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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 18/02/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Patuanelli: meno Ires per far rimpatriare le imprese
La stima del Fmi sull’effetto del coronavirus sull’economia mondiale «può esser adeguata» anche per l’Italia. Vale a dire che che il Pil potrebbe cedere anche due decimi di punto nel 2020. Lo ammette Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo economico, intervistato sulla Stampa da Marco Zatterin. Ministro, non c’è un gran che di crescita in giro. «Siamo in un momento di difficoltà, non solo italiana. Con questo in mente, scriviamo il Piano per la Crescita e lo Sviluppo, e abbiamo avviato una valutazione complessiva degli incentivi. Studiamo come razionalizzarli e quali siano i settori su cui hanno dimostrato di avere maggiori effetti». E’ vero che la dinamica in Europa è fiacca, ma da noi lo è di più. «Scontiamo difficoltà storiche legate a un immenso debito pubblico. Detto questo, il delta di crescita fra noi e gli altri Paesi Ue è praticamente costante, segno che il problema è strutturale. Certo, la produzione industriale è molto negativa, quella tedesca soffre ancor di più. E’ evidente che ci sono settori fortemente legati alla Germania come l’automotive. Sono questi i comparti su cui vogliamo investire». Volete dimezzare l’Ires per rimpatriare le imprese andate all’estero, anche per far fronte al pasticcio cinese? «E’ una ipotesi su cui ragioniamo. Qualunque scelta di minore imposizione ha effetto positivo, anche se non è l’unica via da imboccare. In generale è necessario un abbattimento del costo del lavoro dalla parte delle imprese in aggiunta alla riduzione del cuneo fiscale già decisa. L’Ires è una leva su cui concertarsi, ma non l’unica, per far tornare in Italia alcune produzioni importanti». Quanti soldi avete? «Abbiamo in cassa alcuni incentivi del 2019 non attributi, sono 200 milioni che possono confluire sul reshoring delle imprese. Il ministro Di Maio ha già messo sul piatto altri 300 milioni lato Ice per le imprese».
 
Bonino: Salvini cerca risonanza sulla pelle delle donne
«Salvini inventa ‘scandali’ cui la stampa italiana assicura immediata risonanza. Il piano di ‘sostituzione etnica’ degli italiani, gli aborti di massa nei pronto-soccorso... Al di là della volgarità, raggiunge il suo scopo di dare notizie allarmanti su cose per cui non esiste né la notizia, né l’allarme». Lo afferma Emma Bonino, senatrice e storica leader dei radicali, intervistata su Repubblica da Giovanna Casadio. Lei ripete che commentare Salvini alimenta la propaganda leghista, tuttavia quale sentimento le provoca l’accusa di «comportamenti incivili» rivolta alle donne che abortiscono, e in particolare alle immigrate? «Sono perlomeno irritata, anche se non voglio neppure prendere in considerazione le sparate di Salvini. Il suo schema comunicativo-pubblicitario è talmente evidente da essere accecante. Il meccanismo è questo: giorno 1, Salvini la spara grossa e volgare e ottiene le prime pagine e qualche talk show; giorno 2, tutti reagiscono più o meno indignati e così Salvini fa un’altra giornata di prime pagine; giorno 3, pensosi editoriali, che si dissociano dai modi di Salvini, ma invitano a cogliere la sostanza della sua denuncia; giorno 4: riposo; giorno 5 il circo riparte su un nuovo scandalo». C’è sempre un rischio di arretrare sui diritti delle donne e, più in generale, sui diritti civili? «Il rischio oggi è quello di considerare le questioni di diritto sacrificabili. La politica dell’odio esige delle vittime e le donne sono da sempre dei formidabili capri espiatori. E’ un meccanismo analogo a quello che avviene in tema di giustizia. La difesa dello Stato di diritto e della giustizia giusta viene sacrificata all’idea che la giustizia serva sentimenti di vendetta. Infatti, chi sulla giustizia chiede le forche per gli inquisiti e gli imputati, sull’aborto chiede la gogna». I decreti sicurezza saranno riscritti. E’ un passo avanti? «Intanto è cambiato il linguaggio e l’atteggiamento con cui la ministra Lamorgese affronta questo dossier. Aspettiamo di vedere quali novità. Non sono ancora cambiate né le norme, né le politiche. La strada sarà lunga».
 
Rezza: banconote in quarantena? Basta lavarsi le mani
La decisione della Cina di mettere in “quarantena” le banconote provenienti dalle regioni più colpite dal coronavirus, che dovranno essere disinfettate con l’esposizione a raggi ultravioletti o alte temperature, «mi sembra una misura eccessiva ma comunque adottata all’interno di un complesso di interventi di massima cautela che per ora sembrano aver funzionato nel circoscrivere l’epidemia». Lo afferma Gianni Rezza, direttore malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, intervistato sul Sole 24 Ore da Marzio Bartoloni. Perché secondo lei è una misura eccessiva? «Non mi pare basata su evidenze scientifiche. Il problema con le banconote al limite è il contatto con le mani, perché nessuno certamente se le mette in bocca». Ma il virus non resiste sulle superfici? E quindi anche sulle banconote? «Il rischio trasmissione da superficie è decisamente minore, rispetto al veicolo rappresentato da gocce di saliva e dal contatto delle mani infette. E poi per il contagio con le banconote non ci sono prove scientifiche». E quindi? «E’ sufficiente adoperare la misura più importante che si può utilizzare per difendersi da ogni virus, quella di lavarsi bene le mani. Certo va sottolineato come la Cina stia portando i controlli alla massima potenza possibile e questo sembra funzionare». Perché? «Misure come quelle dell’isolamento di milioni di persone stanno funzionando nel circoscrivere i focolai». Ma è vero che stiamo già superando il picco dei contagi? «Qualche segnale di rallentamento comincia ad esserci. Bisogna però restare cauti». C’è qualche virologo che prevede che si diffonderà presto anche in Europa. Cosa ne pensa? «Non sono un indovino. Ci sono due ipotesi possibili: una in cui il virus si propaga con altri focolai in altre zone del mondo, l’altra è che l’epidemia venga contenuta. Al momento si sta verificando questa seconda ipotesi».
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