beni e servizi avranno un effetto sul Pil. L’impatto sarà determinato dalla loro durata. La caduta del Pil dipenderà in larga misura dal protrarsi di questa situazione, oltre che dall’andamento del commercio internazionale: potrebbero essere non frazioni (lo 0,2% di cui ha parlato il governatore Visco), ma punti percentuali. In un Paese che da anni cresce vigorosamente, come la Cina dalla quale il virus è partito e dove, in ragione della quarantena, la produzione industriale è, in queste prime settimane dell’anno, praticamente la metà delle attese, si prevede un aumento del prodotto attorno al 3,5%. Che l’Italia della crescita zero entri in territorio negativo, è pressoché inevitabile”. Però, aggiunge Mingardi, “non è questo il momento per immaginare nuove spese “straordinarie”: sia perché bisogna concentrarsi sull’emergenza, sia perché tanto più il bilancio sarà a rischio e tanto più lo Stato dovrà essere credibile innanzi ai suoi creditori. Per provare a mitigare lo schiaffo del coronavirus, sarebbe opportuno evitare di emanare nuove regole che tagliano le gambe alle imprese, quale che sia il motivo nobile che le giustifica, incluso l’ambiente. E’ invece il momento di individuare strategie per sospendere e rimandare gli adempimenti più gravosi. Per dare ossigeno all’economia, che già sappiamo essere la prima delle vittime del virus”.
 
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