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Lo ius culturae richiede una vera integrazione

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 20/02/2020

Lo ius culturae richiede una vera integrazione Lo ius culturae richiede una vera integrazione Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
La proposta di legge che va sotto il nome di ius culturae si propone di dare la cittadinanza italiana a tutti i giovani immigrati minorenni i quali, anche se non nati nella Penisola, abbiano tuttavia frequentato con profitto qui da noi almeno un ciclo scolastico di cinque anni o un corso di formazione professionale triennale. Sono personalmente convinto – scrive Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera – che sia un precipuo interesse dell’Italia avere cittadini di origini diverse da quelle tradizionali del nostro Paese, immigrati o figli di immigrati. Penso però che qualunque allargamento del diritto di cittadinanza debba obbedire a due precise condizioni: rispondere a rigorosi criteri di sicurezza e godere del massimo consenso degli italiani. Una legge volta a creare nuovi cittadini non può nascere dividendo quelli che già lo sono. L’idea di fondo dello ius culturae è chiara: chi ha frequentato un ciclo scolastico o un corso di formazione è già di fatto pienamente integrato nella nostra società. Ma che cosa intendiamo esattamente quando parliamo di integrazione? Intendiamo, immagino, l’inserimento nel contesto sociale, economico e culturale italiano di chi, pur provenendo da un contesto diverso, tuttavia accetta il nostro sistema di vita e i suoi valori caratterizzanti. È una definizione che non sembra porre problemi. Invece ne pone uno importante,questo: si può accettare il sistema di vita e i valori caratterizzanti di una società, senza praticarli sia pure in parte? In teoria forse sì, ma non credo che sia possibile nella pratica. Nella realtà delle cose, infatti, non condividere certi valori difficilmente va d’accordo con la loro effettiva accettazione. Accettare un sistema di vita e i valori di una società, conclude Galli della Loggia, significa anche praticarli, farli propri. Si è realmente integrati solo se c’è una condivisione di tal genere
 
Stefano Folli, la Repubblica
In ossequio alle leggi non scritte della Seconda Repubblica, osserva Stefano Folli su Repubblica, il governo Conte 2 è stato sottoposto ieri sera all’esame della terza Camera, ossia Porta a Porta. L’inquisitore, come tutti sanno, era Matteo Renzi e il risultato è un mezzo ultimatum ribadito e riproposto. Nel giro di qualche settimana dovrebbe essere presentata da Italia Viva la mozione di sfiducia individuale contro il ministro grillino della Giustizia, a meno che non sia ritirata la proposta sulla prescrizione di cui i Cinque Stelle hanno fatto una bandiera e che Renzi considera invece – non a torto – lo strumento più efficace per umiliare Bonafede e con lui tutto il M5S. Ma soprattutto per infastidire il Pd di Zingaretti, dimostrandone la soggezione nei confronti del partner grillino. Tutto qui? Era lecito attendersi qualcosa di più dal frenetico ex premier che aveva promesso iniziative clamorose. Invece quel che abbiamo è un altro episodio della guerra di logoramento al presidente del Consiglio, sul piano personale, e all’asse Pd-5S sul terreno politico Ma per quanto tempo si potrà andare avanti in questa situazione, con un governo privo di iniziative e una maggioranza scossa? L’esperienza dice: non per molto. C’è tuttavia ancora un elemento da cogliere nella giornata di ieri, conclude Folli, ed è la proposta renziana, in apparenza estemporanea, di un patto di legislatura, aperto ovviamente a tutti, per fare le riforme. A cominciare dall’elezione diretta del premier: il “sindaco d’Italia”. Concreta realizzabilità: vicina allo zero. È il coniglietto tirato fuori dal cilindro del prestigiatore: un tema non nuovo e tutto da approfondire. Una riforma, senza dubbio interessante sulla carta, ma forse l’idea renziana è un’altra. Si parla del “sindaco d’Italia” per bloccare l’intesa per la nuova legge proporzionale con quorum al 5 per cento. E questo è più credibile.
 
Carlo Cottarelli, La Stampa
Quali saranno gli effetti sull’economia mondiale del coronavirus? È ancora troppo presto per dirlo, sostiene Carlo Cottarelli sulla Stampa, non fosse altro perché ancora non è chiaro quanto grave sia la crisi dal punto di vista puramente medico. Ma volendo fare qualche ragionamento, continua l’economista, il punto di partenza è inevitabilmente quello che accadde con la Sars, l’epidemia che colpì la Cina nel 2003. In quell’occasione, la produzione cinese smise di crescere nel secondo trimestre, ma la ripresa fu rapida. Il resto del mondo ne risentì, ma in modo molto limitato. Secondo Cottarelli, ci sono quattro motivi per credere che, nel caso del coronavirus, lo choc possa essere più forte. Il primo riguarda l’aspetto medico. Sappiamo che, per numero di morti e di persone infette, l’epidemia è già più estesa di quella della Sars. Secondo, nel 2003 l’economia cinese era in fase di fortissima espansione con tassi di crescita del Pil superiori al 10 per cento, a seguito dell’entrata del paese nel Wto, che aveva facilitato il boom delle sue esportazioni. In contrasto, l’economia cinese era già in rallentamento anche prima del coronavirus. Ripartire dopo lo choc sarà quindi più difficile. Terzo, le conseguenze per il resto del mondo di un raffreddamento dell’economia cinese sono ora amplificate dalla crescita della Cina negli ultimi vent’anni e dalla sua maggiore integrazione nel commercio internazionale. Nel 2003 il Pil cinese, misurato in dollari, era pari al 4,3 per cento del Pil mondiale. Ora è arrivato al 16,7 per cento. Il quarto motivo riguarda lo stato attuale dell’economia mondiale. L’esperienza del passato ci dice che, di solito, i danni causati all’economia da crisi epidemiche, per quanto forti, sono di breve durata. Il rischio (anche se qui si entra in un terreno più speculativo) è che lo choc derivante dal coronavirus destabilizzi un’economia mondiale già di per sé in precario equilibrio.
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